Energia e retail rischiano di fare il botto. Ma il detonatore sarà ancora l’avidità di Wall Street

Di Mauro Bottarelli , il - 10 commenti

Financial_crisis
Se i consumi non pesassero per il 70% del Pil Usa, ammetto che la mia attenzione verso questo comparto potrebbe risultare paraonoica ma visto che lo fanno, forse è il caso di approfondire. Ieri vi ho mostrato questo grafico,
Retail_joke
il quale mette in relazione il numero di occupati nel commercio retail e l’andamento dei titoli del settore, oggi e nella tarda primavera del 2007: come vedete, non è andata a finire bene. Ma proprio ieri sono usciti dei dati nuovi al riguardo, direttamente da Bank of America e dalla sua tracciatura di carta di credito e debito. Come ci mostra questo grafico,
BOFA_retail1
in ottobre le vendite in città come Atlanta e Washington DC, non proprio Avellino e Matera, sono crollate in maniera inaspettata rispetto alla media dei sei mesi precedenti, mentre Houston sta continuando nel suo trend di indebolimento, visto che il Texas sta vivendo un trend di assenza di crescita nelle vendite nominali ormai da mesi. In controtendenza, Boston e New York. Ma restando in Texas, questo grafico
BOFA_retail2
ci mostra come il crollo del prezzo del petrolio stia pesando molto sulle vendite al dettaglio, tanto che in aprile lo Stato è entrato ufficialmente in recessione. Le vendite sono cresciute dell’1,2% su base annua, quando solo nell’agosto 2014 viaggiavano su aumenti del 5,8%.

Ma quest’ultimo grafico di Bank of America
BOFA_retail3
appare il più interessante, visto che mette in relazione le spese al supermarket (implicito segnale del mangiare a casa, perché non ci si può permettere il ristorante) e quella per cenare fuori. Se le prime sono in calo costante da tre anni, le seconde solo recentemente hanno visto un crollo netto, di fatto offrendo una cartina di tornasole dello stato di salute della upper/middle class statunitense. Insomma, questo rallentamento “improvviso” non è da imputare alla migrazione dei consumatori dai negozi retail al commercio on-line ma alla debolezza del potere d’acquisto della classe media.

E a confermarci il non brillante momento dei consumi Usa ci ha pensato l’altro giorno la catena di grande distribuzione Macy’s, la quale dopo aver presentato la guidance e i dati di vendita ha visto il proprio titolo schiantarsi in area 40 dollari, il minimo dal febbraio 2013, come ci mostra il grafico.
Macy1
Il quale però ci mostra anche il prezzo medio in cui sono stati operati i buybacks azionari da parte del management di Macy’s negli ultimi tre anni, il cui unico risultato sui conti è stato un aumento del carico di debito per finanziarli, tale da portare il credit default swap a 5 anni al livello che ci mostra il grafico
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e con il titolo azionario a picco. Solo nell’ultimo trimestre, Macy’s ha speso 900 milioni di dollari in riacquisto di propri titoli a un prezzo media di 53,89 dollari, un perdita secca di 230 milioni.

Ma questo ci consente di entrare nella seconda parte dell’articolo, strettamente connessa alla prima ma, se possibile, ancora più preoccupante. Questi due grafici
Macy3
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parlano più di mille parole e ci dicono a cosa servono i buybacks azionari: a garantire il pagamento dei dividendi agli azionisti e soprattutto i bonus ai manager, il tutto manipolando proprio con i riacquisti i multipli di utile per azione del titolo e il suo valore azionario, abbassando il flottante. Uno schema Ponzi in piena regola, tanto che Bloomberg ha fatto notare come 11 delle 15 società non finanziarie che hanno speso maggiormente in buybacks lo scorso anno vedevano le retribuzioni di CEO e manager legate proprio all’utile per azione o al total return per gli azionisti. Insomma, dividendi e stipendi alle stelle, questo nonostante il calo delle vendite, come certifica Macy’s.

E lo scenario più inquietante è rappresentato da questo grafico,
Buybacks_debt
dal quale si evince che a partire dal 2000 ogni singolo dollaro ottenuto dalle aziende quotate Usa attraverso le emissioni di debito è stato utilizzato per buybacks! Di più, nei fatti la correlazione è quasi perfetta a partire addirittura dal 1990. Guardate però gli andamenti 2005-2008 e 2010-2015: bolla totale e come sia andata a finire nel primo caso, al netto dei subprime, lo sappiamo tutti. Ora però i buybacks stanno calando ma il debito, proprio come mostra il grafico, è ai massimi di tutti i tempi. A Wall Street piace proprio scherzare col fuoco pur di far soldi.

D’altronde, stiamo parlando di un mercato azionario strano. Se infatti la spina dorsale di Wall Street è composta dall’acronimo FANG (Facebook, Amazon, Netflix, Google), ora a questo quattro titoli-traino si è unito un nuovo gruppo, denominato NOSH (Nike, O’Reilly, Starbucks, Home Depot). E sapete perché è importante saperlo? Ce lo dice il grafico,
Big_eight
perché senza questi otto titoli da inizio anno l’indice S&P’s 500 sarebbe in rosso. E, come noterete, quei titoli sono legati parecchio alle dinamiche di consumi e vendite al dettaglio. Ma c’è di più, perché se con la chiusura in negativo di ieri, lo Standard&Poor’s è effettivamente in rosso dello 0,6% da inizio anno, questo grafico
S&P_reload
ci ricorda come alcuni precedenti, a volte, siano lì pronti a trasformarsi in sgradevoli deja vù.

Ma attenzione, perché come ci mostrano questi grafici,
EBITDA1
EBITDA2
ovviamente l’aumento del leverage e del numero di buybacks rappresenta un rischio e potrebbe sostanziarsi in un incubo per le aziende Usa ma c’è di peggio. Il rischio reale, infatti, risiede nella dinamica che vede crescere il debito su base sia relativa che assoluta ma soprattutto, come ci mostra questo grafico,
EBITDA3
che vede l’EBITDA (o cash-flow) in calo nell’ultimo anno, sia per le aziende con rating investment-grade che high-yield. Di più, se le cosiddette “junk companies” hanno visto la loro EBITDA in calo costante negli ultimi 5 anni, il grande punto di svolta è stato a inizio 2014, quando anche il livello dell’investment grade è cominciato a scendere costantemente. Il potenziale rischio è che aziende con disperato bisogno di cash abbiano solo due strade: il mercato obbligazionario, che molto facilmete sbatterà loro la porta in faccia oppure vendere equity. Pensate che i detentori di quei titoli non tenteranno il front-run alla ricerca di compratori, fino a quando il giochino non sarà noto a tutti? E boom!

Attenzione, poi, perché quel momento potrebbe non essere lontanissimo, almeno per un settore chiave. Come ci mostra questo grafico,
Energy_risk1
il rischio di credito del comparto energetico Usa negli ultimi tre giorni ha registrato il balzo in avanti maggiore dal dicembre 2014, risalendo oltre 1000 punti base. Insomma, il mercato sta operando un drammatico repricing del rischio di default per le aziende del comparto energy. E c’è un motivo. Quattro aziende, le quali siedono si un combinato di debito da 4,8 miliardi di dollari, l’altro giorno hanno detto chiaramente che potrebbero andare a zampe all’aria dalla sera alla mattina nel futuro prossimo. Si tratta della Penn Virginia Corp., della Paragon Offshore Plc, della Magnum Hunter Resources Corp. e della Emerald Oil Inc. e per tutte il problema è il prezzo del petrolio che sta operando uno squeeze sulla capacità di accedere al credito.

Questo grafico
Energy_risk2
ci mostra quanto è grave e potenzialmente imminente il rischio, visto che su calcoli della Marathon Asset Management, se il petrolio resterà sotto quota 60 dollari, nei prossimi due, tre anni il tasso di default per le aziende energetiche high-yield salirà fino al 25% a livello cumulativo! Un quarto del totale! Nessuno mette più nuovo capitale nel business dell’energia, in parole povere e c’è da capirli: avendo riversato qualcosa come 14 miliardi di dollari in bond energetici ad alto rendimento negli ultimi sei mesi, i malcapitati oggi siedono su perdite che hanno già raggiunto 2 miliardi di dollari, stando a dati di Bloomberg.

E ricordate un’altra cosa: il settore energetico pesa per più di un quarto dell’intero mercato obbligazionario high-yield americano, lo stesso che da settimane sta tradando sul livello cosiddetto “distressed”. Potrebbe non finire bene.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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