Da Monsanto e Glencore, passando per lo short interest, Deutsche Bank e la Cina. E’ 2008 reloaded?

Di Mauro Bottarelli , il - 32 commenti

Financial_crisis
Come mi è capitato di ripetere più volte, i buybacks azionari delle grandi corporations Usa sono stati il vero e proprio motore dei rallies vissuti da Wall Street fino allo scorso giugno, come ci dimostrano questi due grafici.
Buyback1
Buybacks_2007
Lo schema era semplice: con i tassi a zero e la liquidità in cui annegare grazie alla Fed, si emetteva debito come se non ci fosse un domani e con gli introiti si finanziava il ri-acquisto di propri titoli al fine di abbassare il flottante, mantenere alte le valutazioni, sostenere i corsi ma soprattutto staccare dividendi e pagare ricchi bonus ai manager. Questo grafico
November_buy
ci mostra come il prossimo mese di novembre sarà il più importante dell’anno, visto che è concentrato il 13% della spesa totale per buybacks per il 2015, la percentuale più alta.

A volte, però, chi di troppo buyback ferisce, di buyback poi patisce. E’ il caso di Monsanto, il gigante agricolo (e degli Ogm) e nemico giurato di tutti i no-global del mondo, il quale ieri ha presentato dei conti non esattamente brillanti, visto che la revenue per il quarto trimestre è fissata a 2,36 miliardi di dollari contro un consensus di 2,79 miliardi, in calo del 10% su base annua. Ma anche l’utile per azione non è di quelli per cui festeggiare, visto che è in perdita di 0,19 centesimi contro le attese di un +0,03. EBIT per il quarto trimestre a -773 milioni, mentre per l’intero anno a giù del 15% a 2,2 milioni di dollari.

Ma attenzione: nel 2015 Monsanto ha prodotto cash-flow per 3,1 miliardi di dollari dalle sue operazioni, lo stesso dell’anno fiscale 2014, mentre il free cash-flow è stato fonte di 2,1 miliardi di dollari nell’anno fiscale in corso, contro i 959 milioni dello scorso. Insomma, una nota positiva, l’azienda genera solido cash-flow. Insomma, mica tanto, perché questo grafico
Buybacks3
ci mostra come nel 2014 Monsanto abbia operato buybacks per 7,1 miliardi di dollari, mentre nel 2015 è a quota 835 milioni. Insomma, negli ultimi due anni l’azienda ha speso in buybacks più di quanto generato. Ma non basta, perché questo altro grafico
Buybacks1
ci mostra come nel 2014 Monsanto abbia speso 7,1 miliardi in buybacks a un prezzo medio per azione di circa 115 dollari, mentre oggi il titolo vale 84 dollari per azione e tutti i CFO sanno che questo è un ottimo metodo per generare un return on cash del -25%.
Eppure, alla Monsanto non pare abbiano imparato la lezione, visto che il management ha pianificato un nuovo programma di riacquisto titoli accelerato per 3 miliardi di dollari da completare entro i prossimi sei mesi. Accidenti, ci credono! Allora bisogna prendere a prestito ancora un po’ di denaro a costo Fed (ovvero zero) per finanziare quei buybacks. Questo grafico,
Buybacks2
però, pare dirci che non sia aria in questo momento… In compenso, a fronte di un utile per azione per il 2016 previsto tra 5,10 e 5,60 dollari (peccato che la stima del consensus fosse di 6,22 dollari), Monsanto è stata lieta di annunciare un bel taglio occupazionale da 2600 posti nei prossimi 18-24 mesi. Quando si dice un’azienda ben governata!

Ma occhio, perché questo grafico
Short_interest
ci mostra come lo short interest alla Borsa di New York il 15 settembre scorso sia salito di altri 1,4 miliardi, raggiungendo quota 18,4 miliardi di titoli, lo stesso livello del 31 luglio 2008. E cosa ci dice questo dato. Due ipotesi, contrapposte. La prima è un segnale contrarian, ovvero l’intervento di una Banca centrale o un grosso evento di acquisto forzato farà partire la madre di tutti gli squeeze e manderà l’S&P’s 500 ai massimi storici. La seconda, invece, dà fiducia al precedente del luglio 2008 e ci segnala che un altro storico collasso del mercato è dietro l’angolo. Quale delle due? Lo sapremo nelle prossime settimane o mesi.

Ma attenzione a un’altra dinamica, parlando di corsi di mercato e opportunità di buybacks. Dal 2013, le azioni sono andate in rally mentre le pressioni disinflazionarie erano rinforzate da dollaro forte, bassi prezzi delle commodities e calo della domanda mondiale. Ma se la correlazione pre-2013 tra queste componenti viene prese come metro, basandoci sui breakevens attuali di prezzo dei titoli, allora dovrebbe tradare di un 1,5% più ampio. In parole povere, con i beakevens inflazionistici sopra il target, la Fed dovrebbe alzare i tassi. Oppure, in alternativa, dato il livello attuale dell’inflazione, lo Standard&Poor’s 500 dovrebbe tradare a metà del suo valore, come ci mostra questo grafico.
QE_unwind
Esatto, stando a questa correlazione metrica l’S&P’s 500 dovrebbe essere a 900 punti o meno. Insomma, la domanda è una: le aspettative inflazionistiche saliranno o le equities si schianteranno, rendendo reale il precedente del 2008 rispetto allo short interest? Anche perché in una riedizione 2.0 di quell’anno disgraziato, ecco che sembra pronta la nuova Lehman Borthers, visto che come ci mostra questo grafico
Glencore
stando a stime di Bank of America, l’esposizione del sistema finanziario al debito di Glencore sarebbe superiore ai 100 miliardi di dollari, con i bond che pesano per circa 36 miliardi e le banche che detengono i restanti 64 miliardi (tra revolver, lettere di credito, credito assicurato), ammesso che non detengano esse stesse obbligazioni.

Ma c’è di più, come ci mostra questo altro grafico
Glencore2
dal quale desumiamo l’evoluzione dei credit default swaps di alcuni altri traders di commodities come Trafigura, Vitol e Gunvor, il cui debito potrebbe anch’esso figurare nei bilanci delle banche Usa come quello di Glencore. Insomma, una potenziale bomba da 400 miliardi di dollari grava sul sistema finanziario, vista l’alta esposizione a leva sul settore commodities. E come ci mostrava il grafico, la domanda di protezione da default sta crescendo.

Insomma, boom o bust? La risposta potrà darcela solo la Fed, anche se in cuor suo immagino che Janet Yellen sappia che anche un minimo segnale al mercato sul fatto che il trade QE-inflazione convergerà con un crash azionario invece che con un aumento dell’inflazione potrebbe far evaporare una decina di trilioni di dollari di capitalizzazione in una notte. E tanto per voler caricare di paralleli con il 2008 e di preoccupazioni la situazione, poche ore fa Deutsche Bank ha preannunciato perdite nette per 6,2 miliardi di euro nel terzo trimestre, raccomandando il taglio o l’eliminazione del dividendo: il titolo è subito crollato del -6% nell’after-hours. Chissà, forse è giunta l’ora del QE4 o di tassi di interesse negativi. Soprattutto se un altro precedente storico di trend dovesse ripresentarsi, come ci mostra quest’ultimo grafico
China_Bullard
dal quale si evince che lo scorso anno, dopo la chiusura di una settimana della Borsa cinese per festività nazionale come ogni inizio ottobre, i mercati andarono talmente a piombo che il buon James B. Bullard della Fed di St. Louis dovette mettere in campo la cosiddetta “Bullard call”, ovvero l’ipotesi di QE4 se necessario, per evitare che la correzione peggiorasse. In questo caso c’è meno da attendere: la Borsa cinese riapre oggi.

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