Falliti i vari QE, sarà la guerra permanente all’Isis a evitare una nuova recessione?

Di Mauro Bottarelli , il - 14 commenti

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Dopo l’attentato di Parigi e le pessime performance della Borse mediorientali di domenica, ieri ci si attendeva sui mercati il più classico dei Black Monday: non è andata così, anzi il Dow Jones ha chiuso con un guadagno in tripla cifra. Per un semplice fatto: il Giappone – o nella fattispecie, l’ennesima riprova del fallimento di Abenomics – ha piazzato sul tavolo da gioco dei casinò globali il seguente risultato,
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ovvero la quinta recessione! Su base annua il Pil del terzo trimestre si è contratto dello 0,8%, mentre rispetto ai tre mesi precedenti dello 0,2%. Di più. la spesa per business nel Sol Levante si schiantata del 1,3% su base trimestrale, il peggior calo dal secondo trimestre del 2014! E con le spese per i consumi a questo livelli,
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appare palese che l’unica soluzione adottata dal dinamico due Abe-Kuroda sarà più QE, scelta che si sostanzierà con la prosecuzione del trend che ci mostra questo grafico.
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Insomma, si torna al mantra di sempre, “bad news is good news” e chissenefrega dell’Isis. Tanto più che mentre Barack Obama dal G20 di Antalya spiegava al mondo come combattere Daesh, la lettura Empire Fed Manufacturing per il quarto mese di fila e per il nono mese su dieci si schiantava, come ci mostra il grafico.
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Un sobrio -10.74 contro le attese di -6.34, risultati che l’economia Usa non aveva mai conosciuto al di fuori di una recessione ufficiale. E come ci mostra quest’altro grafico,
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anche i sotto-indici si sono affossati, con l’average workweek ai minimi da luglio 2011, i nuovi ordinativi in contrazione da sette mesi e l’outlook ai minimi dell’anno. Recessione?
Ma se tutto questo bagaglio di disgrazie macro tampona i contraccolpi del terrorismo, la realtà sottostante è altra: la scorsa settimana le equities europee erano sotto del 3%, mentre lo Standard&Poor’s 500 ha perso il 3,6%: insomma, vendite su larga scala, spread di credito in aumento, calo della domanda di debito ad alto rendimento e muni-bond e deleverage generale. Ma a preoccupare è soprattutto questo,
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ovvero la profondità del mercato vicina ai minimi storici, un trend che ricorda a molti quello degli ultimi anni della bolla tech. Oggi come oggi lo S&P’s 500 viaggia su multipli di utile per azione di 16.3x, quasi ai livelli massimi proprio della bolla tecnologica.

E che dire di questo grafico,
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il quale ci mostra plasticamente come il mercato equity Usa sia solo un enorme schema Ponzi che si basa sulle performance di dieci aziende, le quali hanno guadagnato l’equivalente delle perdite delle rimanenti 490 da inizio anno! Il tutto in un ambiente che vede svanire l’effetto driver dei buybacks, come ci mostra il grafico
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e che vede un altro gigante della grande distribuzione come Nordstrom andare a contabilizzare perdite rispetto ai prezzi di riacquisto dei propri titoli, esattamente come Macy’s, come ci mostrano questi grafici.
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Per Luke Bartholomew, investment manager alla Aberdeen Asset Management, “la vera preoccupazione riguardo alla liquidità è che si comporta come un cattivo amico, C’è quando non ne hai particolare bisogno ma appena ti serve, sparisce”. Un altro deja vù.

D’altronde, cosa ci volete fare, è il mercato delle sovra-valutazioni nato dalla politica a tassi zero della Fed. Sapete ad esempio che l’indice MSCI greco e la catena di articoli per la casa Bed, Bath and Beyond hanno la stessa capitalizzazione di mercato? Eh già e questa infografica di Bank of America
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mette bene in prospettiva la follia generale, paragonando il market cap di alcune grandi aziende Usa con quello del flottante libero degli indici valutari dei Paesi emergenti. Un mercato sano e bilanciato?

Il tutto in un Paese che ci mostra questi dati macro.
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Recessione, punto e basta. Quindi il Giappone è schiantato e gli Usa si stanno avvicinando a grandi passi.

E la Cina, altro grande driver della crescita che fu, come sta? Così.
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Uniamo al quadro generale la crescita a dir poco anemica dell’eurozona, carica però di debito a livelli quasi insostenibili e abbiamo un bel quadro generale dell’economia mondiale. Una bella recessione globale, cui potrebbe unirsi a breve un crash azionario, come ci mostra questo grafico,
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dal quale si nota che oggi il trend di titoli azionari, salari e vendite al dettaglio reali negli Usa è molto simile a quello del 2001 e 2008.

Ma il redde rationem sta per arrivare. Il 3 dicembre la Bce annuncerà l’implementazione del piano di QE e lo farà partendo da presupposti come quelli rappresentati dal grafico,
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il quale ci mostra come ieri il rendimento del Bund a 2 anni sia arrivato in negativo di 38 punti base. Ma tranquilli, per il membro del board, Benoit Coeure, “la Bce non vede prezzi degli assets sovra-valutati, mentre vede piccole bolle in alcuni mercati”. Viene da chiedersi quali, visto che stanno per annunciare l’annuncio di bond municipali.

Il 4 dicembre invece a Vienna si riunisce l’Opec per decidere della produzione petrolifera e quindi del prezzo al barile e questo grafico
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ci dice che ci sarà poco da scherzare, visto che ieri per la prima volta da febbraio 2009 il prezzo dell’Oil Basket dell’Opec ha tradato in area 39 dollari, salvo poi rimbalzare insieme agli indici Usa. E poi il gran finale, il 16 dicembre toccherà infatti alla Fed deciderà cosa fare sui tassi di interesse. E’ in arrivo un bel regalo di Natale per i tossicodipendenti da QE? Chissà, certo il fatto che ieri l’Isis abbia diffuso un video in cui minaccia di attaccare Washington DC invita alla cautela e scoraggia mosse azzardate in economia e politica monetaria.

Di certo, nella sua inspiegabile tragicità ed efferatezza, la strage di Parigi ha cambiato molti equilibri politici e offerto un bell’assist a chi spera in una nuova lotta al terrore globale, non ultimo un aumento strategico delle spese militari come driver del Pil, il più classico warfare e di quelle legate alla sicurezza in generale, tanto che ieri Francois Hollande, parlando davanti al Parlamento francese, ha annunciato assunzioni in massa nella Gendarmeria e negli altri comparti strategici. I vincoli europei su spesa e deficit? Nessuno aprirà bocca davanti a 130 morti. D’altronde, perché rischiare di far scoppiare la terza guerra mondiale quando, esattamente come con Al Qaeda, si possono scaricare i propri Frankenstein sfuggiti al controllo e combatterli tutti insieme appassionatamente in una guerra permanente? Altrimenti non si spiegherebbe perché si sta forse bombardando il Paese sbagliato,
Isis_tweet
uno che fa parte dello stesso G20 chiamato a dare una risposta alla minaccia terroristica e che è da sempre il principale finanziatore della stessa. Cui prodest, è sempre questa l’unica domanda da porsi.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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