Tassi di interesse negativi e QE generano ciò che si vuole combattere: deflazione

Di Mauro Bottarelli , il - 9 commenti

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Nel mondo fatato del QE e dei tassi di interesse negativi succedono cose fantastiche, sembra quasi la giunta Marino. Guardate questo ad esempio,
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ovvero il fatto che mercoledì scorso più della metà degli emettenti di debito sovrano europeo vedevano i loro titoli a 2 anni con rendimento negativo. Non è una novità assoluta, visto che in gennaio, come ci mostra quest’altro grafico,
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1,4 trilioni di euro di debito europeo superiore a 1 anno tradava con yield negativo in vista del QE della Bce. Bene, oggi la situazione invece è questa.
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Ovvero, scordate quegli 1,4 trilioni e fate conoscenza con il nuovo record, visto che la scorsa settimana il debito europeo con rendimento negativo è passato da un controvalore di 2 trilioni a 2,6 trilioni, schiantando anche il record precedente di aprile quando si verificò lo shock sul Bund.

Il problema è che rendimenti negativi portano come conseguenza proprio ciò che le Banche centrali intendevano combattere con le misure di stimolo: ovvero, deflazione. E questo grafico
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ci mostra come il problema della bassa inflazione sia evidente anche nell’Europa che non adotta l’euro ma ha sposato la politica dei tassi bassissimi o negativi, visti i casi della Svizzera post-peg, della Svezia bloccata a zero dall’inizio del 2013 e della Danimarca ferma a 0,5%, nonostante il taglio dei tassi. Insomma, la ricetta non funziona e siccome l’unico obiettivo in un mondo che sta annegando in 200 trilioni di debito è proprio stimolare inflazione, il timore è che l’esperimento vada fuori controllo, arrivando all’extrema ratio della cosiddetta “helicopter money” e quindi al rischio opposto, iperinflazione.

Ma c’è dell’altro e forse di peggio. La cosiddetta politica di tassi di interesse negativi (NIRP) doveva spingere la gente a utilizzare i propri risparmi per investire nel mercato o nell’economia reale, essendo i tassi negativi un disincentivo all’accantonamento. Il problema è che con tutti che vanno front-run agli acquisti della Bce e con i rendimenti che continuano a schiantarsi, segnalando uno tsunami di deflazione, tenere i soldi in banca ha un senso eccome. Ce lo mostra questo grafico
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dal quale si desume che i risparmi dei cittadini stiano salendo, soprattutto in Svizzera e Svezia dove questa dinamica è in atto dalla fine del 2013. Insomma, tassi ultra-bassi potrebbero perversamente portare a una maggiore propensione al risparmio, anche per l’incertezza legata al sistema pensionistico. Di più, nel suo studio al riguardo, Bank of America non solo conferma l’aumento dei risparmi ma certifica anche che le aziende in Europa stanno compiendo deleverage, non releverage e stanno dando vita a buybacks di bond e non titoli.

E a mettere il carico da novanta sulle aspettative del mercato riguardo all’implementazione del QE promessa da Mario Draghi per il mese di dicembre, ci pensa quest’ultimo grafico
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relativo alla “storia” del tasso di inflazione attuale e futuro dell’Europa: come vedete, le aspettative inflazionistiche non sono mai state così basse. Insomma, in un mondo interconnesso a livello monetario, ciò in cui si sono imbarcate le Banche centrali è soltanto una guerra a chi esporta più deflazione. Di più, queste dinamiche hanno eroso la miglior linea di difesa della Banche centrali proprio contro gli shock deflazionistici, oltretutto in un contesto di costi energetici ai minimi da anni.

Ma attenzione, perché questa tendenza non riguarda solo l’Europa. Anzi. Questo grafico
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ci mostra come le aspettative di breakeven inflazionistico statunitensi a 5 anni siano oggi al di sotto del minimi di gennaio ma, soprattutto, con lo spread verso l’eurozona che si è ridotto solo a 20 punti base dai 60 dello scorso ottobre. Insomma, gli investitori obbligazionari segnalano che la Fed non ha più il controllo, mentre la Fed finge di ignorare le preoccupazione del mercato legate alla deflazione. Deja vù del Giappone 1995?

E ancora questo grafico,
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il quale ci mostra come a partire dal 2013 i corsi azionari siano andati in rally, mentre le pressioni deflazionarie erano rinforzate da un dollaro forte, dai bassi prezzi delle commodities e dal calo della domanda globale. Se però la correlazione pre-2013 dovesse essere presa come riferimento, delle due l’una: o la Fed alza i tassi, perché in base ai prezzi attuali dei titoli azionari il breakeven inflazionistico dovrebbe essere a circa 1,5% oppure lo Standard&Poor’s 500 dovrebbe tradare a metà del suo valore, ovvero a 900 punti o forse meno. Auguroni a governatori della Banche centrali, ne hanno bisogno. Ma anche noi.

Perché se questo grafico
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ci mostra l’unico motivo per cui si prosegue ancora con la logica dei tassi di interessi negativi, ovvero il fatto che questi non siano ancora stati trasferiti realmente nei conti nei depositi dei privati, il fatto che nella sua intervista al Sole24Ore, Mario Draghi abbia dichiarato che “le previsioni per la crescita sono state riviste al ribasso e il rallentamento probabilmente non è temporaneo” ci dice una cosa sola. Il QE è fallito, non solo negli Usa ma anche in Europa. E adesso uscire dal baratro sarà molto complicato.

Non ci credete? Mettiamo qualche cifra in fila. Dal crollo Lehman sono stati compiuti 606 tagli dei tassi a livello globale, le Banche centrali hanno acquistato tramite i QE qualcosa come assets per 12,4 trilioni di dollari dal caso Bear Stearns a oggi, le Fed sta operando la stringa di politica dei tassi a zero più lunga di sempre, visto che ora ha superato anche il periodo bellico tra l’agosto 1937 e il settembre 1942, alcune Banche centrali europee sono in negativo (Svizzera e Svezia), 6,3 trilioni di debito di debito governativo a livello globale ha rendimento inferiore a zero e 20 trilioni inferiori all’1%. Inoltre, la Banca centrale cinese ha tagliato i tassi, la Bce ha già annunciato implementazioni del QE così come la Svezia, come ci mostra questo grafico
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e la Bank of Japan ha promesso più stimolo “senza esitazioni se sarà necessario”.

Bene, nel contempo per ogni posto di lavoro creato, le corporations Usa hanno speso 296mila dollari in buybacks azionari, un investimento da 100 in un portafoglio misto azionario/obbligazionario (60/40) a partire dal QE1 ora varrebbe 205 dollari contro un salari di 100 dollari che durante lo stesso periodo è salito solo a 114 ma, soprattutto, come ci mostra questo grafico
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il real estate non residenziale Usa di livello prime (CBD) si è apprezzato del 168% nell’ultima decade, mentre il valore della proprietà residenziale negli Usa è salito solo del 16%. Ma ancora non basta. Sempre nella sua intervista al Sole24Ore, Mario Draghi ha difeso questa politica di soppressione artificiale dei costi di finanziamento operata dalla Bce, con il fatto che così agendo sarà meno dolorosa la transizione verso la disciplina di budget dei Paesi meno virtuosi, ovvero quelli periferici come Italia, Spagna e Portogallo. Questo ultimo grafico
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ci mostra in maniera plastica come questa strategia si stia rivelando assolutamente vincente.

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