Come il prezzo del petrolio impatta sui mercati finanziari. E perché il peggio potrebbe ancora venire

Di Mauro Bottarelli , il - 9 commenti

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I bassi prezzi del petrolio cominciano a colpire anche i giganti. il Fondo sovrano norvegese, già dall’anno prossimo dovrà cominciare a liquidare assets e mettere mano agli 830 miliardi di dollari di detenzioni per tamponare i gap di budget statale, come ci mostra questo grafico.
SWF3
Nei primi tre trimestri di quest’anno, infatti, le entrate fiscali dall’estrazione del petrolio sono calate del 42%, come ci mostra questo grafico,
Norway_oil
quindi nel 2016 le spese supereranno le entrate di budget e vista la natura pro-ciclica del calo dei prezzi del greggio, Oslo non può che cominciare a usare il suo Fondo come bancomat, un qualcosa che si credeva impossibile solo fino all’anno scorso. Lo scorso ottobre le stime per le entrate garantite dal petrolio con il barile fissato incautamente a 69 dollari hanno infatti giocato un brutto scherzo al ministero delle Finanze, visto che quest’anno la cifra reale con il barile a una media di 56 dollari è di 251,6 miliardi di corone, il 30% in meno del preventivato.

Ma anche l’Arabia Saudita comincia ad accusare pesantemente il colpo, visto che proprio ieri Ryad ha imposto una moratoria sulla spesa pubblica per evitare di ampliare e mandare fuori controllo il deficit, dopo aver emesso bond per finanziarsi per la prima volta da anni e aver attinto alle riserve valutarie, come ci mostra questo grafico.
Saudi_reserve
Per tamponare un deficit di budget che sta avvicinandosi al pericoloso livello del 20% del Pil (130 miliardi di dollari), Ryad ha infatti bisogno di un prezzo del greggio attorno ai 100 dollari al barile e questi grafici
Saudi_Deficit
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spiegano più di mille parole la situazione attuale dell’Arabia Saudita, la quale oltretutto sta già spendendo molto per le sue operazioni militari in Yemen. Stando a dati di CityUK, i Fondi sovrani a livello globale vedranno aumentare le proprie detenzioni di assets solo del 4% quest’anno, contro una media del 12% negli ultimi cinque anni.

Questo altro grafico
Petro_dollar
ci spiega il perché di questa situazione ma anche i riflessi che ha sul sistema finanziario globale, statunitense in testa. Nel 2014, per la prima volta da 18 anni a questa parte, i Paesi esportatori di petrolio hanno drenato liquidità dal sistema invece di immetterla sotto forma di acquisti denominati in biglietti verdi, il cosiddetto riciclo da petrodollari. Insomma, i surplus derivanti dall’export di oro nero non finiscono più in assets come titoli e obbligazioni trattati a livello globale ma servono a tamponare i sempre crescenti deficit derivanti dai minori introiti per il crollo dei prezzi. Ma non solo, perché la fine del super-ciclo delle commodities impatta sui mercati finanziari anche attraverso l’improvvisa rivalutazione degli ammontare di molti modelli di business che hanno continuato a predicare prezzi delle materie prime in continuo rialzo.

Questi due grafici
Dollar_oil1
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ci mostrano quanto il calo dell’ammontare di petrodollari sia contato negli anni per gli investimenti in altre asset class, mentre questo altro
Dollar_oil3
conferma la tesi mostrandoci come gli spread di credito abbiano tracciato quasi perfettamente il prezzo del petrolio. Per mettere la cosa in prospettiva, Barclays ha calcolato che l’ammontare di investimenti in petrodollari tra il 2010 e il 2014 è stato di valore molto simile al quantitative easing della Fed, tanto che con il flusso di petrodollari che si inverte, il mondo patirà una mancanza di domanda annuale di assets finanziari pari a 400 miliardi di dollari.

Ma a differenza di quanto pensato normalmente, bassi prezzi del petrolio vanno anche a impattare sull’economia reale in maniera negativa, tanto che calcoli di Societe Generale parlano di un colpo pari allo 0,2% per il Pil globale. Questo è dovuto al taglio netto del CapEx, ovvero gli investimenti fissi, un qualcosa che ha un effetto immediato sui Pil, come ci mostra questo grafico,
Oil_lag
visto che il CapEx legato alle commodities pesa per circa il 30% del CapEx globale e negli ultimi dodici mesi gli investimenti legati al petrolio sono calati del 13%, mentre quelli minerari del 31%. Nella prima metà di quest’anno, il calo del CapEx legato a commodities ha sottratto al Pil Usa lo 0,8% e a quello mondiale circa l’1%. Questo non dimenticando il dato occupazionale, visto che i posti di lavoro nelle industrie legate al petrolio sono calati di circa l’8% dall’ottobre 2014, con i lavoratori dei giacimenti del North Dakota tra i primi a patire il colpo.

L’industria shale è morta? No. Anzi, come ci mostrano questi due grafici,
Crude_Usa1
Crude_Usa2
il dato settimanale del Department of Energy americano reso noto mercoledì parlava di scorte in crescita di 3,073 milioni di barili e anche di produzione in aumento dello 0,85% rispetto ai sette giorni precedenti, l’aumento maggiore da cinque mesi a questa parte. Al netto di questo, però, i cali della produzione in Usa potrebbero proseguire. Il numero di impianti estrattivi ha appena toccato il minimo da cinque anni, con un calo di 26 solo nella settimana terminata il 2 ottobre. Stando a dati di Baker Hughes, oggi negli Usa sono operativi 614 impianti per l’estrazione di petrolio contro gli oltre 1100 di un anno fa e dopo il collasso dei prezzi registrato in agosto è probabile che le chiusure continueranno da qui a fine anno, soprattutto se durante questo mese le revisioni delle linee di credito da parte di banche e finanziarie daranno il colpo di grazie ad alcune aziende meno solide.

E se Goldman Sachs nel suo ultimo report parla di prezzo del petrolio che dovrà scendere ancora di 10 dollari al barile nei prossimi mesi, a causa delle sempre crescenti riserve – soprattutto se poi l’Iran post-sanzioni passerà davvero dagli attuali 2,8 barili prodotti al giorno a 3,8 e se il 4 dicembre l’Opec (ovvero l’Arabia Saudita) non deciderà un taglio dell’output sotto i 30 milioni di barili al giorno – è il Brasile a confermare che la situazione è davvero seria. Questo grafico
Brazil_basins
è relativo ai giacimenti offshore di Campos e Santos, le aree estrattive più produttive del Paese, i cui diritti di esplorazione per gas e petrolio sono andati all’asta mercoledì scorso, ottenendo il seguente risultato: 119 all’asta, solo 17 venduti. Ma malissimo sono andate anche le offerte per i bacini di Camamu-Almada, Espirito Santo e soprattutto per i dieci messi all’asta nell’area Sergipe-Alagaos, quella per la quale si pensava ci fosse la competizione più dura tra i concorrenti. Solo due sono stati venduti. Con Petrobras fuori gioco a causa del suo debito monstre da 130 miliardi di dollari, l’asta si è tramutata in un disastro con sole 36 aziende registrate e presenti. Calcolando che il giorno prima, il senatore del partito di governo, Delcídio Amaral, aveva definito l’asta un test straordinario per l’industria petrolifera brasiliana, fossi in Wilma Rousseff dormirei sonni agitati.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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