L’economia Usa scoppia di salute. Anzi, sta proprio scoppiando. E se Cina e Glencore…

Di Mauro Bottarelli , il - 8 commenti

Yellen_rate
Dunque, Janet Yellen giovedì scorso ha ribadito che la Fed alzerà i tassi di interesse verso la fine dell’anno se i dati macro provenienti dall’economia reale lo consentiranno. Perfetto, se davvero questa è la narrativa, potremmo esserci visto che in contemporanea con le parole del numero uno delle Fed sono state riviste al rialzo le stime sull’economia statunitense relative al secondo trimestre, con la crescita del Pil pari al 3,9% rispetto al +3,7% stimato in precedenza grazie un irrobustimento della spesa per i consumi. Sarà ma stando ai miei di misuratori, non se ne parla prima del 2017. Almeno così sembra dirci questo grafico,
US_Services
dal quale desumiamo che il rimbalzo del gatto morto del comparto dei servizi Usa è già terminato, visto che a settembre si sono raggiunti i minimi da tre mesi e la fiducia nel settore è vicina alla peggior lettura degli ultimi tre anni. E con i prezzi in calo per il secondo mese di fila, Markit fa notare che “varie luci di avvertimento ora stanno pulsando in maniera più chiara, sintomo che la crescita potrebbe continuare a indebolirsi nei mesi a venire”.

E che dire di quest’altro grafico,
UMich1
dal quale desumiamo che dopo una modesta lettura preliminare, l’indice UMich sul sentiment dei consumatori a settembre ha segnato 87.2, il dato più basso dall’ottobre 2014 e il calo a otto mesi più ampio dal 2011. Giù sia le aspettative inflazionistiche che la voce “hope”, quest’ultima ai minimi da settembre scorso, mentre quest’altro grafico
UMich2
ci dice che anche la speranza riguardo la crescita salariale sta svanendo negli americani, ai minimi da 13 mesi. Insomma, l’esuberanza è finita con il QE3.

E uno stipendio un po’ più alto farebbe comodo, visto che come ci mostra questo grafico
Butter
venerdì al CME di Chicago il prezzo del burro ha toccato il record storico di 3,10 dollari per libbra, conseguenza diretta delle aspettative un po’ troppo ottimistiche riguardo la produzione a seguito della fine, lo scorso marzo, del sistema delle quote latte in Europa.

Ma non basta, perché dopo che tutti gli indici regionali della Fed (Dallas, Richmond, New York, Philly, Chicago e Kansas City) ad agosto anno confermato tendenze di recessione, ecco arrivare i primi dati di settembre. Et voilà,
Dallas_Fed1
l’indice Dallas Fed ha mostrato una lettura di -9.5, negativo per il nono mese di fila, con tutte le componenti in negativo, dai salari all’occupazione fino a questo,
Dallas_Fed2
ovvero il peggior collasso del dato riguardante il CapEx da cinque anni a questa parte.

Ancora più interessante quanto ci dice una delle materie prime industriali più legate all’economia reale e al Pil, ovvero il legname da costruzione. Bene, questo grafico
Lumber1
ci dice che i prezzi sono collassati ai minimi da 4 anni, visto che un calo del 33% su base annua non si vedeva dalla crisi finanziaria ed è un chiaro segnale recessivo. Quest’altro grafico
Lumber2
invece ci dice che se la correlazione storica tra prezzo del legname e indici azionari si rivelerà ancora una volta esatta, qualcuno a Wall Street potrebbe farsi male, mentre questo grafico
Lumber3
ci dimostra come il calo del prezzo del lumber non dica nulla di buono per il futuro del comparto manifatturiero.

Ma tira brutta aria anche per il settore che maggiormente ha guidato la speranza di rispesa degli Usa durante gli anni del QE, ovvero il comparto dello shale oil. Bene, questo grafico
Shale1
ci dice che il rischio di credito per le aziende del settore energetico è esploso, mentre quest’altro
Shale2
spiega qualcosa di ancora peggiore. Ovvero, che il mercato obbligazionario è chiuso per le aziende shale, soprattutto le più piccole e le banche non sono più disposte a garantire linee di credito generose come quelle viste negli anni scorsi. Le emissioni di bond legate al business petrolifero sono calate a 6,7 miliardi di dollari quest’anno e le aziende stanno disperatamente cercando nuovi investitori e nuove strategie di finanziamento, dopo che anche gli hedge funds sono diventati riluttanti nell’investire nel settore. Insomma, ottenere liquidità è sempre più difficile in questo mercato e per molte compagnie una ristrutturazione finanziaria appare sempre più inevitabile.

Ma tranquilli, il governo interverrà sicuramente, non lascerà che il Paese sprofondi nella recessione un’altra volta. Certo, il governo farà qualcosa. Per adesso, però, pare che si sia limitato a prendere ed elargire mazzette, visto che questo grafico
US_Corruption
a corredo dell’ultimo sondaggio Gallup ci dice che il 75% degli americani percepisce la corruzione come un male sempre più dilagante nel governo. Nel 2007 la percentuale era del 67% e nel 2009 del 66%: grande Obama, un altro record frantumato!

Ma ironia a parte, sono due le notizie giunte nel fine settimana che mi fanno davvero preoccupare. Wal-Mart, la principale catena della grande distribuzione Usa, ha cominciato a chiedere sconti a tutti i suoi fornitori che abbiano rapporti con la Cina, al fine di raggiungere una sorta di fair value rispetto alla svalutazione dello yuan. E, ancora peggio, il fatto che il gigante minerario del carbone cinese, la Heilongjiang Longmay Mining Holding Group, abbia annunciato attraverso il suo sito che taglierà 100mila dei suoi 240mila dipendenti, un taglio dell forza lavoro del 40%. Hard landing alle porte?

Sicuramente c’è questo già alle porte,
Primary_dealers
ovvero il fatto che a fronte della vendite di debito Usa a breve termine proprio da parte della Cina, le detenzioni dei primary dealers di Treasuries sono salite e con esse i tassi repo, visto che i “piazzisti” di debito statunitense hanno bisogno di più liquidità per finanziare queste posizioni. Il meraviglioso mondo delle interconnessioni tra Banche centrali al suo meglio. Attenzione, perché potrebbero essere in tanti ad andare a fare compagnia a Glencore, il gigante minerario i cui titoli erano un’opzione call sulla crescita cinese e che ora si stanno letteralmente schiantando al suolo insieme al ciclo delle commodities. Questo grafico
Glencore_cds2
ci mostra come a quota 875 punti base (+300 punti base intraday solo ieri), il credit default swap di Glencore non solo sia ai livelli massimi dal 2009 ma parli la lingua di un 54% di possibilità di default, mentre quest’altro
Commodity2
ci dice che il rischio di credito per le banche Usa sta replicando proprio il pattern di Glencore. Come mai? Forse per questo,
Glencore3
ovvero i 19 miliardi di dollari di Glencore su liabilities da derivati. Insomma, il rischio di controparte è decisamente altino. Quindi, se Glencore va a zampe all’aria, quelle liabilities lorde diventano nette. Boom! Auguroni e buon rialzo dei tassi.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

Shares
Grazie per avere votato! Ora dillo a tutto il mondo via Twitter!
Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"
Come ti senti dopo avere letto questo post?
  • Eccitato
  • Affascinato
  • Divertito
  • Annoiato
  • Triste
  • Arrabbiato

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi