Il giorno del Ringraziamento porta in dono un bel tonfo per l’economia Usa. E un taglio del Pil

Di Mauro Bottarelli , il - 8 commenti

China_crazy
Per il secondo giorno di fila mi tocca occuparmi della strepitosa ripresa economica Usa e lo faccio non per sadismo ma perché ieri sono usciti una valanga di dati macro, alcuni anticipati in vista della festività odierna del giorno del Ringraziamento. Prima di cominciare, però, mi permetterete due righe di chiarimento. Più di una volta, l’ultima ieri, trovo commenti ai miei articoli sull’economia statunitense di questo tenore, “E la Russia, allora?”.

Dunque, non sono russo, non lavoro per un’azienda russa e non sono pagato dal governo russo per screditare la narrativa obamiana del boom economico: lo faccio perché è il mio lavoro. E, soprattutto, per una ragione semplice: che la Russia sia in recessione lo sanno anche i sassi, che l’America ci stia entrando no, visto che la quasi totalità di giornali e telegiornali sposa la retorica della ripresa, in alcuni casi sfondando abbondantemente il muro del ridicolo. Inoltre, la Russia non mi pare che venga additata da nessuno come modello economico da seguire, mentre gli Usa e le loro ricette subprime e stampa-soldi, sì. Infine – e più importante – la Russia non vuole imporsi come modello, gli Usa sì. E francamente di statalismo e capitalismo sussidiato mi bastano quelli italiani, non ho bisogno di Obama e della Fed. Tanto vi dovevo.

Veniamo ora alle magnifiche sorti e progressive dell’economia a stelle e strisce, partendo dal settimo mese di contrazione consecutivo per i nuovi ordinativi di beni durevoli, scesi dell’1% su base annua, un qualcosa mai successo al di fuori di una recessione. E se su base mensile il dato sale del 3% contro le attese dell’1,7%, questo grafico
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ci mostra come il merito sia unicamente di Boeing, visto che escludendo l’aerospaziale il dato dello shipment cala dello 0,4%, mentre gli ordini Core CapEx restano piatti
Capital_goods2
ma il dato principale preannuncia recessione.
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Ma veniamo ora quest’altro dato, ovvero il fatto che il PMI per il settore dei servizi è cresciuto al massimo da aprile, portando una lettura di 56.5, mentre il dato della manifattura è ai minimi da due anni. Bene, guardate la correlazione del grafico:
PMI_divergence
l’ultima volta che la divergenza tra i dati dei due settori è stata così ampia, il comparto servizi poi è completamente collassato. Era il terzo trimestre del 2013, ring any bells?

Ma veniamo ora ai consumi, i quali giova sempre ricordare che incidono solo per un sobrio 70% sul Pil statunitense. Sempre ieri la BEA ha reso noto che il reddito personale e le spese personali a ottobre sono cresciuti rispettivamente dello 0,4% e dello 0,1%: il primo dato è in linea con le aspettative, mentre il secondo era atteso a +0,3% ed è la prima volta dal luglio 2012 che questa voce fallisce le aspettative, come ci mostrano i grafici.
US_consumer1
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Ma un dato interessante ci viene, come al solito dalle revisioni. Questo grafico
US_consumer3
ci mostra infatti il pesante decoupling a cui si è andati incontro dopo che il tasso di risparmio personale a ottobre è salito del 5,6% contro il dato originale di settembre del 4,8%, rivisto poi al rialzo al 5,3%. Mentre questo altro grafico
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mostra come quel tasso di risparmio sia al livello del 2012, sintomo che non vi sia particolare propensione alla spesa da parte dei consumatori.

E se questo grafico,
US_consumer7
ci mostra come ci sia una vaghissima confusione riguardo il dato della fiducia dei consumatori tra gli istituti che lo tracciano, quest’altro
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relativo al comfort dei consumatori mostra una dato interessante: tra i più sfiduciati ci sono gli elettori democratici (ovvero di Barack Obama, ovvero gente che ha il suo partito alla guida della nazione) e i lavoratori a tempo pieno, quelli che dovrebbero avere meno preoccupazioni all’interno del mondo del lavoro. Fate un po’ voi.

In compenso, chi ha preso molto seriamente i dati riguardo i consumi è stata la Fed di Atlanta, la quale – preso atto del tasso reale di spesa per consumi sceso dal 3,1% al 2,2%, come certificato dal Bureau of Economic Analysis – ha abbassato le stime per il Pil del quarto trimestre dal 2,3% del 18 novembre all’1,8% di ieri, come ci mostra il grafico del GDPNow.
GDP_Now
Con questa lettura, il dato del tracciatore in tempo reale della Fed di Atlanta è a metà del consensus generale, questo ricordando come storicamente il GDPNow sia sempre risultato più accurato di altri indicatori nel prevedere l’andamento reale della crescita economica. E manca ancora una bella quantità di dati macro da qui a fine anno.

E veniamo ora alla disoccupazione, per la precisione ai sussidi. Se quelli iniziali sono scesi di 11mila unità a quota 260mila, un livello così basso che non si vedeva dal 1973, questo grafico
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ci mostra come le richieste continuative, invece, siano salite del 2,85% nelle ultime quattro settimane, l’incremento più veloce dal luglio 2013 e, come ci mostra questo altro grafico,
US_jobless2
completamente contrario al trend storico stagionale per questo periodo.

E veniamo a un altro grande indicatore dell’economia Usa, ovvero la casa. La vendita di nuove case si è fermata a 495mila unità contro le 505mila attese e, oltretutto, il dato scomposto vede solo 146mila case completate vendute, mentre 172mila sono in costruzione (il dato più basso da inizio anno) e 177mila addirittura da cominciare a costruire. E se il prezzo medio delle case continua a scendere, portando a questa dinamica rispetto alle vendite,
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questo altro grafico
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ci mostra come in base al report della FHFA i prezzi delle case in America lo scorso settembre siano saliti dello 0,8% contro le attese dello 0,4%, l’aumento su base mensile maggiore dal picco del marzo 2013. Tutto bene, vero?

E siccome voglio sgomberare il campo da ogni possibile sospetto di accanimento ideologico (giuro che metto anch’io i jeans e uso scarpe da ginnastica Usa, non mi vesto come un funzionario del Kgb o della Stasi), utilizzerò ora i dati di un’istituzione che non penso possa essere tacciata di anti-americanismo, trattandosi di Goldman Sachs. La quale ha voluto dare un’occhiata più approfondita al traffico commerciale Usa e non ne è rimasta particolarmente impressionata in positivo. Partiamo da qui,
GS_ freight1
ovvero dal dato del trasporto su rotaia, calato su base mensile del 3% rispetto all’anno precedente. Ed ecco poi il dato del trasporto su gomma,
GS_freight2
quattro volte più grande di quello su rotaia sulla base del valore del dollaro della produzione lorda. Il messaggio è simile, visto che il Truck Tonnage Index dell’American Trucking Association, dopo aver messo in atto una ripresa più che buona dall’inizio del 2009, ha visto la propria crescita rallentare nell’ultimo anno: nel terzo trimestre di quest’anno siamo a +1,7%, contro il +4,2% del quarto trimestre del 2014 e il +9% del quarto trimestre del 2013.

E vediamo il trasporto aereo,
GS_freight3
per l’esattezza la ratio “ton-miles cargo” (ovvero 2000 libbre o 907 chilogrammi di merce trasportata via cargo per un miglio), divisa per operazioni interne e internazionali. C’è un calo del 3% nell’ultimo anno, con un -6% nelle spedizioni estere e un +1% in quelle domestiche. E infine il trasporto navale, con il dato dei porti.
GS_freight4
Mensilmente viene diffuso il dato del volume di carico inbound e outbound dei container da spedizione, di fatto uan cartina di tornasole del commercio globale. Nell’anno conclusosi lo scorso ottobre, il traffico totale è calato dell’1,2%, con un +0,6% nei container inbound e un -4,3% in quelli outbound: quest’ultima categoria riflette direttamente l’attività commerciale con l’Asia (70-90% dei porti più grandi della West Coast e circa il 35% del porto di New York/New Jersey), quindi segnala una domanda a dir poco tiepida di beni Usa da parte di quella regione.

Questi altri due grafici,
Port_empty1
Port_empty2
spiegano meglio la situazione, visto che un terzo di tutti i container che partono da Long Beach lo fanno completamente VUOTI. Di solito, infatti, quei container arrivano nei porti Usa, vengono scaricati e poi riempiti di prodotti agricoli, alcuni beni di lusso o comunque per consumatori high-end e, soprattutto, residui di lavorazione che vengono poi riciclati in Cina per divenire prodotti o confezionamenti. Uno su tre, invece, parte vuoto.

Sono io anti-americano o sono gli Usa che la ripresa economica se la sognano, almeno nei toni trionfalistici che ci hanno spacciato fino ad oggi? Domani sarà un bel banco di prova, perché il tradizionale shopping di massa del “Black Friday” fornirà un utile indicatore delle vendite al dettaglio, vero motore dei consumi. Ma se ieri il blog del Wall Street Journal, non la Pravda, pubblicava un articolo dal titolo “Retailers ring alarm bells for the holiday season”, forse qualche piccola preoccupazione per la stagione solitamente più redditizia dell’anno c’è. Altro sintomo di grande ripresa e benessere?

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