La Fed non alzerà i tassi a dicembre. E non per la minaccia dell’Isis, basta che si guardi in casa

Di Mauro Bottarelli , il - 29 commenti

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E anche le minute della riunione di ottobre del comitato monetario della Fed, rese note ieri, confermano come negli Stati Uniti il timore per un rialzo dei tassi sia arrivato al culmine. Nonostante i membri del FOMC dicano di “voler convenire sul fatto che un rialzo per dicembre potrebbe essere appropriato”, nello stesso documento troviamo subito dopo una smentita e una contraddizione. Si parla infatti di alcuni membri della Fed, i quali ritengono “improbabile che si raggiungano le condizioni per un rialzo a dicembre” ma soprattutto si ribadisce che “la decisione al riguardo dipende dai dati macro”.

Strano, perché poche ore prima della pubblicazione, il presidente della Fed di New York, Bill Dudley, aveva dichiarato che il rialzo dei tassi non dipendeva dai dati, quanto dal grado di fiducia della Fed nei confronti dell’economia Usa. Intendeva parlare di questo?
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Perché se così fosse, riparliamone con comodo a fine 2016. Inoltre, nonostante l’incontro di cui abbiamo letto le minute sia stato precedente al fantasmagorico dato degli occupati non agricoli di ottobre, se fino a due mesi la Cina e mercati emergenti venivano definiti “preoccupazioni per la stabilità globale da monitorare”, come la mettiamo ora con la questione Isis? Non preoccupa? Questo grafico
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ci dice che l’indice di volatilità potrebbe tornare a salire da qui a dicembre, lasso di tempo durante il quale – oltretutto – verranno pubblicati moltissimi dati macro, non ultimo quello sui non farm payrolls di novembre, atteso prima del meeting della Fed del 16 dicembre.

Tranquilli, non alzano. E non tanto per l’Isis o l’instabilità globale, perché gli americani quando devono tutelare i loro interessi sono maestri e per capire che non è periodo di azzardi gli è bastato dare un’occhiata nell’orticello di casa. Eh già, perché la giostra della ripresa Usa non manca di offrirci sempre nuovi spunti di gaudio e ammirazione. Come questo,
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ad esempio, ovvero il calo nel mese di ottobre della produzione industriale di un altro 0,2%, dopo il medesimo risultato a settembre e contro le attese di un +0,1%. Si tratta del nono mese su dieci in cui si registra un calo, con i principali driver al ribasso tra utilities (-2,5%) e minerari (-1,5%). Ma è prendendo il dato su base annua, come fa questo grafico,
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che la situazione assume una prospettiva diversa: con un misero +0,34% siamo ai minimi da gennaio 2010, un risultato che l’economia Usa non ha mai vissuto al di fuori di un ciclo recessivo ufficiale. Ah già ma gli Usa sono un’economia di servizi…

Come ricorderete, quando il BLS rese noto l’ultimo dato record sull’occupazione non agricola, scomposi quella lettura e scoprii che la dinamica salariale in crescita era garantita da un’unica categoria, quella delle costruzioni e che quindi il dato di novembre sarebbe stato una buona cartina di tornasole per capire le scelte della Fed. Bene, quel dato non è ancora disponibile ma questo grafico
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ci mostra come l’Homebuilder Sentiment, salito in ottobre ai massimi da 10 anni a quota 65 (rivisto al rialzo da 64), questo mese sia sceso a 62, il primo calo dal maggio scorso. Il problema sta, come quasi sempre, nel sotto-indice, visto che sia le aspettative attuali che future di vendita sono scese e non di poco. Deja vù del 2013?
Forse, perché a stretto giro è stato pubblicato anche il dato “Housing starts” collassato a ottobre dell’11%, la lettura più debole da marzo e la peggior delusione delle aspettative da febbraio, come ci mostra il grafico.
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In compenso, i permessi per costruzione sono saliti del 4,1% dopo essere calati del 4,8% a settembre ma questo grafico
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che compara questo balzo in avanti con la caduta libera del prezzo del legno da costruzione, ci instilla il dubbio rispetto a un complotto di unicorni.

Ma veniamo all’inflazione. A settembre il Core CPI aveva registrato l’incremento maggiore dal giugno 2014, mentre questo grafico
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ci mostra come in ottobre, escludendo cibo ed energia, sia salito dell’1,9% su base annua, mentre sempre in base a questa metrica il Broad CPI sia salito dello 0,2%, il massimo da dicembre scorso. Ma anche qui, tocca guardare i sotto-indici per capire: le voci più importanti, come ad esempio i prezzi di auto nuove e usate, sono tutte calate ma a operare un massiccio off-setting sono state due categorie: cure mediche (0,7% su base mensile e 3% su base annua) dovute alle spese obbligatorie di Obamacare e la casa (+3,2%), ovvero gli affitti. Questi tre grafici
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mettono in prospettiva il capolavoro che Obama e Fed hanno confezionato per le tasche della classe media statunitense, mentre questi altri tre
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sembrano voler parlare al futuro, ovvero alle giovani generazioni che vivranno in un’America con il tasso di proprietari di casa più basso dalla fine degli anni Ottanta, con il tasso di statunitensi uomini e donne tra i 18 e i 34 anni che ancora vivono con i genitori al livello rispettivamente degli anni Quaranta e Trenta e con il tempo stimato per i cosiddetti “millennials” prima che il costo mensile del mutuo scenda sotto il 31% del loro reddito che a Boston è superiore a 6 anni!

Ma che noia i dati macro, passiamo alla carne vive del sistema americano, ovvero le aziende. Nel presentarvi questo grafico
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non trovo di meglio che ricorrere alle parole che da bambino sentivo dire guardando il cartone animato di Superman, ovvero “E’ un uccello? E un aeroplano?”. No, è il ciclo del debito delle corporations Usa, ovvero il famoso cetriolo globale di guzzantiana memoria. Già, perché questo grafico ci mostra come quelle imprese siano diventate tossicodipendenti da tassi a zero: si vende debito cheap, ci si finanzia a bassi costi e così si può dar vita a buybacks azionari e processi di fusione e acquisizione. C’è un problema però: se la Fed alza i tassi, cosa succede a quel debito corporate? Di più, quante corporations Usa, dopo anni e anni di bella vita, sarebbero in grado di sopravvivere in un ambiente di tassi normalizzati?

Ma sempre restando in ambito di aziende, ecco quale rischia di essere il vero driver della prossima crisi, se davvero Janet Yellen opererà il rialzo. Stando all’ultimo sondaggio di Bank of America tra i manager di fondi, l’81% degli interpellati si attende a dicembre il primo rialzo dopo 83 mesi di ZIRP, in netta salita dal 47% del mese scorso. Ma questo grafico,
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sempre relativo all’ultimo Fund Manager Survey (FMS) di Bank of America, ci mostra come la maggioranza degli intervistati ritenga come il trade più affollato in questo periodo sia il long sul dollaro. Sintomo che la minima delusione da parte del FOMC tra poco meno di un mese potrebbe sostanziarsi in un crollo epico del biglietto verde. Dispiacerebbe agli Usa?

No e questo primo grafico
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ci spiega il perché, visto che il Trade-Weighted US Dollar – ovvero il valore del dollaro contro le valute estere, in base a quanto competitive sono le merci degli Stati Uniti rispetto a quelle provenienti da altri Paesi – si è apprezzato del 19% negli ultimi 18 mesi, il tasso di rivalutazione più veloce di sempre e oggi al livello massimo dal 2003. E questo non è esattamente un bene per i profitti corporate americani, soprattutto se guardiamo questo altro grafico
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il quale ci fa capire che l’impatto della rivalutazione del dollaro potrebbe essere soltanto all’inizio e che questo potrebbe essere l’effetto di un +10% sull’export netto statunitense. E il modello ci dice che oltre la metà dell’effetto contrario di un dollaro forte andrebbe a concretizzarsi sul Pil in un orizzonte di oltre un anno. E chi sarebbe colpito maggiormente? Ce lo dice questo altro grafico,
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senza bisogno di altri commenti.

E i dirigenti di queste aziende non stanno ignorando il problema, visto che come ci mostra questo grafico
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18 su 23 compagnie quotate allo Standard&Poor’s 500 hanno accusato il “dollaro forte” di avere un impatto negativo sugli utili negli esercizi del terzo trimestre. C’è però un rischio e ce lo mostra questo altro grafico,
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il quale ci fa vedere come sia i buybacks che le stime un po’ allegre sui multipli di utile per azione abbiano mantenuto finora in vita il sogno di un dollaro non troppo penalizzante verso Asia e mercati emergenti ma a un certo punto appare inevitabile – a meno che la Fed non faccia una capriola di 180 gradi e decida per il QE4, magari spinta dall’instabilità implicita nell’emergenza terroristica – che la forza del biglietto verde verso quei mercati schiaccerà gli utili e le stime non potranno più crescere, come si suol dire, ad minchiam.

E come ci mostra quest’ultimo grafico,
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è già successo, ennesimo deja vù di questa pantomima senza fine che si ripete continuamente: le crisi spesso partono piano ma poi esplodono di colpo. Ed essendo i mercati equity gli ultimi a rendersene conto, il fatto che il ciclo del credito sia già in roll-over non è un bel segnale. Per questo e non per l’Isis, nonostante questo grafico
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relativo alle performance borsistiche dei principali produttori di armi da lunedì in poi ci mostri i primi effetti del warfare economico, la Federal Reserve terrà i tassi dove sono. Per molto tempo.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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