La guerra al terrore fa bene a economia e mercato, altro che QE. E il VIX ci dice che a volte…

Di Mauro Bottarelli , il - 4 commenti

Warfare2
“Una cosa è chiara nelle circostanze attuali: in questo momento terribile la sicurezza dei cittadini in Francia e in Europa è la priorità assoluta e la Commissione Ue lo capisce pienamente”. Parole e musica del commissario Ue agli Affari economici, Pierre Moscovici, in riferimento all’impatto sul bilancio francese delle spese per la sicurezza annunciate dopo gli attentati di Parigi. Già, pochi minuti prima il presidente, Francois Hollande, aveva infatti comunicato al Parlamento che nei mesi a venire il comparto di polizia e intelligence avrebbe visto aumentare e non di poco i propri ranghi: “Il patto di sicurezza impatta sul patto di stabilità”, ha tuonato il presidente come a dire, sforeremo il 3% e basta (cosa che fanno comunque da sette anni). E chi gli dice qualcosa, davanti a 130 morti e 300 feriti? Nemmeno i rigoristi tedeschi, a cui è arrivato un messaggio molto chiaro poco ore fa ad Hannover.

E questi grafici
France_unemployment
France_1
ci spiegano molto bene perché Hollande benedica questa possibilità di spesa pubblica a deficit e assunzioni di massa in ossequio alla lotta contro Daesh, visto che a fronte di un CAC40 che macinava rally (ieri +2.71%, la paura è bullish) e di uno spread artificialmente basso grazie alla Bce, la Francia ha registrato 80 mesi consecutivi di aumento della disoccupazione. Tanto più che nella patria dello statalismo, sta avvenendo questo
France_2
a chi vuole fare impresa e i conti dello Stato, come mostra quest’altro grafico
France_liabilities
non sono affatto sostenibili. Insomma, un toccasana, visto che i tagli alla Difesa sono stati cancellati almeno fino al 2019 e saranno almeno 17mila i nuovi assunti da apparati delle sicurezza e ministero dell’Interno, di cui 5mila nuovi poliziotti e gendarmi, mille agenti addetti alle dogane e 2500 guardie carcerarie.

D’altronde, come paventavo nell’articolo di ieri, il QE da solo non basta a raddrizzare una situazione macro a livello globale a dir poco da reparto psichiatrico. La recessione è alle porte e con essa i rischi connessi anche ai mercati finanziari, di cui parleremo più avanti nel post. Restiamo al QE e alla sua insipienza. Questo grafico
Japan_QE1
ci mostra plasticamente quanto ottenuto dal Giappone dal lancio dell’Abenomics a oggi: Nikkei alle stelle, aumento elefantiaco dello stato patrimoniale della Bank of Japan e Pil a dir poco anemico. Insomma, un fallimento, cui vanno unite le dinamiche salariali e le prospettive inflazionistiche completamente fuori target. E proprio lo stimolo all’inflazione è il principale fiasco dell’Abenomics, come ci mostra questo grafico
Japan_QE2
relativo a uno studio di Royal Bank of Scotland, il quale certifica l’effetto placebo del QE su quelle dinamiche ma non una crescita sostenibile nel tempo. Questo altro grafico,
Japan_QE3
invece, ci mostra come il QE possa sì abbassare il costo di una crisi ma porti fatalmente a una crescita più debole e meno stabile, mentre quest’ultimo grafico
Japan_QE4
ci mostra la proiezione delle detenzioni di bond delle varie Banche centrali impegnate in monetizzazione del debito. Non penso di dover commentare oltre l’outlook nipponico.

Il problema è che senza QE rischia di schiantarsi l’unico comparto che ha beneficiato della manovre di stimolo, ovvero il mercato azionario, come ci mostrano questi grafici.
Japan_fail1
Japan_fail3
Un bel guaio, perché se oggi le Borse stanno “festeggiando” il pericolo terroristico con rialzi a dir poco irrazionali (se non per la perversa legge dell’instabilità che porta a maggiore sostegno pubblico), ci vuole poco a far partire il contagio, se ad esempio un indice come il Nikkei comincia ad andare fuori controllo.
Soprattutto alla luce di questo grafico,
Gundlach
il quale ci mostra ciò che il co-fondatore di DoubleLine Capital, Jeffrey Gundlach, ha riassunto in questa maniera: “Certamente il fatto che la Fed non alzi i tassi è più probabile di quanto la gente si aspetti. Questi mercati stanno andando in pezzi”. E in effetti, il Leverage Loan Index dello Standard&Poor’s 500 non ci dice nulla di buono, essendo ai minimi da quattro anni, così come l’High Yield Bond Exchange-Traded Fund di Barclays, mentre CRB Commodity Index è solo ai minimi da 13 anni. E con la Bce che potrebbe aumentare e di parecchio lo stimolo, a vostro modo di vedere la Fed alza? Con la scusa dell’instabilità dettata dalla nuova guerra permanente contro Daesh pronta all’uso?

E quest’altro grafico
Bond_short
potrebbe suggerirci qualcosa, visto che le posizioni speculative short sui Treasuries sono ai massimi dall’inizio del 2010 e sono paradossalmente aumentate dopo l’ultimo meeting della Fed, quello che unanimemente è stato visto come il più possibilista verso un rialzo a dicembre. L’ultimo volta che si è andati così short contro il Treasury, il rendimento del decennale è crollato da 3,94% a 2,39% in soli tre mesi. E se a dicembre non salgono i tassi, il crollo del 2010 potrebbe essere nulla.

Ma tornando ai mercati azionari, ecco un altro motivo per cui è meglio agire con cautela.
Price-to-sales
Con la ratio price-to-sales dello Standard&Poor’s 500 a 1.8, circa il livello di agosto, la scorsa settimana i titoli industriali erano prezzati a 20 volte le attese di utile per azione, il massimo da oltre dieci anni! Multipli e unicorni ma anche rischi enormi. Meglio non alzare, tanto ora c’è l’emergenza terrorismo che darà fiato al moltiplicatore del Pil delle spese militari.

Eh sì, come vedete terrorismo e mercati sono molto più correlati di quanto sembri. Ce lo mostra questo grafico
VIX_terror1
relativo alla performance del VIX, l’indicatore di volatilità dei mercati, come Cassandra di prossimi attacchi terroristici. Il problema è che le correlazioni sono tante, stando a uno studio di ABCEconomics.com, il quale dimostra come non sia la prima volta che l’indicatore della volatilità di mercato a 30 giorni predica atti di terrorismo. Prima di addentrarci, è meglio ricordare che il VIX è il ticker symbol del CBOE Volatility Index, un misuratore della volatilità implicita delle opzioni sull’S&P’s 500 e calcolato dal Chicago Board Options Exchange (CBOE).

La ricerca ha preso in esame i seguenti eventi: l’attacco a Parigi del 13 novembre scorso, quello a Charlie Hebdo de 7 gennaio scorso, le bombe a Londra del 7 luglio 2005, l’attacco alla stazione dei treni di Madrid dell’11 marzo 2004 e l’attacco alle Torroi Gemelle dell’11 settembre 2001. Risultati? Questi.
VIX_terror2
VIX_terror3
VIX_terror4
VIX_terror5
VIX_terror6
Ovvero, nonostante il VIX sia predominantemente concentrato sulle aspettative riguardo i titoli azionari Usa, in tutti i casi presi in esame l’indice è cresciuto nei 5 giorni di trading precedenti all’attacco terroristico e, con l’eccezione dell’11 settembre, il VIX ha chiuso in ribasso nel giorno seguente agli attacchi. E riguardo all’11 settembre va ricordato che il VIX non stava tradando, visto che quando gli aerei si sono schiantati sul World Trade Center la Chicago Stock Exchange non era aperta. Inoltre, il trading normale a Wall Street ripartì solo il 17 settembre 2001.

Insomma, correlazione quasi perfetta. Certo, ci possono essere molte altre cause per quell’aumento del VIX a ridosso di attentati, quindi questa può essere solo una coincidenza, dato che i mercati non possono anticipare un evento tale. O forse sì.. Difficile dirlo.

D’altronde era da un po’ che vi dicevo come solo un conflitto avrebbe potuto risolvere i guai macro e finanziari del mondo, senza far schiantare tutto. E si è deciso di evitare una Terza guerra mondiale, scegliendo la strada della dottrina Bush 2.0 della guerra permanente al terrore (“Ora una coalizione come contro Hitler”, ha dichiarato ieri Vladimir Putin): già, il terrore, quello in stile Frankenstein rappresentato dei destabilizzatori a orologeria creati dallo stesso Occidente.

E che questa guerra permanente sia una clamorosa e interessata strumentalizzazione di un problema reale lo dimostra queste ultime infografiche,
Terror_report
Terror_report2
relative al Global Terrorism Index stilato dall’Institute For Economics&Peace, dalle quali scopriamo che nel 2014 il terrorismo internazionale ha toccato il suo picco massimo di violenza, colpendo per 13.370 volte in 93 nazioni e uccidendo 32.658 persone, il 78% delle quali concentrate in soli cinque Paesi (e, come vedete, le macchioline sugli stati di Usa ed Europa ci indicano che non sono tra quelli). Si tratta di un +80% rispetto al 2013, mentre il numero di Paesi che ha registrato più di 500 morti per attacchi terroristici è salito del 120% rispetto all’anno prima.

Dov’erano tutti i volenterosi e bellicosi leader occidentali durante questa mattanza? Perché si è deciso di partire solo ora con una coalizione anti-Isis? Forse perché hanno colpito una sala da concerti e uno stadio francese e non qualche scuola od ospedale in Kenya o in Mali o in Somalia? Forse perché bisognava lasciare il tempo ai tagliagole di prenderci la mano per bene, prima che l’emergenza arrivasse alla situazione rappresentata in questi numeri e garantisse una bella scorpacciata di warfare economico travestita da guerra al terrore?

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