Stato di Emergenza e Stato Sociale….

Di JLS , il - 13 commenti

Pubblico qui su RC, un post dello stimato amico Giovanni Birindelli. Il suo scritto in originale apparso oggi sul sito di Catallaxy Institute di cui è uno dei fondatori, rappresenta in coerente linea col pensiero del suo autore e dei tanti, compreso il sottoscritto, che lo stimano e lo leggono, una profonda analisi delle contraddizioni terribili di questa nostra epoca e dei sistemi politici che la hanno ormai monopolizzata, invasa, offesa e martoriata.

Consiglio ai lettori di acquistare l’ultimo libro di Giovanni Birindelli, che si intitola “La sovranità della legge”. Un capolavoro di rigore filosofico e profondità.

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In Francia è stato prorogato lo ‘stato di emergenza’ istituito a seguito degli attacchi terroristici. Questo ‘stato di emergenza’ prevede un ulteriore aumento del potere coercitivo arbitrario dello stato, in questo caso bypassando addirittura la figura del giudice e quindi dando ampia discrezionalità alle autorità amministrative e di polizia:

Fa impressione che, in forza di generici richiami all’ordine pubblico e alla sicurezza, ministro dell’interno e prefetti possano disporre domicili coatti, arresti domiciliari, accompagnamenti, divieti di contatto con persone individuate, ritiro del passaporto, divieti di circolazione, di assemblea, di riunione, scioglimenti di associazioni (misura che sopravvive alla cessazione dell’emergenza), … perquisizioni a qualunque ora del giorno e della notte in ogni luogo incluso il domicilio (Massimo Villone)

A seguito di questa estensione dello ‘stato di emergenza’ e anche delle proposte di farlo diventare permanente, non mancano le critiche di alcuni ‘intellettuali’ (specialmente di quelli cosiddetti ‘di sinistra’). Il comune denominatore di queste critiche è il rifiuto del baratto fra ‘libertà’ (o ‘stato di diritto’) e ‘sicurezza’.
Riporto sotto due esempi di queste critiche apparse sui giornali di oggi: una di Massimo Villone su Il manifesto e l’altra di Giorgio Agamben su la Repubblica.

Se definiamo ‘razionale’ una critica che è argomentata in modo logicamente coerente, allora dal mio punto di vista, cioè dal punto di vista di una persona che ritiene che la libertà non possa essere barattata con la sicurezza, queste critiche non sono razionali. E in quanto irrazionali, queste critiche non solo non costituiscono una difesa della libertà ma, forse senza che chi le fa ne sia consapevole, costituiscono una sua ulteriore aggressione. Esse cioè sono di fatto una difesa del potere coercitivo arbitrario dello stato e della sua possibilità di continuare a espandersi.

1. Le critiche di alcuni intellettuali al baratto fra ‘libertà’ (o ‘stato di diritto’) e ‘sicurezza’

Prima di svolgere il mio argomento, citerò in maniera piuttosto estesa alcuni passaggi degli articoli menzionati sopra.

In un articolo dal titolo “No a un regime di «semi-libertà»” pubblicato oggi (24 novembre 2015) su Il manifesto, Massimo Villone scrive:

Dopo Parigi, le strade deserte di Bruxelles ci pongono con drammatica evidenza la domanda se la libertà sia un giusto prezzo per la sicurezza. … Deve far riflettere che … la legge di emergenza passi oggi nel sostanziale silenzio di critiche e dissensi e con ampio favore dell’opinione pubblica. Su tutto vince la domanda di sicurezza. Un vento analogo soffia in Italia. Nei sondaggi cresce il numero di chi accetterebbe uno scambio fra diritti e sicurezza. È una tendenza comprensibile, ma pericolosa. Tutti affermano di voler mantenere il nostro modello di vita. Ma la garanzia di diritti e libertà è la rete invisibile che rende quel modello possibile e vitale. … Per tre mesi la Francia è un paese sotto tutela. Un paese di sospettati. Poi si vedrà. In Assemblea Nazionale è stato suggerito che il régime d’exception diventi un droit commun: un diritto ordinario dell’emergenza, perché la minaccia durerà oltre il termine della proroga concessa. È molto probabile. Ma non dimentichiamo che può essere facile assuefarsi a un regime di semilibertà

Sempre oggi, su La Repubblica viene pubblicata un’intervista al filosofo Giorgio Agamben il quale sostiene:

Lo stato di emergenza non è uno scudo per lo stato di diritto come ha detto qualcuno. La storia insegna che è vero esattamente il contrario. Tutti dovrebbero sapere che è proprio lo stato di emergenza previsto dall’articolo 48 della Repubblica di Weimar che ha permesso a Hitler di stabilire e mantenere il regime nazista … Quando oggi ci si stupisce che si siano potuti commettere in Germania tali crimini, si dimentica che non si trattava di crimini, che era tutto perfettamente legale, perché la Germania era in stato di eccezione e le libertà individuali erano sospese. … Ciò che dobbiamo capire è che le ragioni di sicurezza non sono rivolte alla prevenzione dei delitti, ma a stabilire un nuovo modello di governo degli uomini, un nuovo modello di Stato, che i politologi americani chiamano appunto “security State”, stato di sicurezza. Di questo Stato, che sta prendendo ovunque il posto delle democrazie parlamentari, sappiamo poco, ma sicuramente non è uno Stato di diritto, è piuttosto uno stato di controlli sempre più generalizzati. … Nello Stato di sicurezza il patto sociale cambia di natura e degli uomini che vengono mantenuti sotto la pressione della paura sono pronti ad accettare qualunque limitazione delle libertà

2. Se il termine ‘libertà’ viene usato in modo diverso a seconda delle tesi particolari che si vogliono sostenere, allora l’argomento è necessariamente irrazionale

Il termine ‘libertà’ (o quello ‘Stato di diritto’) viene spesso usato, come nei passaggi citati sopra, per sostenere una determinata posizione, in questo caso il dissenso nei confronti di misure coercitive arbitrarie aventi lo scopo di garantire una maggiore ‘sicurezza’.

Tuttavia la ‘libertà’ (così come il ‘diritto’ e quindi la ‘legge’) è un concetto astratto. Questo vuol dire, in primo luogo, che, sottintesa o meno, chi usa questo termine deve averne una definizione, e una che sia astrattamente coerente. Se infatti è impossibile sapere qual’è il significato ‘vero’ del termine ‘libertà’, è tuttavia molto facile osservare che lo stesso termine viene abitualmente usato in riferimento a concetti estremamente diversi fra loro e anzi opposti [1].

In secondo luogo, e soprattutto, termini come ‘libertà’ e ‘diritto’ possono naturalmente essere usati, senza perdita di coerenza logica, per sostenere una determinata posizione su una questione particolare. Tuttavia, proprio perché si tratta di concetti astratti, chi li usa in un determinato modo (qualunque esso sia) deve necessariamente usarli nello stesso modo anche in relazione a ogni altra questione particolare. Se questi concetti vengono usati in modo diverso a seconda delle tesi particolari diverse che si vogliono difendere, allora gli argomenti usati a questo scopo perdono di coerenza logica e quindi di validità: diventano argomenti irrazionali.

Negli articoli sopra menzionati, gli autori presuppongono che la libertà sia legata all’assenza di coercizione arbitraria da parte dello stato (p. es. di arresti o di perquisizioni senza quantomeno l’autorizzazione di un giudice). In altri termini, essi presuppongono un’idea negativa di libertà. In nome di questa idea negativa di libertà, essi rifiutano il baratto fra ‘libertà’ e ‘sicurezza’. In buona sostanza, essi dicono, la ‘sicurezza’ non può e non deve essere ottenuta a spese della ‘libertà’; il sacrificio della ‘libertà’ alla ‘sicurezza’ ha implicazioni e potenzialità totalitarie.

Ora, dato il rispetto che entrambi gli autori nei loro articoli mostrano per le costituzioni degli stati in questione e per le relative ‘democrazie parlamentari’, appare lecito assumere, per ovvi motivi, che essi siano a favore del cosiddetto ‘Stato sociale’ e quindi della redistribuzione delle risorse economiche.

Tuttavia, quello che, su un piano astratto (il piano rilevante nel caso della ‘libertà’ e dello ‘Stato di diritto’) accade nello ‘Stato sociale’ è che si ha coercizione arbitraria da parte dello stato (p. es. prelievo fiscale, per di più arbitrario, crescente e perfino discriminatorio), e quindi riduzione della ‘libertà’ intesa in senso negativo, per una (erroneamente presunta, data la mancanza di familiarità con la scienza economica) maggiore ‘sicurezza’ economica, p. es. delle cosiddette ‘fasce deboli’.

In altre parole, coloro che, sulla base di un’idea di ‘libertà’ negativa (da ora in avanti semplicemente libertà), negli articoli citati rifiutano il baratto fra libertà e ‘sicurezza’ nel caso dello ‘Stato di sicurezza’, sono i primi a promuovere questo baratto nel caso dello ‘Stato sociale’.

Per nascondere (prima di tutto a loro stessi) questa contraddizione, in questo secondo caso col termine ‘libertà’ si riferiscono, spesso implicitamente, al concetto di ‘libertà positiva’: la capacità di fare determinate cose (per esempio di curarsi, di istruirsi, di andare a teatro, di andare ai musei, ecc.). Tuttavia la ‘libertà’ positiva è un concetto non solo diverso da quello della libertà negativa, ma logicamente opposto e incompatibile con esso, nel senso che il ricorso alla coercizione statale per ottenere determinate ‘libertà positive’ (molte delle quali sono forme diverse di ‘sicurezza’) implica necessariamente la violazione della libertà intesa in senso negativo.

Quindi le critiche di cui sopra al baratto fra libertà e ‘sicurezza’ sono irrazionali in quanto, mentre da un lato fanno appello a concetti astratti, dall’altro l’uso di questi concetti è diverso e in effetti opposto a seconda delle tesi particolari che si vogliono difendere.

Essendo la ‘libertà’ intesa in termini di assenza di coercizione arbitraria un concetto astratto, essa può essere difesa solo da argomenti razionali e quindi logicamente coerenti. Gli argomenti irrazionali a sua difesa non sono neutri, ma hanno un effetto distruttivo per certi versi ancora più profondo di quelli esplicitamente contrari a essa. Essi infatti sono una specie di cavallo di Troia: avvelenando la libertà dall’interno, la lasciano senza difese e attraggono il consenso di coloro che sono genuinamente a favore della libertà ma che non hanno gli strumenti per capire che essa può essere difesa solo tutta insieme, non à la carte.

3. Lo ‘Stato di sicurezza’ non è un nuovo modello di stato ma l’espressione dello stato moderno, e in particolar modo di quello ‘democratico’

Lo ‘Stato di sicurezza’ non è, al contrario di quello che sostiene Giorgio Agamben nella sua intervista, un “nuovo modello di stato … che sta prendendo ovunque il posto delle democrazie parlamentari”. Al pari dello ‘Stato sociale’, esso è una delle più significative espressioni delle ‘democrazie parlamentari’ e, più specificamente, dell’idea filosofica di legge sulla quale esse si ergono: il positivismo giuridico, la ‘legge’ intesa come strumento di potere politico, come decisione arbitraria di un’autorità legalmente costituita (che quest’autorità sia un dittatore o una maggioranza parlamentare non fa alcuna differenza).

A Massimo Villone fa impressione il fatto che in Francia sia stata approvata una legge come la nr. 1501 del 20 novembre che estende lo ‘stato di emergenza’ e quindi prolunga l’ulteriore restrizione della libertà in nome dell’ordine pubblico e della sicurezza. Tuttavia, a lui come ad altri, non fa impressione il fatto che sia stato possibile approvare legalmente una misura di questo tipo. Questo non può stupire. Perché sia impossibile approvare una misura di questo tipo, cioè perché in generale sia impossibile barattare libertà con ‘sicurezza’, è necessario difendere la libertà razionalmente e quindi coerentemente, non à la carte. Questo significa che è necessario difendere la libertà non solo dallo ‘Stato di sicurezza’ ma anche dallo ‘Stato sociale’, cosa che chi, come ad esempio Villone, si riconosce nella costituzione di uno stato come l’Italia o la Francia, tanto per fare due esempi, non può fare. La possibilità del baratto fra libertà e sicurezza nel campo dei cosiddetti ‘diritti civili’ è il prezzo che i collettivisti devono pagare per avere il baratto fra libertà e sicurezza che a loro interessa: quello in campo economico.

In altri termini, perché in generale sia impossibile barattare libertà e ‘sicurezza’ sarebbe necessario invertire l’idea di legge, cioè passare dalla ‘legge’ intesa come strumento di potere politico arbitrario (il provvedimento particolare deciso da un’autorità) alla Legge intesa come limite non arbitrario a ogni potere (la regola generale e negativa di comportamento individuale che deve valere per tutti, stato per primo, allo stesso modo: se è illegittimo che un cittadino qualunque si appropri coercitivamente di risorse altrui allora è illegittimo che lo faccia anche lo stato attraverso la tassazione; se è illegittimo che un privato cittadino contraffaccia il denaro allora, a maggior ragione, è illegittimo che lo faccia la banca centrale attraverso la stampa di denaro fiat a corso forzoso – stampa di cui ha il monopolio legale a causa di un privilegio concessole dallo stato ‘democratico’; ecc.).

4. Rumore e silenzio

Villoni si lamenta del fatto che “la legge di emergenza passi oggi nel sostanziale silenzio di critiche e dissensi e con ampio favore dell’opinione pubblica”. Se si parla di silenzio di critiche e dissenso, non è agli argomenti irrazionali di rifiuto del baratto fra libertà e ‘sicurezza’ nel caso particolare dei cosiddetti ‘diritti civili’ che bisogna guardare. Come abbiamo visto, un altro giornale mainstream lo stesso giorno ha pubblicato un’altra voce concordante a quella di Villoni. E sempre nello stesso giorno il Partito Radicale ha organizzato una conferenza stampa sul tema, con posizioni apertamente simili a quelle di Villoni. Se si parla di silenzio di critiche e dissenso bisogna guardare agli argomenti razionali contro il baratto fra libertà e sicurezza in ogni campo: al di là della ristrettissima cerchia dei libertari, su questi argomenti davvero vige il più rigoroso silenzio. Anzi, grazie all’esistenza dei ‘reati’ di opinione, non sono rari i casi in cui in Italia questo dissenso viene perseguito penalmente.

E forse vale la pena notare che questo dissenso è in realtà l’unico dissenso nel senso proprio del termine: appunto perché è l’unico dissenso argomentato in modo razionale, cioè in cui vengono messi coerentemente in discussione quei concetti che il ‘dissenso di superficie’ (o ‘consenso strutturale’) dà per scontati.

5. Conclusioni

Il positivismo giuridico, l’idea di legge che (sempre di più anche nei paesi anglosassoni) sta alla base dello stato moderno, specie se ‘democratico’, rende il potere politico illimitato. Un potere politico illimitato tende a espandersi con la stessa necessità con la quale un grave tende a cadere al suolo per la forza di gravità. E contrariamente a quanto affermano i fans della ‘democrazia costituzionale’, non c’è alcun limite non arbitrario a questa espansione. Come dice Michael Oakshott, “Nello Stato moderno, non c’è alcuna legge così antica o così ‘radicata’ che si trovi al di fuori del potere dell’autorità politica di emendarla o di abolirla; e in ogni Stato europeo moderno esiste una nota e riconosciuta procedura mediante la quale questo può essere fatto”[2]. Nelle parole di Bruno Leoni, “Il fatto che i legislatori, almeno in occidente, si astengano ancora dall’interferire in alcuni campi dell’attività individuale – come parlare, scegliere il coniuge, indossare un tipo determinato di abbigliamento, viaggiare – nasconde di solito il crudo fatto che essi hanno effettivamente il potere di interferire in questi ambiti”[3].

Villoni conclude il suo articolo ricordando che può essere facile assuefarsi a un regime di semilibertà. Dal mio punto di vista, noi oggi ci siamo assuefatti a un regime totalitario-democratico (chi ritiene che i due termini siano in contraddizione fra loro confonde libertà e democrazia): lo ‘Stato di sicurezza’ e lo ‘stato di emergenza’ non sono che necessarie evoluzioni di questo regime. E se ci siamo assuefatti al totalitarismo, se ci siamo abituati al fatto che lo stato moderno tenta di risolvere ogni problema con una sua progressiva espansione (ignorando che spesso è proprio la precedente espansione che ha causato il problema), questo è dovuto anche al fatto che gli ‘intellettuali’ che dovrebbero difendere la libertà intesa in termini di assenza di coercizione arbitraria, e quindi che dovrebbero difendere la Legge intesa come limite non arbitrario al potere, difendono e anzi danno per scontata la ‘legge’ intesa come strumento di potere politico arbitrario. In altre parole, questa assuefazione al totalitarismo è dovuta molto al silenzio che circonda gli argomenti razionali in difesa della libertà: un silenzio di cui quasi tutti gli ‘intellettuali’ contemporanei portano la responsabilità.

 

NOTE

[1] Come dice Lord Acton,

La libertà, insieme alla religione, è stato il motivo di buone azioni e pretesto comune del crimine […] Nessun ostacolo è mai stato così costante, o così difficile da superare, come l’incertezza e la confusione circa la natura della vera libertà [Acton, J. E. E. D., 1985 [1877], Essays in the History of Liberty (Liberty Fund, Indianapolis IN), p. 5.].

E come dice Abramo Lincoln,

Noi dichiariamo tutti di essere a favore della libertà; ma nell’usare la stessa parola non tutti le diamo lo stesso significato. Per alcuni la parola libertà può significare che ogni persona può disporre di sé stessa e del frutto del proprio lavoro; mentre per altri la stessa parola può significare che alcune persone possono disporre di altre persone e del frutto del loro lavoro. Qui ci sono due cose non solo differenti ma opposte chiamate con lo stesso nome, libertà [Lincoln, A., 2008 [1864], The Collected Works of Abraham Lincoln, (Wildside Press, Rockville MD), Vol. 7, pp. 301-302].

[2] Oakeshott, M., 2006 [1966-1967], Lectures in the History of Political Thought (Imprint Academic, Exeter & Charlottesville), p. 369.

[3] Leoni, B., 2000 [1961], La libertà e la legge (Liberilibri, Macerata), p. 10.

 

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    • Antonino Trunfio

      quelle percentuali del manifesto, sono solo un’altra tragica finzione. La realtà delle demokrazie del consenso è che (es.: ultime elezioni regionali 2015 in 7 regioni) hanno votato il 48 % degli aventi diritto. Uno diventa governatore dell’Emilia Romagna con il 34% del 48% e comanda a spilla soldi a tutti gli altri. Il 34% del 48% è circa il 14 %. Quindi assistiamo attoniti al fatto che un parassita sostenuto dalla sue clientele e dai suoi peones, pur rappresentando solo il 14% degli aventi diritto e ancora meno della popolazione residente, la prima cosa che dichiara dopo la vittoria elettorale è : governerò per tutti gli emiliani !!! SPUTI E CATARRO non bastano più

  • Massimo Decio Meridio

    Chiedo perdono ma per comprendere se ho capito veramente bene il paragrafo n 2 … se dunque io non voglio che la polizia entri dentro casa mia e mi perquisisca senza una ragione apparente o in base a valutazioni arbitrarie, ma sono a favore di interventi sociali a sostegno delle fasce deboli, per l’autore del testo sarei un contraddittorio irrazionale ?

    • Fabrizio de Paoli

      Se gli interventi sociali li paghi tu, o altri, volontariamente, no non sei incoerente.
      Se invece accetti che quegli interventi debbano essere pagati forzatamente da qualcuno, sì sei incoerente.

      • Massimo Decio Meridio

        Allora avevo capito bene. Ma qui ricadiamo nel solito problema del definire a priori il concetto di stato. Quando mi rispondi che accetto che quegli interventi debbano essere pagati forzatamente da qualcuno, esprimi un concetto di stato, come genere o entità distinta e separata dai cittadini che lo compongono, che personalmente non condivido. E’ ovvio che da concetti di partenza diversi si ottengono risultati diversi, ma a questo punto l’incoerenza o la irrazionalità è puramente relativa.

        • Fabrizio de Paoli

          Se c’è un punto di partenza, un principio, non è relativa.

          • Massimo Decio Meridio

            Intendo dire che il concetto di incoerenza è relativo a seconda del concetto di partenza. Così ad esempio nella concezione dello stato dell’autore del testo io sarei, giustamente, incoerente ma nella mia concezione di stato, altrettanto giustamente, non lo sono affatto. Il concetto non è assoluto ma puramente relativo al punto di vista inziale.

          • Giovanni Birindelli

            La ringrazio dei commenti. Poiché lo stato è un mezzo per
            conseguire determinati fini, l’idea di stato non può essere un punto di partenza. Per esempio, Tizio può avere come punto di partenza l’uguaglianza di posizione materiale fra le persone e usare lo stato a questo fine, mentre Caio può avere come punto di partenza la libertà intesa come assenza di coercizione arbitraria di alcuni su altri e usare uno stato con tassazione volontaria (o rifiutare lo stato) a questo fine. Dal mio personale punto di vista, il punto di partenza è la libertà, la quale è logicamente compatibile con alcune idee astratte di legge ma non con altre. E il senso dell’articolo è che non è razionalmente possibile adottare ora un’idea astratta di legge e ora una opposta a seconda di quello che conviene nel caso particolare. In altre parole, o è la legge a derivare dall’autorità (la legge è uno strumento di potere politico arbitrario) o è l’autorità a derivare dalla legge (la legge è un limite non arbitrario al potere politico). Non può logicamente essere entrambe le cose. Nel momento in cui si difende la legittimità dello ‘stato sociale’ si difende necessariamente la legge intesa come strumento di potere politico. Nel momento in cui si denuncia l’illegittimità delle perquisizioni arbitrarie si difende necessariamente la legge intesa come limite non arbitrario al potere. Se si fanno le due cose insieme si stanno adottando due punti di partenza diversi e incompatibili fra loro, il che è un’impossibilità logica. Questa posizione quindi, dal mio punto di vista, è irrazionale. Questa è, in sintesi, la tesi dell’articolo. Un saluto e grazie di nuovo del commento. GB

          • Massimo Decio Meridio

            Grazie a Lei per l’interessantissimo articolo che peraltro ha il pregio di spingermi alla riflessione su argomenti così particolari.
            La sua risposta ha inoltre chiarito alcuni suoi punti di vista. Ma il mio spirito cronicamente critico mi impone una serie di considerazioni. Dunque lo stato consiste nel mezzo con il quale si conseguono determinati fini. Ma non stiamo dando la definizione di stato, stiamo osservando quale è il fine o lo scopo dello stato ovvero quello di essere il mezzo per il conseguimento dei fini. Tanto è vero che quando poi esemplifica alcuni fini afferma che lo stato serve a raggiungerli e si configura in un certo modo. L’obiezione potrebbe essere quella che la definizione di stato è in relazione al fine che si intende perseguire e che dunque non è determinabile a priori ma solo con una valutazione ex post. Prendiamo ad esempio il fine della libertà. Ora mi sembra di capire che il concetto di libertà sia legato al concetto che l’autorità dello stato derivi dalla legge, la libertà negativa in base alla quale l’autorità non ha un potere coercitivo arbitrario, ma il suo potere deriva ed è limitato dalla legge. Ovvero che nel costituire una comunione sociale di intenti tra diversi individui questi stabiliscano delle regole di convivenza in base alle quali si possa costituire una autorità tra gli stessi individui tesa a far rispettare le volontà della legge ovvero il volere degli stessi, volere a cui soggiace la stessa autorità. Convidido il concetto poichè far derivare la legge dall’autorità crea innanzi tutto il problema della genesi dell’autorità e pone l’ulteriore problema della aribtrarietà dell’autorità stessa.
            Ma nel momento in cui esprimo il concetto di libertà in questi termini sto semplicemente ponendo dei limiti alla libertà stessa, nel senso che questa incontra il limite nella stessa legge che il consesso sociale di cui prima ha stabilito.
            Quello che non mi torna del discorso è il legare lo Stato sociale all’idea di legge come strumento di potere politico, ovvero di libertà positiva, ovvero di potere corecitivo definito in particolare arbitrario, perchè è la stessa legge predisposta all’inizio a costituire un limite, ma anche ad imporre un comportamento ai membri che ne fanno parte. Forse il fraintendimento nasca dalla configurazione odierna dello stato la cui macroscopicità lo ha reso una entità indipendete rispetto al progetto iniziale di comunione sociale tra liberi individui. Sicchè se lo stato fa una legge che impone una certa prestazione,si è portati a ritenere che essa sia l’emanazione dell’autorità alla quale noi dovremmo sottostare, ovvero che la legge sia diventata uno strumento di potere polico arbitrario poichè noi non siamo in grado di reagire o interagire con il processo decisionale. Ma in realtà noi vi sottostiamo perchè facciamo parte di questa comunità nella quale fin dall’inizio ne abbiamo voluto o dovuto far parte, ma dalla quale se non siamo d’accordo possiamo uscire. E l’impossibilità di reagire o interagire con il processo decisionale non è conseguenza dell’esistenza o del concetto dello stato ma di come lo stato è configurato.
            Trovo difficile pensare ad un comportamento irrazionale nel caso di cui si discute nel pregevole articolo.
            Portiamo l’esempio in termini minimi ; siamo 10 persone, mettiamo su un villaggio e ci accordiamo affinchè nessuno possa entrare dentro la capanna altrui se non esiste un determinato motivo che codifichiamo e siccome uno dei 10 è un poveraccio stabiliamo che a turno ogni mese diamo una parte del raccolto a questo perchè si possa sfamare. Tramutiamo tutto in una legge e nominiamo tra noi una persona che verifica l’esistenza dei presupposti che ci siamo dati e fa rispettare la legge stessa munendolo di una pesante clava sicche se uno non vuole dare il raccolto l’altro lo mazzuola. Perchè tutto ciò dovrebbe essere irrazionale, se siamo tutti d’accordo ? Non lo è perchè parliamo di un microcosmo ? Vuol dire che il concetto della legge e della libertà è legato alla “grandezza” con la quale misuriamo lo stato ? Ovvero che più la società diventa numerosa e complessa e più l’autorità acquista potere politico arbitrario ?
            Mi scuso se i concetti che ho espresso possano apparire confusionari ma non è facile scrivere in una piccola finestrella..

          • Fabrizio de Paoli

            Se il punto di vista iniziale è considerare lo stato un principio allora l’unica cosa coerente che si può trovare è l’arbitrio dello stato. E solo il suo.
            Questo poiché annulla tutti gli altri princìpi.
            Diventa impossibile trovare coerenza. Non ha più senso parlare di giustizia o di regola uguale per tutti.
            È chiaramente inaccettabile.
            Si deve decidere da che parte stare, se dalla parte della prepotenza e della schizofrenia, o se dalla parte del principio e della coerenza.
            Si capisce che da una parte c’è prepotenza, prevaricazione e guerra. Dall’altra giustizia, rispetto e pace.

  • Fabrizio de Paoli

    La pulizia, la coerenza e l’onestà delle logiche di Birindelli zittiscono all’istante qualunque statalista che parla a sproposito di libertà. Senza possibilità di appello. Grande!

  • Antonello S.

    Quando leggo questi articoli mi incazzo notevolmente perchè, salvo prova contraria, non riesco a capire come tutti questi giuristi, filosofi, sociologhi e politologhi, se ne escano sempre fuori con questi polpettoni che alla fine della fiera riguardano questioni marginali.
    Infatti questi luminari disquisiscono sul danno che può essere arrecato a chi viene perquisita la casa senza autorizzazione del giudice o peggio a chi venga momentaneamente tratto in arresto, evitando di riflettere sul fatto che molto probabilmente parliamo di gente comunque fortemente sospetta o con precedenti di vario genere.
    Come dice il proverbio…”male non fare, paura non avere” e comunque ribadisco che non parliamo di retate e soprusi come nei vecchi regimi dittatoriali della ex DDR o come avviene ancora in alcuni Paesi come la Corea del Nord.
    Quindi, invece di sprecare tempo e parole per eventi minori, questi luminari dovrebbero trovare il coraggio che non hanno per denunciare crimini limitanti della libertà individuale come la leva obbligatoria, come la prescrizione (con licenza di uccidere) in caso di conflitto armato e perchè no, come i Trattati Europei che lasciano per diritto gli euro-burocrati esclusi dal giudizio popolare e che consentono a poche Istituzioni finanziarie di fare carne di porco di intere popolazioni, saltando spesso a piè pari qualsiasi contradittorio democratico.

  • Mister Libertarian

    Birindelli si conferma un fuoriclasse.

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