La guerra in Siria non è tra Isis e Assad ma una resa dei conti globale. Molto pericolosa

Di Mauro Bottarelli , il - 65 commenti

Greece_boom
Attenzione, potrebbe essere questione di giorni e il primo “incidente” nello spazio aereo siriano potrebbe diventare realtà. A farmi propendere per la possibilità di uno scenario simile non sono tanto le accuse incrociate di Nato e Russia – la prima che attacca la violazione dello spazio aereo turco da parte di Mosca, mentre quest’ultima chiede la liberazione dello spazio aereo siriano per poter intensificare i raid contro Isis e gruppi anti-Assad legati ad Al Qaeda – quanto questa mappa radar (gli aerei gialli sono russi, quelli verdi americani)
Planes_Syria
e questa simulazione grafica
Planes_Syria2
rese note ieri dall’emittente statunitense Cbs, per supportare proprio questa ipotesi. Insomma, con l’attuale situazione di non coordinamento tra Russia e forze Nato, un incidente che coinvolga F-16 statunitensi e Su-34 russi è da considerarsi tutt’altro che una possibilità remota. Il problema è la fonte, ovvero un media Usa: stanno facendo informazione su dati del Pentagono o stanno testando le reazioni pavloviane dell’americano medio alla disinformazione di guerra, stile Iraq e Afghanistan? Stando al comandante della campagna aerea Usa, generale Charles Brown, “per quanto riguarda i nostri caccia con piloti a bordo la distanza più ravvicinata cui si sono portati gli aerei russi è stata di 20 miglia, mentre nel caso dei droni senza pilota poche miglia”.

Per l’esperto geopolitico Ian Bremmer, presidente dell’Eurasia Group, interpellato da Business Insider, “le possibilità di incidenti stanno salendo, non fosse altro per il numero molto alto di membri che compongono la coalizione. Stati Uniti e loro alleati ignoreranno la richiesta russa di liberare lo spazio aereo siriano, esattamente come i russi hanno ignorato gli avvertimenti Usa riguardo il regime di Assad”. Insomma, il rischio c’è. Ma anche l’opportunità, magari per una bella false flag che faccia degenerare la situazione a favore di una delle parti in causa, con la Siria destinata a diventare la pallina di una pericolosa partita di ping-pong con armi pronte a colpire.

Una cosa è certa, la situazione è cambiata e continua a mutare rapidamente in Siria. Questa mappa
Syria_night1
ci mostra le emissioni luminose notturne in Siria nel marzo del 2011, mentre quest’altra
Syria_night2
mostra la situazione lo scorso settembre. La domanda viene spontanea: per quale ragione gli Usa hanno dato vita alla coalizione? Per combattere l’Isis o per piegare un Paese e il suo governo, dittatoriale ma legittimo, per scopi meramente geopolitici?

Quest’altra mappa
Isis_US
ci mostra infatti come dall’inizio dei bombardamenti della coalizione anti-Assad il 31 agosto 2014 al 10 gennaio di quest’anno, l’Isis avesse preso senza troppa fatica il controllo di circa la metà della Siria. Chissà, forse i piloti Usa e loro alleati avevano problemi di vista? Oppure bombardavano solo le truppe leali ad Assad e all’Isis sganciavano rifornimenti, chissà? Ora la situazione invece è questa
Syria_control
con l’esercito siriano che grazie ai raid russi sta riguadagnando terreno sui ribelli, in parte legati ad al-Nusra (cioé Al Qaeda), in parte addestrati direttamente dalla Cia, lungo il confine nord con la Turchia e quello sud-occidentale con Giordania e Israele. Se si arrivasse alla liberazione di Aleppo, a quel punto le forze curde del Nord potrebbero ulteriormente attaccare Isis e la questione del Califfato sarebbe certamente non risolta ma ridimensionata e di molto. La domanda è: la Nato lascerà che questo accada?

Da un lato, infatti, il premier turco Erdogan – non poco ambiguo nei confronti di Daesh e nemico giurato dei curdi – ha già detto che un eventuale attacco su suolo turco sarebbe un attacco contro l’Alleanza atlantica, una sorta non tanto di minaccia verso Mosca quanto di reminder verso Usa e Paesi Nato, di cui Ankara fa disgraziatamente parte. Ovvero, il problema curdo non può finire nel calderone della campagna anti-Isis e anti-Assad, perché con le elezioni fissate per il mese prossimo, l’ultima cosa che Erdogan può accettare è che i curdi vengano sdoganati come “buoni” nella lotta contro i tagliagole e quindi legittimati nel consesso internazionale. Tanto più che i problemi di Ankara sono anche altri, come questo,
Turkey_reserves
ovvero il fatto che per la prima dal 2012 le riserve valutarie turche sono scese sotto quota 100 miliardi di dollari. Ma ci sono altre variabili che vanno ad incastrarsi. Non ultima, quella religiosa.

La spin-doctor del governo russo, Maria Zakharova, ha immediatamente sottolineato come “la Russia non ripeterà l’esperienza dell’Afghanistan in Siria”, di fatto aprendo due scenari: il primo che esclude truppe di terra a prescindere, il secondo che invece propenderebbe per una soluzione cecena al problema, quindi ridurre i territori occupati da Isis in un posacenere. Ma ecco la componente religiosa, ovvero i 50 clerici sauditi che ieri hanno invocato il jihad contro il governo siriano, il suo esercito e i suoi alleati, ovvero la Russia, chiedendo ai ribelli anti-Assad e ai Paesi musulmani di prendervi parte. E si sa, l’Arabia Saudita ha un conto aperto con Assad e con l’Iran suo alleato ma è a sua volta alleata degli Stati Uniti, quindi molto interessata al fatto che la coalizione non permetta alla Russia di chiudere i conti con Daesh.

Insomma, gli interessi Usa e sauditi potrebbe convergere ulteriormente nella vicenda, con effetti collaterali benefici per entrambi. Ironia della sorte vuole infatti che Ryad abbia scatenato la guerra della super-produzione di petrolio non tagliando l’output quotidiano dell’Opec sotto i 30 milioni di barili proprio per schiantare il mercato shale oil dell’alleato Usa ma ora la situazione di sta avvitando. Per tamponare un deficit di budget che sta avvicinandosi al pericoloso livello del 20% del Pil (130 miliardi di dollari), Ryad ha infatti bisogno di un prezzo del greggio attorno ai 100 dollari al barile, tanto che il governo ha già dichiarato che taglierà di netto tutte le spese non strettamente necessarie. Questo grafico
Saudi_Deficit
spiega più di mille parole la situazione attuale dell’Arabia Saudita, la quale oltretutto sta spendendo molto anche per le sue operazioni militari in Yemen. Aramco, l’azienda petrolifera statale, è in discussione con alcune banche per un finanziamento da 5 miliardi di dollari che vada a rimpinguare le casse dopo la spesa per costruire una raffineria da 400mila barili al giorno a Yanbu: in parole povere, la ricca Arabia deve indebitarsi per continuare a finanziare il proprio budget e i progetti essenziali sotto questo regime di prezzi petroliferi.

Ma questi altri grafici
WTI_Syria
Crude_oil
ci mostrano come ieri, magicamente, sia il WTI che il Brent sia siano mossi al rialzo, con il primo in crescita di 2,27 dollari (+4,91%) ai massimi dal 16 settembre e il secondo di 2,50 dollari (+5,2%), il massimo dal 3 settembre. Certo, le stime sulla produzione Usa in calo e i commenti aperturisti di Opec e Russia per azioni di sostegno al mercato hanno giocato la loro parte ma sul fronte ribassista ieri c’era da contrastare nientemeno che la quarta revisione al ribasso in dodici mesi delle stime di crescita globale da parte dell’FMI, come ci mostra il grafico.
World_growth

Cosa è successo, quindi? Le schermaglia di questi giorni, sempre più tesi, stanno prendendo corpo sul mercato petrolifero, tanto che in molti parlano di ieri come del giorno in cui sono partite le prime, vere scommesse sul rischio geopolitico. Ovvero, il fatto che la guerra proxy che coinvolge sempre più Paesi produttori porti a un forzato taglio della fornitura da parte delle nazioni mediorientali e a un, magari transitorio, aumento dei prezzi del barile. Come vedete, molti interessi in gioco e convergenza parallele pericolose.

Tanto più che a detta del senatore russo Igor Morozov, la Cina avrebbe preso la decisione di unirsi nella lotta contro l’Isis e inviato le sue navi verso la costa siriana. Morozov, membro della Commissione per gli Affari della Federazione russa, ha sostenuto circa l’inizio delle operazioni militari da parte della Cina contro i terroristi dell’Isis: “E ‘noto, che la Cina ha aderito alla nostra operazione militare in Siria, l’incrociatore cinese è già entrato nel Mediterraneo, portaerei seguiranno”. Questi due grafici,
Yuan_Usage1
Yuan_Usage2
dimostrano come in agosto lo yuan abbia superato lo yen e ora sia la quarta valuta globale al mondo, di fatto un bel biglietto da visita per entrare nel paniere SDR dell’FMI, dopo la recente bocciatura da parte dell’Istituto di Washington. Quindi, un eventuale coinvolgimento bellico cinese potrebbe riverberarsi anche in chiave di guerra valutaria e per lo status di moneta benchmark globale.

Ma sempre a detta del senatore russo, anche l’Iran potrebbe presto unirsi dell’operazione effettuata dalla Russia contro i terroristi dell’Isis, attraverso gli Hezbollah. Capirete facilmente che chi, come Arabia Saudita, Israele e ampia parte dell’amministrazione Usa, tifa per il fallimento dell’accordo sul nucleare iraniano (anche in vista delle presidenziale statunitensi del prossimo anno) vedrebbe questa ipotesi come la più ghiotta delle occasioni. Insomma, tutte ragioni che rendono più che probabile – e, in qualche caso, auspicabile – un “incidente”. Sia esso una false flag oppure qualcosa di concreto. Quest’altra mappa,

© de Volkskrant
© de Volkskrant

ci dice una cosa: ovvero, che dal 3 marzo del 2014 in poi gli incroci pericolosi tra forze aeree russe e Nato sono stati parecchi e in territori non certo di guerra. Erano, con ogni probabilità, test per verificare la velocità e la forza di reazione. Oggi, potrebbero diventare qualcosa di più. E di peggio. Il problema è che in un mondo dove le prospettive per la crescita del commercio mondiale sono queste
World_trade
si comincia pericolosamente a ragionare in termini di moltiplicatore storico del Pil, ovvero il warfare bellico. Visto che con il QE si può stampare un po’ più di moneta ma non si può stampare un po’ più di commercio e di crescita economica. I missili, invece, fanno bene al Pil.

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