Il commercio globale si è schiantato. E l’export di deflazione spiana la strada alla nuova recessione

Di Mauro Bottarelli , il - 26 commenti

Greece_boom
Presi come siamo a cercare di capire cosa farà la Fed tra poco più di un mese, rischiamo di non renderci conto di un qualcosa che è già nei fatti: una seconda recessione globale. Partiamo da questo grafico,
Import_prices1
il quale ci mostra come l’esportazione di deflazione a livello mondiale stia proseguendo, visto che i prezzi dell’import Usa sono scesi dello 0,5% su base mensile a ottobre, la settima delusione delle aspettative da inizio anno. Ma questo secondo grafico
Import_prices2
ci dice dell’altro, ovvero che su base annua il calo è addirittura del 10,5% contro il consensus di -9,4%, il peggior risultato da aprile e in area di debolezza massima del ciclo. Di più, è il 15mo mese di fila in cui si registra un calo del prezzi dell’import su base annua.

Ma qualcuno ha suonato l’allarme l’altro giorno, sottolineando l’andamento del commercio globale: l’Ocse stima infatti l’interscambio mondiale in progresso solo del 2% quest’anno, la metà del 3,9% prospettato a giugno e del 3,6% nel 2016 (contro il 5,3%), con una ripresa a +4,8% solo nel 2017, come ci mostra questo grafico,
Trade_global
il quale ci ricorda come normalmente il commercio cresca del doppio rispetto al livello del Pil. “Il commercio mondiale è un’importante spia dell’andamento dell’output globale. I tassi di crescita dell’interscambio osservati finora nel 2015, nel passato sono stati associati a una recessione globale”, scriveva nell’editoriale dell’outlook la capo-economista, Catherine Mann. E a differenza che nel 2012-2013, quando la debolezza dell’interscambio veniva dai Paesi avanzati, ora il problema sta nei Paesi emergenti.

Bene, vediamo un po’ di capire se questo allarme è davvero fondato. Normalmente questa stagione dell’anno vede la domanda in rialzo, tanto che un indicatore come il Baltic Dry Index tende a salire tra la metà dell’estate e la festa del Ringraziamento. Quest’anno no, come ci mostra questo grafico
Baltic1
e al livello attuale di 631, il dato di novembre è il più basso per questo mese dell’anno e non è distante dai minimi storici assoluti, come ci mostra quest’altro grafico.
Baltic2
Insomma, siamo al disastro totale per commercio mondiale e crescita economica.

E altri dati ce lo confermano. Come ad esempio questo grafico,
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relativo il dato dei container cinesi tracciato dal China Containerized Freight Index, il quale lo scorso 30 ottobre è crollato al minimo storico di 744,44. E che dire di questo altro grafico,
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il quale ci dimostra come un terzo di tutti i container in partenza dai porti di Los Angeles e Long Beach prendano il mare vuoti.. Non vi basta, ci sono i treni, come ci mostra questo grafico
Baltic4
visto che stando a dati Reuters il crollo del trasporto merci su rotaia negli Stati Uniti nel secondo trimestre di quest’anno è stato del 7% su base annua. Cosa significa? Semplice, che larga parte dell’economia industriale è già oggi in recessione.

E veniamo ai camion, i bisonti della strada che solcano le autostrade Usa carichi di merci. Insomma, mica tanto, perché come ci mostra questo grafico
Baltic5
il dato di settembre appare a dir poco sconsolante rispetto a quello del 2014 e anche del 2013. La load-to-truck ratio segnala cambiamenti nel mercato che sono solitamente riflessi nei costi di carico e trasporto. Bene, dalla fine dello scorso anno quella ratio è stata costantemente in calo, con ogni mese del 2015 che l’ha vista al di sotto del livello dell’anno precedente. Addirittura in luglio, agosto e settembre la ratio ha toccato il minimo record da anni dell’1.8, mentre a settembre il calo su base annua si è sostanziato in un crollo del 42%.

E attenzione, perché il trasporto su gomma negli Usa è un termometro fondamentale dell’economia reale, perché non traccia le spese per consumi come affitti o tasse scolastiche ma import ed export, manifattura, distribuzione, vendita al dettaglio e altri settori critici. E questo rallentamento sempre più marcato parla una lingua sola, quella di una nuova recessione alle porte, alla faccia dei 271mila occupati in più nel mese di ottobre.

Ma potrebbe esserci di peggio, perché se mai la Fed dovesse davvero alzare i tassi a dicembre, quei mercati emergenti che l’Ocse vede come freno all’interscambio commerciale, vedrebbero i loro carichi di debito aumentare con il rafforzamento del dollaro. Tanto più che proprio ieri il Commodity Index di Bloomberg ha toccato i minimi da sedici anni, come ci mostra questo grafico.
Commodity_index
E a mettere il carico da novanta su una situazione già precaria, ci pensa quest’ultimo grafico,
EM_Outflows
dal quale si evince che nel secondo e terzo trimestre di quest’anno gli outflows di capitali da quei Paesi hanno già superato il mezzo trilione di dollari, una fuga di capitale che la stessa JP Morgan ha definito “senza precedenti”, visto che ai 360 miliardi che hanno abbandonato la Cina in sei mesi, si sono uniti i 210 spariti dagli altri emergenti. Ma tranquilli, stavolta è diverso. E lo è per una ragione semplice, come ci mostra questo grafico.
EM_corporate
Ovvero, perché il debito corporate nei mercati emergenti è a quota 23,7 trilioni di dollari, stando a dati dell’Institute of International Finance (IIF), cinque volte il livello di una decade fa. In termini relativi, è passato dal 57% del Pil della fine del 2005 all’attuale 89%. Tirando le somme, il debito totale dei mercati emergenti ora è al 195% del Pil. Vedete, è proprio diverso questa volta.

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