Qualche cifra e qualche domanda sul “terrorismo”. Mentre cantiamo la Marsigliese

Di Mauro Bottarelli , il - 8 commenti

Carillon
Penso che per mettere in prospettiva l’intera situazione esplosa con gli attacchi terroristici a Parigi (con il cotè di panico generalizzato in tutta Europa, l’allarme ad Hannover, l’assedio e il coprifuoco a Bruxelles e l’assalto all’hotel in Mali) basterebbe questo grafico,
Paris_odd
il quale sintetizza l’intera follia del momento. Oddio, follia mica tanto, perché se gli indici azionari corrono lo fanno per un motivo: e le guerre sono quasi meglio degli unicorni della Fed in questo periodo di incombente recessione e mercati finanziari a un passo dal 2008. Ma questa schermata
Fed_meeting
ci dice di più: ovvero che oggi alle 11.30 ora di New York, le 17.30 da noi, la Fed terrà un meeting a porte chiuse e con procedure speciali per favorirne la speditezza: in parole povere, una riunione di emergenza e l’argomento è proprio il rialzo dei tassi.

Ops, cosa succede? Lo scopriremo tra poco ma penso che la mia idea, ovvero il fatto che durante un’emergenza che impone warfare economico, alzare i tassi e rischiare di inviare shock finanziari sistemici (a partire dai mercati emergenti) non sia una buona idea, potrebbe trovare conferma in un cambio di guidance della Banca centrale Usa.
Ma visto che si parla tanto di terrorismo e di rischi ad esso connessi, vi va se mettiamo un po’ le cose in prospettiva (se anche non vi va, lo faccio lo stesso)? Partiamo da questi grafici contenuti nell’ultimo, interessante report della University of Maryland su dati del Global Terrorism Database (GTD).

Come vedete dal primo grafico
Terror_spike1
tra il 1970 e il 2014 ci sono state 176 distinte occasioni in cui attacchi terroristici hanno causato 100 o più morti in un certo Paese e in un certo giorno. Il primo caso fu l’incendio doloso al Cinema Rex di Abadan, in Iran, in cui persero la vita 400 persone. Come vedete, lo scorso anno abbiamo registrato un picco di questi eventi, un’escalation del terrore in grande stile destinata a infondere terrore nella gente: perché nel 2014, a fronte di questi dati, nessuno ha detto “Siamo in guerra” come ha fatto Francoise Hollande pochi giorni fa? Perché non ci riguardavano, erano stragi in Iraq, Nigeria, Pakistan, Siria, Afghanistan.

Toccata la Francia, scatta la guerra. Francia che guida una particolare classifica, ovvero tra il 2000 e il 2014 è il Paese al mondo che ha subito più attacchi coordinati in assoluto: su un totale di 331, il 40% apparteneva a questa categoria prettamente terroristica. Morti? Zero. E sapete perché? Perché l’87% di questi sono stati perpetrati da separatisti corsi dell’FLNC, i quali solitamente distruggono infrastrutture. Una cosa rimane, però: ma l’intelligence francese, ci è o ci fa, visti questi numeri? E poi, i corsi sono forse islamici? Tanto per darvi qualche altra cifra, senza contare Parigi, nei primi sei mesi di quest’anno ci sono stati 11 attacchi con più di 100 morti e l’Isis a livello globale, tra il 2000 e il 2014, è il responsabile maggiore con il 12% del totale.

Questo altro grafico,
Terror_spike2
ci mostra poi come la strategia sia proprio quella di colpire civili inermi per generare il terrore indiscriminato: i “soft targets” come negozi, panetterie e drogherie sono in cima alla lista degli obiettivi, con ristoranti e bar al terzo posto e stadi e sale da concerto o casinò al settimo. Insomma, c’è una strategia chiara che a partire dallo scorso anno ha subito un’accelerazione violenta: si preparava il terreno?

E vediamo ora gli straordinari risultati ottenuti in quindici anni di lotta globale al terrorismo, come ci mostra questo grafico:
Terror_spike3
più terrorismo che mai! Esattamente come la lotta contro la droga, la quale ha avuto come unico effetto il rafforzamento e l’imbarbarimento dei cartelli del narcotraffico. Tra il 2013 e il 2014 il numero di morti a livello mondiale dovuti ad attacchi terroristici è salito dell’80%, arrivando a un record assoluto. Questo altro grafico,
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ci offre il numero di morti in attacchi terroristici divisi per Paese riferiti allo scorso anno. Non c’è una singola nazione europea in questa lista e la gran parte di morti si sono registrate in Iraq, Nigeria, Afghanistan, Pakistan e Siria. Di più, l’Isis lo scorso hanno non è stato il leader delle morti per terrorismo, bensì Boko Haram. Nessuno, ad oggi, mi pare abbia dichiarato loro guerra, guardando contrito la telecamera.

Ma andiamo oltre, sempre per contestualizzare ciò di cui stiamo parlando, visto che ieri in tv, sulle principali reti nazionali, di terrorismo e rapporti Occidente-Islam parlavano Massimo Giletti e Barbara D’Urso. Questo grafico
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ci mostra come il grande salto di qualità del terrorismo salafita, quello dell’Isis per capirci, a livello di reclutamento sia stato nel 2010, in perfetta corrispondenza con quelle “primavere arabe” volute e finanziate dal Dipartimento di Stato Usa (e benedette dalle anime belle dell’Ue e dagli intellettuali) che si sono rivelate una vera e propria sciagura, come ci mostra questo grafico.
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Sciagura per il mondo intendo, per i poveri cristi, mentre per chi aveva bisogno di destabilizzare sono state una manna: pensate che nel 1988 i gruppi impegnati nel jihad erano 3, stando a dati della Rand Corporation (un think tank finanziato dal governo Usa), mentre nel 2013 erano già 49 e questo grafico
Arab_spring3
ci mostra quale porzione di area geografica abbiano – in parte o del tutto – interessato: l’ombelico del mondo.

E le primavere arabe non sono nate per caso, frutto della spontaneismo di una società civile mediorientale stanca di repressione e corruzione dei propri governi ma sono state pianificate con un attento e strutturato lavoro, fin dal 2008, capitanato dal Dipartimento di Stato, di cui si resero partecipi e volenterose parti in causa anche Ong, corporations e organizzazioni più o meno culturali e umanitarie. Lo scopo: fomentare disordine e destabilizzazione in Medio Oriente e Nord Africa. Un’operazione che l’analista geopolitico Tony Cartalucci, mai smentito, svelò nel maggio 2011 con il suo articolo “America’s Arab Deception”, nel quale diceva quanto segue: “Le primavere arabe sono state interamente create, preparate, addestrate, finanziate ed equipaggiate dagli Stati Uniti con anni di anticipo, basando l’operazione sui successi e l’esperienza ottenuti in anni di sobillazione extraterritoriale”.
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Un mitomane? Un complottista? Forse, chissà. Una cosa è certa, in un articolo dell’Associated France Press dell’aprile 2011, l’assistente al Segretario di Stato Usa, Michael Posner, ammise che nel mese di febbraio gli Stati Uniti addestrarono 5mila attivisti egiziani, tunisini, siriani e libanesi. Ovviamente, Posner disse che per preservare quelle persone dall’arresto da parte di governi autoritari, l’operazione era stata coperta come piano per lo sviluppo delle nuove tecnologie, che il governo finanziò con 50 milioni di dollari regolarmente registrati nel budget. Di più, lo stesso New York Times pubblicò un articolo nel quale si diceva chiaramente che le organizzazioni chiamate a dar vita alle primavere arabe erano state finanziate dal National Endowment for Democracy, a suo volta finanziato dal Congresso con 100 milioni di dollari e dalla Freedom House, che beneficiò di “donazioni” da parte del Dipartimento di Stato.
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Per capire bisogna partire da un acronimo, ovvero POMED, sigla che sta per Project on Middle East Democracy, un’istituzione sovraintesa da uomini del Council on Foreign Relations e del Brookings Institute, consorterie molto influenti nelle decisioni del governo e con addentellati in tutti i quari intermedi del potere politico e di intelligence. Il POMED non solo ammise ma si fece vanto del fatto di aver aiutato chi protestava a sviluppare capacità e attitudine a fare network. Questo addestramento avveniva ogni anno sotto la supervisione e con l’organizzazione di Movements.org, questo a partire dal 2008 quando i membri del movimento egiziano “6 aprile” e altri gruppi impararono tecniche di sovversione dei loro governi. E chi sponsorizzava e finanziava Movements.org?
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Un conglomerato di agenzie governative e corporations Usa che vantava nel novero dei suoi democratici benefattori, tra gli altri, nomi come il Dipartimento di Stato, Google, MTV, l’agenzia di relazioni pubbliche Edelman, Facebook, CBS News, MSNBC e molti ancora. E quando una notizia, come all’epoca le “primavere arabe” e oggi l’emergenza a Parigi, diventa l’unico argomento h24 su tutte le reti, forse è il momento di chiedersi se dietro non ci sia un’agenda differente.
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E veniamo all’ultima parte di questo lungo articolo (vi chiede scusa se vi sta annoiando). Questo grafico,
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ci mostra i numeri di quello che viene ritenuto il driver primario del finanziamento dell’Isis, ovvero il traffico di petrolio rubato in Siria e Iraq e rivenduto all’estero. Stando a dati dell’Iraq Energy Institute, un istituto indipendente, l’Isis controlla la produzione di 30mila barili al giorno in Iraq e 50mila in Siria, greggio che venduto sul mercato nero a un prezzo scontato di 40 dollari al barile quando la quotazione ufficiale era attorno ai 90, garantiva a Daesh circa 3,2 milioni di dollari al giorno. Ora, ovviamente il prezzo è diverso ma il business è aumentato nei volumi: qualcuno, in grande stile, compra il petrolio dell’Isis e poi si dispera per gli attentati che il suo denaro ha finanziato.
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Chi? Di certo abbiamo una cosa sola. Ovvero che l’agenzia Bloomberg, nota cospiratrice complottista, ha citato un funzionario del Pentagono sotto anonimato, il quale ha reso noto che “per più di un anno abbiamo evitato di colpire le cisterne che trasportavano quel petrolio per evitare vittime civile. Nessuno di quelle persone è dell’Isis, non ci sembra giusto farle esplodere. In tal modo abbiamo osservato il petrolio dell’Isis affluire in tutto il mondo”. Tesi confermata a Bloomberg da Michael Knights, esperto di Iraq allo Washington Institute for Near East Policy. Però, non male. Come mai dal 16 novembre scorso le cose sono cambiate? Come mai dopo Parigi i raid Usa hanno distrutto 116 cisterne dell’Isis, come riporta sempre Bloomberg? Quelli di Daesh avevano cominciato a guidarle o di colpo delle vite dei civili non fregava più nulla?
Isis_oil2

Ora, al netto di tutto questo e di questo grafico molto esplicativo,
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non vi pare che politica e media si stia scordando di porre e porsi la domanda più importante? Ovvero, chi sono gli intermediari su cui l’Isis ha contato e può contare per il suo lucroso traffico? Chi sono i cosiddetti “middlemen”? Qualche grande azienda di commodity trading occidentale, magari, così poco delicata da comprare milioni di barili di petrolio da Daesh e poi rivenderle a controparti interessate ma che non vogliono dare nell’occhio? Proprio sicuri che nessuna agenzia di intelligence lo sappia o abbia voluto scoprirlo, visto che il traffico di petrolio dell’Isis è noto da anni anche ai sassi e, casualmente, uno dei primi bersagli dei raid russi sono state proprio le colonne di cisterne?

Anche perché, come ci mostra questo grafico,
Isis_oil4
prima si andava con i guanti di velluto. Infine, nonostante Parigi, nonostante i raid, nonostante la cosa sia nota, qualcuno continua ancora a comprare quel petrolio, garantendo a Daesh finanziamenti vitali? Chi è e tramite chi lo fa? Forse, prima di gridare “siamo in guerra”, sarebbe meglio dare una risposta a queste domande. E chiedersi anche contro chi siamo in guerra. Riguardo al “cui prodest” di tutta questa situazione, vi rimando a un prossimo articolo. Da parte mia, ho un’unica certezza: quando ci renderemo conto di cosa stanno facendo i governi nel silenzio garantito dal terrore della gente, allora forse capiremo davvero di cosa e di chi avere paura.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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