L’immigrazione è solo un’agenda geopolitica ed economica. Non un’emergenza

Di Mauro Bottarelli , il - 8 commenti

Immigration
Prima di tutto, una precisazione. Quanto leggerete, sono mie ipotesi, congetture, letture sottotraccia della realtà: non sono la verità e non voglio certo spacciarvela come tale, anzi vi chiedo fin d’ora scusa per l’inusuale lunghezza ma certi temi, se non argomentati a dovere, rischiano di perire per pressapochismo. Ma unendo i punti come nella “Settimana enigmistica”, troppe cose attorno all’emergenza immigrazione, soprattutto i profughi siriani divenuti protagonisti delle notizie mainstream dopo l’apertura di Angela Merkel, sembrano mostrare un progetto alternativo, una diversa lettura. Niente complotti strani, solo geopolitica. Insomma, l’immigrazione è il cuneo utilizzato per combattere un’altra guerra che è agenda geopolitica di potere e nulla più. Con molte, troppe parti in causa. E molti, troppi interessi che confliggono. Ricordate ad esempio quando è iniziata la guerra in Siria?

Era il 15 marzo del 2011 quando migliaia di persone scesero in piazza ad Aleppo e Damasco, le due città più grandi del Paese, per protestare contro il regime del presidente Bashar al-Assad. Nei giorni successivi, il regime reagì con una forte repressione ma senza riuscire a fermare l’opposizione e in poche settimane le proteste si allargarono a tutta la Siria, tanto che a maggio Assad fu costretto a schierare l’esercito nelle strade. Poche settimane dopo, con le prime diserzioni dalle forze armate e la nascita dei primi gruppi ribelli, cominciò la guerra civile siriana che, con un interesse via via calante da parte dei media internazionali, dura ancora oggi. In un Paese di 22 milioni abitanti, tre anni di guerra sono costati più di 140mila morti, 3 milioni di profughi nei paesi vicini e almeno altri 5 milioni di profughi interni, cioè persone costrette ad abbandonare le loro case. Questi grafici vi dicono cosa sia la Siria oggi, un Paese che se anche verrà pacificato, è completamente da ricostruire, industria del petrolio in testa. Un bell’affare, non credete?
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Ma quando la guerra siriana diventa mediatica e di interesse internazionale? Nella primavera del 2013, quando i miliziani dell’Isis allora alla conquista dell’Iraq tentano di assumere la direzione del movimento jihadista siriano, nato ufficialmente l’anno prima per contrastare le forze del presidente Bashar al Assad. Nascono inevitabili contrasti con i qaedisti siriani, radunati attorno alla Jabhat an Nusra (Fronte della Salvezza) e persino con Ayman Zawahiri, leader di Al Qaeda, che intima più volte all’Isis di tornare a operare entro i confini iracheni. Niente da fare, l’Isis diventa il player principale della campagna siriana e si impone sul palcoscenico mediatico con il suo corollario di orrori (decapitazioni, torture, crocifissioni, distruzioni di siti archeologici e luoghi di culto, esecuzioni sommarie anche di donne e bambini): la Siria, a quel punto, diventa un problema del mondo.

Ma fino ad allora, cosa si era fatto contro l’Isis? Niente. Questi tre grafici ce lo dimostrano,
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il primo dei quali addirittura dimostra plasticamente che oltre tre mesi di raid Usa a cavallo tra agosto 2014 e inizio di quest’anno hanno permesso all’Isis di triplicare le sue zone di controllo. I piloti statunitensi sono stati tutti colti da improvvisa miopia? I missili erano in realtà boomerang? Tanto per togliere dal tavolo ipotesi complottistiche, quel grafico è stato elaborato dal Wall Street Journal. Ora, invece, priorità assoluta. Con la Francia pronta a una fuga in avanti con i suoi mirage esattamente come fece in Libia per garantire a Total le concessioni petrolifere che erano dell’Eni e con la Gran Bretagna pronta a inviare i droni, i quali in realtà hanno già colpito e con precisione chirurgica, visto che hanno ucciso il 21 agosto scorso due militante dell’Isis, uno di origine scozzese e l’altro di origine gallese, il quale stavano pianificando un rientro nel Regno Unito per compiere un attentato, tanto che David Cameron ha definito l’operazione di autodifesa di fronte a Parlamento. Et voilà, pronta la scusa della minaccia del terrorismo interno, si può andare in guerra.

Ma nei giorni scorsi è successo altro. Ha infatti compiuto il giro del web e dei giornali la notizia secondo cui gli Stati Uniti avrebbero lanciato una campagna di droni segreta contro i terroristi dell’Isis in Siria. Peccato che la notizia vera sia stata che, stando ad alcune foto che sono state diffuse martedì su Twitter, la Russia avrebbe dato il via ai raid aerei, sorvolando i cieli di Idlib con Su-27, Mig 29, droni Pchela 1 T e Su-27 alla ricerca dei nemici e avrebbe anche ucciso un centinaio di militanti. Vero? Falso? Se così fosse, paradossalmente e alla faccia delle sanzioni, Usa e Russia starebbero combattendo fianco a fianco in Siria contro Daesh. Perché allora lunedì gli Stati Uniti, fonte Reuters, avrebbero chiesto al governo greco di vietare il proprio spazio aereo ai mig russi impegnati nella campagna anti-Isis? E perché John Kerry avrebbe espresso a Seghei Lavrov la sua preoccupazione per la presenza sempre crescente di militari russi in Siria e le voci sulla costruzione di avamposti? Non stanno dalla stessa parte? Si sa soltanto che il ministro degli Esteri greco ha dichiarato, sempre alla Reuters, che la richiesta di Washington verrà esaminata, nonostante la Russia abbia già chiesto il permesso di sorvolo fino al 24 settembre. Quattro giorni dopo le elezioni politiche in Grecia dopo il terzo salvataggio del Paese: chi scontentare, Washington che dirige di fatto l’FMI o la Russia che si era proposta come partner economico e di sostegno? Strano timing ma questa mappa
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ci dice che Assad recentemente ha perso significative porzioni di territorio a Nord da parte di Al Qaeda (Al Nusra), nel Centro a favore dello Stato islamico e a Sud da parte dei ribelli nazionalisti. Quindi, l’interventismo russo parla la lingua disperata di un puntellamento del regime prima che questo crolli. Aprendo le porte all’influsso Usa in quello che fino ad oggi è stato l’avamposto mediorientale di Mosca. Chi non ha avuto dubbi a vietare subito il sorvolo ai mig russi, invece, è stata ieri la Bulgaria, il cui ministro degli Esteri ha detto di avere “sufficienti informazioni che pongono seri dubbi sul carico di quegli aerei e che sostanziano il nostro rifiuto”. Stranamente, se la Grecia è divisa a livello energetico tra l’opzione Southern Gas Corridor e quella Turkish Stream, la Bulgaria ha tutto da guadagnare a stare con gli Usa dopo la debacle di South Stream. Perché ricordate sempre che la questione siriana a poco a che fare con Assad e molto con la pipeline Qatar-Turchia, come ci mostra questo grafico
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che proietta già una soluzione b che bypassi la Siria e preveda un passaggio in Iraq, dopo che Damasco bocciò la proposta perché di fatto, annettendosi con la pipeline Nabucco, questo progetto andava a “liberare” l’Europa dalla dipendenza da gas russo, principale alleato siriano. Casualmente, l’Iraq è proprio dove oggi Usa e Turchia stanno combattendo l’Isis insieme ma con una finalità un po’ differente, ovvero controllare il territorio di passaggio mettendo in corner a Nord i curdi, gli unici ad aver affrontato davvero Daesh ma nemici storici di Ankara.

Ora, avete notate che fino all’arrivo dell’Isis di profughi siriani non si è parlato? Erano profughi o interni o scappati in Turchia e Libano, non cercavano l’approdo di massa verso l’Europa. Poi, però, Angela Merkel ha scoperchiato il vaso di Pandora (lo fece anche il 21 luglio 2011 a latere di un vertice europeo, dichiarando di fatto che un default greco era possibile e che, quindi, il concetto risk-free dei bond dell’Ue era spazzato via, innescando quanto sappiamo. Dev’essere una sua abitudine, quella dei blitz), aprendo le porte del suo Paese a tutti i profughi siriani che volessero entrarvi. Et voilà, la macchina mediatica entra in azione a pieno regime con coté di foto del bambino morto sulla spiaggia turca, marchiature a pennarello dei migranti a Budapest e nella Repubblica Ceca, scontri al confine tra Serbia e Ungheria e, soprattutto, le colonne di automobilisti austriaci intenti ad andare a prendere i profughi in fuga direttamente in Ungheria. Quanta umanità, quanta tensione emotiva in grado di piegare anche le menti più raziocinanti e, soprattutto, distoglierle da altre domande. E analisi.

Guardate questo grafico,
Shanghai_rally
ci mostra come nei dodici mesi che hanno portato al 12 giugno scorso, lo Shanghai Composite avesse guadagnato più del 150%, grazie a un’esposizione alla leva spaventosa e qualcosa come oltre 80 milioni di cinesi con un conto titoli aperto, ovvero chiunque faceva trading, tanto la vulgata era quella che il mercato poteva solo salire e salire e salire. Non è andata così. E soltanto degli stupidi, arrivati a un margin debt che lo scorso 18 giugno era cresciuto del 123% da inizio anno a quota 2,3 trilioni di yuan (370 miliardi di dollari), come ci mostra il grafico,
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potevano credere davvero che non sarebbe arrivata una correzione da esplosione della bolla. Casualmente d’estate, la stagione migliore per massimizzare e drammatizzare i cali, vista la bassa liquidità e i bassi volumi di scambio. Direte voi, Bottarelli è impazzito e ha cominciato a parlare di un altro argomento. No, perché guardate questa mappa
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e chiedetevi chi, fino ad ora, era stata la vera forza di investimento, quasi una colonizzazione, dell’Africa subsahariana? La Cina. La quale, sfruttando i suoi ottimi rapporti con il dittatore dello Zimbabwe, Robert Mugabe, nel marzo del 2014 stava per dare vita alla sua prima base militare in Africa, esattamente nell’area diamantifera del Marange, dopo aver stretto rapporti di collaborazione nel campo minerario, dell’agricoltura e del commercio bilaterale preferenziale. Insomma, Pechino voleva posizionarsi in anticipo per quella che gli analisti chiamano la “gunboat diplomacy”, ovvero utilizzare la presenza militare per proteggere i propri interessi in Zimbabwe e in tutta l’Africa da altre super-potenze, come ad esempio gli Usa.

Peccato che lo scorso maggio, un mese prima che il mercato cinese crollasse per la prima volta, la Cina andò oltre. Dopo aver piazzato la sua presenza militare vicino allo strategico Capo di Buona Speranza, da dove transita il 10% di tutto il petrolio via mare, stava negoziando l’apertura di una seconda base militare nel porto strategico del Djibouti, tremendamente vicino a Camp Lemonnier, una base militare Usa che viene utilizzata per missioni speciali anti-terrorismo in Yemen, Somalia e nel resto dell’Africa. Di più, nell’area, come ci mostra il grafico,
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sono presenti anche francesi e giapponesi con proprie basi nel porto, un ex colonia francese che controlla strategicamente gli ingressi al Mar Rosso e al Canale di Suez e viene utilizzata da molte marineria europee come porto di partenza per operazioni anti-pirateria in Somalia.

Insomma, il Corno d’Africa stava diventando un hot spot, nel silenzio totale dei media. Tanto più che all’epoca, il presidente del Djibouti, Ismail Omar Guelleh, ammise che i colloqui erano in atto e che la presenza di Pechino era “benvenuta”. Forse non per gli Usa. Ma perché il Djibouti? Ce lo mostra questa tabella.
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Perché lì si trova lo stretto di Bab el-Mandeb, uno dei cinque choke points mondiali per il petrolio, con circa 3,8 milioni di barili al giorno di greggio e prodotti raffinati che sono transitati verso Europa, Usa e Asia nel 2013, contro i 2,9 milioni al giorno del 2009. E metà di quel traffico si direzione poi verso il Canale di Suez e la pipeline SUMED, verso Nord. Inoltre, il canale separa l’Africa dall’Arabia ed è uno dei passaggi commerciali più trafficati al mondo, verso il Mar Rosso e il Mediterraneo.

E Washington non ha affatto apprezzato questa mossa, tanto più che già protestò per la firma tra Djibouti e Cina del febbraio 2104 che permetteva alle navi di Pechino di utilizzare il porto: una base militare cinese a pochi chilometri era davvero troppo. Inoltre, la Cina sta esagerando, visto che stava già finanziando molti progetti infrastrutturali per un totale che superava i 9 miliardi di dollari, includendo il miglioramento dei porti, degli aeroporti e delle ferrovie del Paese verso la strategica Etiopia. Ma con tutto quello che sta succedendo in Cina, mercato a pezzi, rallentamento dell’economia reale e svalutazione dello yuan con cotè di utilizzo delle riserve valutarie, Pechino potrà continuare questi progetti così ambiziosi? O dovrà utilizzare risorse, tempo ed energie per stabilizzare la situazione interna? Anche qui, gran bel timing per un rimescolamento degli equilibri.

Ora guardate questo grafico,
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ci mostra come dall’inizio della grande depressione, l’economia Usa abbia perso 1,4 milioni di posti di lavoro nella manifattura ma ne abbia guadagnati oltre 1,5 milioni tra baristi e camerieri. Ovvero, posti di lavoro precari, part-time e spesso sottopagati, visto che negli Usa riesci a campare solo grazie alle mance. Immagino vi stiate chiedendo cosa abbia a che fare questo con quanto detto finora.

Per la seconda volta, non sono impazzito. Ve lo spiega questo grafico il nesso,
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il quale ci mostra l’aumento di occupati tra stranieri e nati in America dal dicembre 2007 a oggi, stando a dati del BLS. Ma più importante appare questo grafico,
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il quale ci mostra che solo nel mese di agosto 698mila lavoratori nati in America hanno perso il posto di lavoro, mentre 204mila stranieri lo hanno trovato. E ancora meglio quest’ultimo grafico,
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il quale ci dimostra che dal dicembre 2007 solo 790mila posti di lavoro sono stati aggiunti per lavoratori nati negli Usa, contro i 2,1 milioni di lavoratori stranieri che hanno trovato un’occupazione nel medesimo periodo. Che dite, dati del genere non impatteranno sulla campagna elettorale per le presidenziali Usa del 2016, con Hillary Clinton che ha già detto come “l’intero mondo dovrebbe unirsi. Non solo uno o due Paesi, o non solo l’Europa e gli Stati Uniti dovrebbero fare di più per gestire la crisi dei migranti in Medioriente ed Europa”. Ma, soprattutto, non permetteranno fuochi d’artificio alle prossime primarie dei Repubblicani, con il candidato outsider, Donald Trump, pronto a schierare l’artiglieria anti-immigrazione? Anche qui, strano timing.

Insomma, i flussi dall’Africa erano gestibili, così come quelli dalla Siria, questi ultimi resi una bomba ad orologeria prima dall’Isis (che per un anno è stato lasciato operare indisturbato), poi dall’apertura di Angela Merkel. Ma queste cose accadono per uno scopo, allontanare la visione del pubblico dagli interessi strategici, come quelli cinesi nel Corno d’Africa che hanno fatto innervosire gli Usa e che ora sono a rischio per l’esplosione della bolla azionaria del Dragone, proprio un mese dopo la notizia della nuova base militare in Djibouti. Non mi stupirebbe che la prossima emergenza potesse essere quella dall’Eritrea, già oggi Paese che vede i propri cittadini in fuga come aventi diritto allo status di profugo e che casualmente confina proprio con il Djibouti.

Oppure gli interessi sul gas che vedono contrapposti Occidente e Russia, proprio tra Siria e Iraq, casulamente territori in cui è massimamente operatvo Daesh. Il resto è immigrazione economica, flussi che potrebbero essere gestiti se l’Europa avesse un minimo di coordinamento e preparazione. Ma quando, come in Libia, la stessa Europa ha permesso la nascita di due governi che non parlano tra loro, con chi ci si interfaccia per prevenire e canalizzare? E poi, forse, queste truppe di disperati sono anche e soprattutto eserciti di sottopagati pronti a tutto per sbarcare il lunario, manovalanza a basso costo per ampliare al mondo il modello di ripresa Usa basata su part-time ai massimi livelli, garanzie nulle ed eserciti di baristi e camerieri a ingrossare il dato occupazionale. Dumping sociale ed economico, insomma.

Cui si unirà una fisiologica quota parte di delinquenza che andrà a impattare sulla sicurezza e la stabilità delle società, oltre al stuoli interi di migranti economici senza diritto d’asilo che faranno la gioia e le fortune delle varie cooperative di furbetti, come il caso di Roma Capitale insegna. Sono solo fatti incastrati tra loro, nessuna verità o scoop. Tutte cose note, puntini uniti uno dopo l’altro. Che mostrano un’immagine un po’ diversa della realtà. Che, al netto dell’edificante scontro a colpi di “bestie” e “verme” della politica italiana, dovrebbe lasciarci come un’unica domanda cui rispondere: da chi scappava la famiglia del piccolo Aylan, essendo composta da rifugiati curdi di Kobane? Da Assad, da Orban o dall’Isis?

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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