Il commercio globale crolla, le commodities pure e anche il CapEx non sta benissimo

Di Mauro Bottarelli , il - 6 commenti

Thats_all
Il commercio globale parla e vuole dirci qualcosa: per l’esattezza che siamo al disastro e che i prezzi in calo continuo delle tariffe di noleggio non fanno che riflettere questa realtà. Di più, ci dice anche che si sta configurando una riedizione perfetta del 2008, un qualcosa che dovrebbe far riflettere parecchio, visto che almeno nel breve termine non paiono palesarsi segnali di vita sul mercato.

Cominciamo da questo grafico,
Global_trade
il quale non mi pare abbia bisogno di spiegazioni, mentre questi due
Baltic_low1
Baltic_low2
ci mostrano come il Baltic Dry Index sia ai minimi record e lo Shanghai Containerized Freight stia letteralmente collassando. La scorsa settimana le tariffe per i container da trasporto dai porti asiatici al Nord Europa sono crollate del 27,9% a 295 dollari per container da 20 piedi (TEU), un calo conseguente al tonfo del volume di traffico su quella che è una delle rotte più trafficate al mondo, -39,3%. Di più, nelle ultime tre settimane le tariffe per container da trasporto, sui quali viaggiano dai televisori all’abbigliamento, dall’Asia all’Europa del Nord sono calate del 70% (!!!!), mentre quelle dall’Asia al Mediterraneo sono scese del 22,5%, quelle per la East Coast statunitense dell’8% e per la West Coast dell’8,6%.

E se ritenete che il Baltic Dry Index non sia più un segnalatore credibile, questo grafico
Baltic_low8
ci mostra come anche l’HARPEX (l’indice dei container per spedizione compilato dal broker Harper Petersen e Co.) sia collassato ai livelli del 2008. E la cosa ancora più preoccupante, come vi anticipavo e che questa dinamica sta prendendo corpo nella stagione dell’anno solitamente più profittevole e congestionata. Questi due grafici
Baltic_low3
Baltic_low4
ci mostrano plasticamente quando avvenne l’ultimo volta un decoupling simile: 2008, appunto.

E c’è di più, perché sul finire dello scorsa settimana dagli Usa è arrivato un dato ancora più inquietante, visto che il trasporto su gomma attraverso grandi autoarticolati – i cosiddetti “Class 5-8” – è sceso del 40% su base annua (ottavo mese di contrazione di fila) e del 26% su base mensile a novembre. E questo grafico
Class8_truck
ci mostra come a patire maggiormente sia stata la categoria “Class 8”, quella dei camion con oltre 33mila libbre di peso lordo, definiti storicamente la spina dorsale del commercio infrastrutturale e logistico statunitense. Gli ordinativi in questa categoria sono scesi del 59% su base annua a quota 16.600 e del 36% su base mensile a novembre, ben al di sotto delle previsioni che si attestavano nel range 23-25mila unità. Segnale recessivo, forse?

E altrettanto negativo e sempre in arrivo dagli Usa è il dato del traffico su rotaia, visto che mercoledì scorso il Dow Jones Transportation Average è sceso del 2,1% (contro il -0,9% del Dow Jones Industrial Average) dopo che le aziende Kansas City Southern e CSX Corp. hanno presentato pesanti outlook per il quarto trimestre durante una conferenza organizzata da Credit Suisse in Florida, come ci mostra questo grafico.
Railroad_stocks
Kansas City Southern quel giorno perse addirittura il 7,1% e con un volume che è stato doppio della media quotidiana dopo che il CEO, Michael Upchurch, ha parlato di revenue per gli ultimi tre mesi dell’anno “in calo nella parte alta della singola cifra del range percentuale”, quando gli analisti si attendevano invece un -3,3%. Insomma, le merci non circolano. E una conferma è arrivata proprio ieri relativamente al traffico merci sul rotaia, calato del 5,1% in ottobre, accelerando drammaticamente il calo dell’1,6% del terzo trimestre, come ci mostra questo grafico.
Carloads
Il traffico intermodale su rotaia è calato dell’1,3% dall’inizio di ottobre, dopo essere cresciuto nei due trimestri precedenti. Si tratta di beni di consumo che vengono trasportati in container che possono essere caricati indifferentemente da navi, treni e camion e contano per quasi la metà del totale. E se anche si vuole parlare di America sostenuta dai servizi, non solo questo grafico
ISM_ISM
ci mostra come il trend stia per invertire o quantomeno rallentare ma giova ricordare che quel comparto (banche, ristoranti, retail, industrie di costruzioni, software) o mantiene lo status quo o come nel caso delle abitazioni addirittura consuma e non genera capitale. L’America sta forse tentando l’esperimento di un’economia che può funzionare con servizi in crescita e manifattura in contrazione? Nel caso, auguri. E, soprattutto, complimenti per il timing dell’operazione.

Ma ovviamente, i super-ottimisti dicono che va tutto bene, la domanda c’è e questa dinamica è solo frutto di un’eccessiva offerta di container. In effetti, questo grafico
Baltic_low5
ci mostra come la domanda stia salendo, peccato che quest’altro
Baltic_low6
ci spieghi anche il perché: grazie a segnali manipolati e scollegati dalla realtà che arrivano dai mercati e che hanno spinto le aziende cantieristiche nella più classica trappola da mal-investment, costruendo navi dopo navi nell’attesa certa della rinascita del commercio globale. Che non è mai arrivata. Insomma, il combinato di collasso del prezzo del petrolio, rafforzamento del dollaro e letargia dell’economia hanno portato allo scoperto il Re della ripresa, che ora è nudo. Il mal-investment di massa nello shale Usa, nel comparto minerario in Brasile e nelle aziende e nel real estate cinese hanno portato a questo.

Basta guardarsi attorno: i fondamentali economici non ripartono, la manifattura sta rallentando e la spesa per consumi è debole: questo grafico,
Comms_crash1
poi, ci porta a fare i conti con quanto sta avvenendo nel mondo delle commodities. Il Bloomberg Commodity Index è ai minimi da inizio 1999 e giù del 22% dal 2009 e questo altro grafico
Comms_crash2
ci mostra plasticamente quale potrebbe essere l’epilogo di questo crollo senza fine. Di più, questi altri due grafici
Anglo_american1
Anglo_american2
ci mostrano come il quinto gruppo minerario del mondo, Anglo American, l’altro giorno abbia annunciato il taglio di 85mila posti di lavoro, due terzi del totale, la vendita del 60% del portafoglio di assets e la sospensione del dividendo. Il titolo è crollato in Borsa ma questo altro grafico
Anglo_american3
ci mostra come l’intero comparto sia ai minimi da sette anni.

E come vi dicevo in un mio recente articolo, il prezzo di una di queste commodities – il rame – ha fatto schiacciare il bottone del panico alla Cina. Prima i produttori di alcuni metalli hanno chiesto al governo di acquistare i loro surplus in una specie di QE delle materie prime, poi le autorità hanno lanciato un primo attacco contro quelli che sono stati definiti “maliziosi short-sellers” di commodities, facendo crollare la Borsa, come ci mostra il grafico.
China_copper1
Ma perché proprio ora, visto che il tonfo dei prezzi delle materie prime è in atto ormai da mesi e mesi? Per questo,
China_copper2
ovvero il fatto che per la prima volta dall’inizio del super-ciclo delle commodities, il prezzo del rame rischia di finire al di sotto delle media critica degli scostamenti. L’ultima volta che accadde fu nel 2008-2009 e come immediata reazione ci fu il lancio del QE per supportare quella bolla. Di colpo, il metallo partì in rally ed entro fine mese chiuse con il prezzo al di sopra della media. Ad oggi siamo a 4626 e occorre chiudere almeno a 5055 – un +9% – entro metà dicembre, anche se molti analisti si rifanno al numero 233 di Fibonacci per calmare la situazione e dire che il livello critico è già stato raggiunto, fissando lo stesso a 4610.

Una cosa è certa, con la domanda di rame calata del 4,6% su base annua ad ottobre, il quadro non è roseo, soprattutto vista la quantità di carry-trade basati proprio sul prezzo del rame come collaterale per l’arbitraggio sui tassi di interesse. Come reagirà Pechino? Difficile dirlo ma occorre seguire le mosse con attenzione, perché potrebbero involontariamente svelare al mondo il vero stato di salute dell’economia cinese. In compenso, questo grafico
Glencore_cds
ci dice come sta reagendo il credit default swap a 5 anni di Glencore al rischio di unwind di quei carry-trade, sfondando quota 900 punti base che implica un rischio di default al 50%.

E proprio la regina delle materie prime, il petrolio, ci regale delle altre perle da questo mercato assolutamente bilanciato e sobrio, soprattutto ora che la decisione dell’Opec di mantenere la produzione invariata a 31,5 milioni di barili al giorno spalanca la prospettiva di un surplus di 700mila barili al giorno per il 2016. Questo grafico
Oil_6yr
ci mostra come il prezzo del greggio sia ai minimi da sei anni ma c’è di più, visto che nemmeno la cosiddetta “smart money” sembra capirci più nulla: per il 77% degli interpellati da Bloomberg, infatti, il bottom del prezzo era stato raggiunto il 4 giugno di quest’anno, quando si viaggiava sui 63 dollari al barile. Bene, subito dopo la decisione dell’Opec il contratto gennaio 2016 tradava a 38.25 dollari e l’opzione più attiva era quella put a 35 dollari, come ci mostra questo grafico.
Oil_interest
Ora, alla luce di questo, guardate questo grafico,
Crude_miracle1
ci mostra come i titoli azionari europei del comparto gas e petrolio siano totalmente in sconnessione dal prezzo del greggio. Quest’altro
Crude_miracle2
fa la stessa comparazione con i titoli Usa, mentre quest’altro ancora
Crude_miracle3
mette in relazione in titoli legati ai trasporti quotati al Dow Jones sempre con le valutazioni del barile. Il decoupling non è mai stato così ampio. E cosa è successo l’ultima volta che questa biforcazione ha raggiunto un’ampiezza simile? Esatto, i titoli del comparto sono crollati. E questo grafico,
Crude_miracle4
ci mostra come il credito nel settore energia non stia comprando il rally. E attenzione, perché questi due grafici
Oil_terror1
Oil_terror2
ci mostrano come la rivoluzione dello shale oil statunitense abbia spazzato via la correlazione storica tra timore per le attività terroristiche e aumento del prezzo del petrolio, un qualcosa che va preso seriamente in considerazione se si vogliono mettere le cose in prospettiva e trovare un punto di reale bottom.

Ma a riprova del fatto che non sia solo il commercio globale a essersi impantanato ma, più in generale, l’attività produttiva a livello mondiale, ecco che il mondo in perenne attesa della ripresa (un po’ come Godot) deve fare i conti con una situazione simile.
Global_capex1
Ovvero, grazie alle emissioni di debito a costo zero e all’utilizzo di quel denaro per finanziare buybacks che garantissero dividendi agli azionisti e bonus ai dirigenti, il CapEx è praticamente morto. Invece che reinvestire denaro in crescita ed espansione, si è giocato con i multipli di utile per azione al fine di tenere alte le valutazioni e abbassare il flottante: tutta finanza, niente economia reale. E questo grafico
Global_capex2
ci mostra la mappa globale del CapEx con regioni e segmenti di spesa. Un mondo così, a vostro modo di vedere, può definirsi in ripresa? E, peggio ancora, potrà viverla mai una ripresa reale ai livello pre-crisi?

Tanto più che la narrativa vuole che il comparto energia e le sue pessime performance siano alla base dei tonfi che stanno colpendo il comparto del cosiddetto “distressed debt” ma, come ci mostra questo grafico,
Distressed_debt1
non è così, visto che da inizio anno a ottobre gli hedge funds specializzati in questo settore lucroso ma pieno di rischi hanno perso il 5%, ponendo le basi per la peggior annata dal 2008, quando persero il 25%. Insomma, non pare sia tutto legato all’energia. Perché nonostante il disinteresse generale per la situazione che ci mostra questo grafico,
Distressed_debt2
è di altro che dobbiamo preoccuparci. Per la precisione di questo,
Distressed_debt3
ovvero del fatto che attualmente il numero di distressed bonds che sta tradando è il più alto dal 2009! Non è una questione del comparto energia, è tracimato ovunque! Ignoriamo pure questa situazione ancora per un po’. A nostro rischio e pericolo.

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