L’America è una colonia travestita da potenza, tra lavoratori stranieri e interessi cinesi

Di Mauro Bottarelli , il - 36 commenti

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Il dato sull’occupazione Usa di venerdì ha assestato un colpo mortale alla narrativa della ripresa Usa e anche alle velleità della Fed, ammesso che fossero vere, per un rialzo dei tassi entro fine anno. Ma guardando bene dentro quel dato, scomponendolo e leggendone le categorie, emergono dati ancora più inquietanti delle mere 142mila unità di settembre. Ad esempio questo grafico,
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il quale ci mostra come il mese scorso negli Usa siano stati creati solo 53mila posti di lavoro part-time a fronte della perdita di 185mila occupazione a tempo indeterminato e pieno. E, ovviamente, ecco la riprova, visto che come ci mostrano questi grafici
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in settembre il mercato del lavoro Usa ha visto 21mila nuovi camerieri e baristi, a fronte di 9mila posti di lavoro persi nella comparto manifatturiero. E questo grafico
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storicizza il trend di questa ripresa “feudale”, visto che dall’inizio della crisi nel dicembre 2007, l’economia Usa ha creato 1,5 milioni di posti come camerieri e baristi e ha perso 1,4 milioni di lavoratori nella manifattura.

Ma c’è dell’altro e di profondamente importante per la natura stessa del mercato del lavoro Usa e per il suo futuro, come ad esempio questo,
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ovvero il fatto che a settembre i lavoratori stranieri sono saliti di altre 14mila unità, arrivando a 24.928, mentre i lavoratori nati in America sono calati di 262mila unità. Mentre questo altro grafico
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ci dice che i lavoratori nativi (la linea blu), dopo aver toccato brevemente il livello del dicembre 2007, stanno ancora calando e rischiano di finire in area rossa, mentre i lavoratori stranieri stanno stabilmente crescendo. Ed ecco la sintesi storica,
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ovvero il fatto che dal 2007 ad oggi sono stati creati oltre il 300% di posti lavoro per occupati stranieri rispetto agli americani. Temo che Donald Trump non si farà sfuggire questo elemento per di dibattiti presidenziali e le primarie dei Repubblicani.

Ma andiamo avanti e vediamo come questo grafico
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ci mostri come gli ordinativi industriali Usa siano scesi ad agosto dell’1,7% su base mensile contro le attese del -1,2%, il peggior dato dal dicembre 2014 e il decimo mese di calo consecutivo. E se il calo maggiore è stato quello dei nuovi ordinativi legati alla Difesa, con un -24% (ma tranquilli, tra poco la Siria regalerà soddisfazioni al settore), questo grafico
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ci mostra come la ratio tra scorte e spedizioni stia gridando recessione.

E anche il mercato azionario Usa comincia a risentire per il re-coupling con la realtà macro, perché da un lato la metrica di Credit Suisse ci mostra come si sia tornati in modalità “panico”,
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mentre dall’altro il rischio di credito dell’investment grade è salito ai massimi da due anni a livello di ampliamento dello spread, rendendo più costosi i buybacks di massa da qui a fine anno, come ci mostra il grafico.
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Ma dalla lettura di vari dati macro relativi agli Usa, questo weekend ho scoperto anche altro. Ovvero che il rapporto tra Stati Uniti e Cina è sempre più simbiotico ma anche sempre più sbilanciato a favore di quest’ultima, la quale non solo sta giocando con le sue detenzioni di debito statunitense ma sta anche colonizzando di fatto il mercato immobiliare, ponendosi in una condizione di forza come mai prima. Ma partiamo dall’inizio, ovvero dal fatto che la Cina in luglio aveva acquistato altre 19,3 tonnellate d’oro, mentre nel contempo stava scaricando un ammontare record di Treasuries. Questo grafico,
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ci mostra come le riserve auree cinesi siano salite ancora in agosto, per l’esattezza di 520mila once o 16,2 tonnellate (tre volte il “registered gold” presente al Comex), portando il totale a 54,5 milioni di once o 1.694 tonnellate. Per mettere la questione in prospettiva geopolitica, solo Cina e Russia lo scorso mese hanno comprato 47 tonnellate d’oro sull’open market. Ma quest’altro grafico ci dice di più,
China_gold2
ovvero che nello stesso mese la Cina, attraverso il proxy belga di Euroclear, ha venduto 83 miliardi di Treasuries, di fatto utilizzando quelle riserve per comprare oro in una classica rotazione verso il bene rifugio e la modalità risk-off. A Washington non penso l’abbiano presa bene.

Ma c’è dell’altro. Grazie all’esenzione degli acquisti immobiliari dalle regole anti-riciclaggio, il real estate Usa è sempre più dipendente dagli acquisti di facoltosi cittadini stranieri. Questa tabella,
Cash_sales
ci mostra l’aumento record nel mese di agosto degli acquisti immobiliari cash in aree come Boston, Las Vegas, San Francisco, Seattle e New York. E indovinate di quale nazionalità sono la gran parte di questi compratori? Cinesi. Tanto che a Irvine, nel sud della California, l’80% delle nuove case lo scorso anno sono state comprate proprio da cinesi! Ma non basta. Sempre i cinesi hanno comprato il 32% delle case vendute a stranieri in California, il doppio rispetto ai canadesi, stando a dati del 2014 della California Association of Realtors (circa il 70% dei compratori internazionali, inoltre, paga cash).

Acquirenti dalla Cina, compresi Hong Kong e Taiwan, hanno speso 22 miliardi di dollari nell’immobiliare Usa nel primo trimestre dello scorso anno, su del 72% su base annua: siamo a 24 centesimi di ogni dollaro speso da acquirenti real estate stranieri. E per finire, il dato più importante: i compratori cinesi hanno pagato in media 523.148 dollari per transazione contro una media Usa di 199.575 dollari per case già esistenti e contro la media di 212.500 dollari dei compratori canadesi.

Insomma, acquirenti sempre più importanti per un settore strategico dell’economia Usa come il real estate, a rischio sia per l’impennata degli affitti in tutto il Paese, sia per la minaccia del rialzo dei tassi da parte della Fed. Ma dalla Cina gli Stati Uniti non hanno importato solo compratori di immobili ma anche i frutti del più classico ciclo di mal-investment legato al boom delle commodities, ovvero le “ghost town” come questa.
Ghost_town
Si trova a Williston in North Dakota, dove un complesso residenziale da 40 milioni di dollari si è tramutato in uno scheletro di cemento, visto che il driver di salari e creazione di posti di lavoro negli ultimi cinque anni non riesce più a supportare l’esplosione immobiliare e urbanistica legata proprio al ciclo di boom dello comparto petrolifero shale statunitense. America, 2015.

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