Scandinavia calling: la Svezia va all-in con il QE, la Norvegia punta dritta alla recessione

Di Mauro Bottarelli , il - 20 commenti

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Occupato ed estasiato come sono nel seguire e raccontare (indegnamente) le magnifiche sorti e progressive del QE della Fed (la quale nel suo meeting di ieri è tornata falco, rimuovendo dal comunicato la parte in cui si faceva riferimento agli accadimenti esterni come possibile freno alla crescita Usa, la quale avanza “con un passo moderato”) e della correlata strepitosa ripresa economica degli Stati Uniti, quasi mi stavo scordando di un altro paradiso della stamperia globale, la Svezia. La quale, dopo anni di lungimiranza, nel 2011 ha deciso di dare retta a Paul Krugman, schiantando i tassi e dando vita al proprio QE per stimolare l’inflazione.

Certo, la disoccupazione è calata ma l’inflazione non è affatto salita, come ci mostra il grafico,
Sweden_inflation
a fronte di una bolla immobiliare plasticamente rappresentata da questi due grafici.
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Insomma, siamo ai confini della realtà keynesiana, tanto che la scorsa estate l’attività onnivora della Riksbank, la Banca centrale svedese, andò a impattare pesantemente sulla profondità del mercato, spingendo gli investitori a riconsiderare il trade-off tra liquidità e benefici di un front-run degli acquisti e arrivando al paradosso di un rendimento che saliva in pieno QE, come ci mostra il grafico.
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Avranno cambiato idea? Nemmeno per sogno, dopo solo una settimana dall’impennata dello yield, ecco che il programma di acquisto della Banca centrale viene addirittura raddoppiato. Peccato che al netto di questa scelta, c’è da tenere sotto controllo l’apprezzamento della corona, anch’esso sgradito effetto collaterale di un QE che sembra gestito da Will Coyote, visto che la valuta svedese si è apprezzata di circa il 5% negli ultimi sei mesi, nonostante i tassi sotto zero. E adesso che Mario Draghi ha annunciato al mondo l’ampliamento del programma di QE della Bce e il taglio dei tassi repo, che fare?

Et voilà, ieri mattina Riksbank ha deciso l’aumento dei propri acquisti di debito sovrano per 65 miliardi di corone, arrivando a quota 200 miliardi, pur mantenendo i tassi repo fissi (almeno per ora) ai minimi storici in negativo, come ci mostra il grafico.
Sweden_Rate
Tanto per darvi un’idea di quale sia la situazione dopo questa decisione, basti dire che gli acquisti di debito governativo da parte della Banca centrale ora peseranno per il 34% dello stock totale! Insomma, per cercare di evitare l’apprezzamento della corona e quindi il fatto che l’inflazione vada in linea retta definitivamente, con la bolla immobiliare posata sulla sua spalla tipo gufo, la Riksbank sta azzardando un aumento degli acquisti che potrebbe portare a cortocircuiti come quello della scorsa estate, ovvero con lo yield che va in direzione sbagliata, dopo l’inversione dello scorso settembre, come ci mostra il grafico.
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Ma come ha reagito la corona all’annuncio di più QE? Come ci mostra il grafico
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è calata dello 0,3% sull’euro, salvo rimbalzare in maniera molto netta, segnale di come i mercati si aspettassero ancora di più come misure per aumentare l’inflazione: la follia ormai pervade il mondo, tutti vogliono più QE, non è mai abbastanza. Non ci credete? Cosa ne pensate di questo grafico,
Central_rates
il quale ci mostra i tassi di interessi applicati dalle varie Banche centrali o ancora meglio questa tabella,
Negative_yield
la quale ci mostra come, grazie alla Bce, oltre la metà degli emittenti di debito sovrano in Europa vedano i loro rendimenti a due anni in negativo! Di più, l’Italia ha emesso carta a un anno con yield negativo, ovvero il Paese in cui i dipendenti pubblici vanno a timbrare il cartellino in mutande e poi, invece di lavorare, vanno a farsi i fatti loro, viene pagato purché emetta preziosissimo e solvibilissimo debito!

Di più, le necessità di finanziamento di Stoccolma per il 2016 non riusciranno mai a tradursi in sufficiente offerta di carta per soddisfare la fame infinita della Riksbank, quindi toccherà ampliare la platea degli acquisti ad altro, ad esempio i bond municipali. E qui inizia la parte divertente. Nonostante tutti sappiano che, visto il volume di fuoco che la Bce comunicherà in dicembre, cercare di bloccare l’apprezzamento della corona significherà andare avanti con il QE per anni e anni, uccidendosi, in Svezia sono fiduciosi.

Il perché è presto detto. La Financial Supervisory Authority, l’autorità di controllo e vigilanza dei mercati, ha infatti comunicato alle quattro principali banche del Paese che devono smettere di pretendere che tutto il debito sovrano sia risk-free quando iscritto a bilancio. Per l’ente governativo, le banche non devono adottare modelli standardizzati di valutazione del rischio ma devono arrivare a un sistema di rating interno che assegni probabilità realistiche di perdite sugli assets, i quali devono comprendere anche i bond municipali. E sapete quali saranno i bond che potranno essere iscritti a rischio 0%? I bond governativi e quelli municipali svedesi, proprio quelli che Riksbank dovrà cominciare a comprare se vuole riuscire a raggiungere il suo obiettivo di acquisti per 200 miliardi di corone! Insomma, il debito governativo è tutto rischioso, tranne quello che sto comprando io!

Ma la Scandinavia rischia di diventare un vero e proprio laboratorio per quanto riguarda le manovre emergenziali, visto che come ci mostra questo grafico
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su elaborazione dei dati della Banca centrale norvegese, con il petrolio fermo in area 50 dollari Oslo rischia di entrare in una recessione che potrebbe portare i tassi, già ai minimi record, a zero e forse in negativo. In settembre Norges Bank ha tagliato i tassi allo 0,75% e ha dato al 50% la possibilità di un terzo intervento, mentre Handelsbanken prevede tre tagli nel 2016 e l’arrivo a zero entro la fine del prossimo anno.

Inoltre, questi due grafici
Norway_crisis4
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ci mostrano altrettante realtà. La prima è l’enormità del Fondo sovrano norvegese, la seconda è il fatto che per la prima volta nella storia il governo potrebbe attingere proprio alle risorse del fondo per tamponare i deficit venutisi a creare proprio per i mancati introiti dell’export petroliferi dovuti ai prezzi così bassi, tanto che si stima che gli inflows da attività petrolifere caleranno nel 2016 di 4 miliardi di corone, come ci mostra questo grafico.
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Di più, proprio ieri Norges Bank ha presentato il bilancio del terzo trimestre di quest’anno del Fondo sovrano, il peggior risultato a livello trimestrale da quattro anni a questa parte, quasi il 5%, come ci mostra questo grafico
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per le perdite legate a equities cinesi (-21,3%), dei mercati emergenti (-16,6%) e di Volkswagen. Insomma, il gigante c’è ancora ma andando avanti di questo passo potrebbero spuntare dei piedi di argilla.

Che fare? Solo martedì il governatore della Norges Bank, Oeystein Olsen, aveva negato che il board abbia discusso di tassi di interesse negativi, sottolineando come esistano ancora spazi di manovra dai tassi attuali. La questione però è la seguente: se la bolla immobiliare che proprio le scelte della Norges Bank hanno contribuito a far espandere dovesse scoppiare, come farà la Banca centrale a tamponare il fall-out (amplificato dai bassi prezzi petroliferi che incidono sull’economia del Paese) quando avrà esaurito la sua capacità contro-ciclica di tagliare i tassi a zero? Fossi in loro, chiederei consiglio a Radio24.

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