E’ già guerra mondiale ma asimmetrica. E Yemen, Nigeria e Afghanistan sono gli avamposti nascosti

Di Mauro Bottarelli , il - 17 commenti

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Nel mio articolo di ieri parlavo dell’ipotesi che gli Stati Uniti stessero preparandosi a una guerra in grande stile, viste le ultime mosse compiute a livello di spese militari e rafforzamento dell’intelligence e del controllo. Ovviamente tra i commenti ho trovato molti che bollavano l’idea come folle, poiché una guerra totale con armi non convenzionali porterebbe alla fine del mondo come lo conosciamo. Infatti, non intendevo una guerra di quel genere. Niente missili russi verso Washington, né atomiche statunitensi: le guerre possono combattersi a livello globale anche localmente. E per procura.

Ce lo dimostra questa mappa,
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dalla quale si evince il numero di eserciti stranieri che stanno combattendo, a vario titolo e con forze differenti, nel contesto siriano oggi. Come vedete, è già una guerra mondiale, di fatto. Ormai i conflitti sono a bassa intensità e, soprattutto, asimmetrici, visto che usano terrorismo e globalizzazione come mezzi bellici. In tal senso, vi invito a cercare e leggere “Guerra senza limiti” di Qiao Liang e Wang Xiangsui, a dir poco profetico e illuminante. Ora proverò a spiegarvi cosa intendo per guerra asimmetrica nel contesto attuale.

Partiamo dallo Yemen,
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ovvero dalla proxy war tra Arabia Saudita e Siria che dallo scorso marzo ha già reclamato oltre 6mila morti e 2,5 milioni di sfollati nel silenzio generale dei vari Charlie Hedbo e Bataclan di turno. Il 22 dicembre i ribelli Houthi hanno infatti attaccato con missili balistici un impianto del colosso petrolifero statale saudita Aramco vicino alla città di Jizan, nel sud-ovest del Paese. A confermarlo il portavoce delle forzi ribelle yemenite, il generale Sharaf Luqman, il quale ha dichiarato che l’attacco è stato una rappresaglia contro le continue violazioni saudite del cessate-il-fuoco richiesto all’Onu.
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Dal canto suo, Ryad ha confermato l’attacco ma ha sottolineato come l’impianto non abbia subito danni, visto che il razzo è stato intercettato dalle batterie saudite. Il problema non è l’attacco in sè, oltretutto contro un obiettivo petrolifero ma bensì chi ha fornito i missili balistici agli Houthi: ovvero, l’Iran.
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E Teheran compare anche altrove. Tra il 12 e il 13 dicembre scorsi, infatti, nella città nigeriana di Zaria, nello stato del nord di Kaduna, si sono infatti registrati violenti scontri tra l’esercito governativo e i miliziani dell’Islamic Movement of Nigeria (IMN), un gruppo dichiaratamente filo-sciita e filo-iraniano fondato negli anni Ottanta da Ibrahim Zakzaky, predicatore e supporter di Khomeini.
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Sul terreno sono rimaste oltre 100 vittime ma la notizia che ha creato più rumore è stato il ferimento e l’arresto proprio di Zakzaky nel corso degli scontri, a cui sarebbe seguito un raid dell’esercito presso la sua abitazione, durante il quale sarebbero stati uccisi la moglie e i figli.
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L’esercito ha dichiarato di essere intervenuto per prevenire l’assassinio del capo dell’esercito della regione da parte dell’IMN, mentre quest’ultimo accusa i militari di aver aperto il fuoco su una manifestazione pacifica.

Nessuno sa la verità ma ciò che serviva è accaduto: è scoppiata la scintilla sciita in Nigeria, la più grande economia dell’Africa e importante produttore di petrolio nella zona sud del Delta del Niger, come mostrano queste mappe.
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L’IMN combatte sia contro l’esercito regolare che contro Boko Haram, il gruppo estremista sunnita affiliato all’Isis ma fino ad ora non aveva avuto mire egemoniche, visto che gli sciiti in Nigeria rappresentano il 10% di una popolazione di 90 milioni di musulmani e tendono a non voler scontrarsi con i sunniti ma a restare nel loro. Ora, invece, c’è il rischio di una loro conversione verso l’estremismo violento di matrice religiosa settaria, calcolando che l’IMN stando a dati della SBM Intelligence è molto più grande di Boko Haram e quindi può godere di maggior supporto e organizzazione sul territorio, se volesse compiere il salto di qualità.
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Casualmente, la storia si ripete e il copione è identico a quello che portò alla radicalizzazione di Boko Haram, ovvero la morte nel 2009 del suo leader, Mohammad Yusuf, proprio durante la custodia nelle prigioni nigeriane. Se per caso lo stesso destino dovesse occorrere a Zakzaky, un potenziale nuovo fronte di scontro e destabilizzazione sarebbe servito. Oltretutto, in un Paese con immense risorse energetiche, la sicurezza delle quali è una variabile non secondaria rispetto al prezzo del greggio sul mercato. Soprattutto, se il conflitto in Yemen dovesse esacerbarsi e mettere a rischio qualche infrastruttura strategica. Anche qui, legami con l’Iran e petrolio.
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Ma la guerra al terrorismo, nella fattispecie a quel franchising chiamato Isis, porta ad alleanze strane, quasi impossibili. Ricorderete come nel 1998 proprio l’Iran minacciò i Talebani afghani di distruggerli nell’arco di 24 ore come rappresaglia per l’omicidio di otto diplomatici di Teheran avvenuto a Mazar-e-Sharif: la cosa non stupisce, sciiti e sunniti non sono esattamente Tom e Gerry. Quando però sul finire dello scorso novembre, si scoprì che la Russia aveva inviato a Kabul qualcosa come 10mila fucili d’assalto AK-47 su richiesta del governo locale per combattere il terrorismo, emerse anche dell’altro: ovvero che l’Iran stava armando e finanziando i Talebani in chiave anti-Daesh.
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Nel mese di settembre, infatti, l’Isis cominciò il suo tentativo di infiltrazione in grande stile in Afghanistan, dichiarando ufficialmente guerra ai Talebani e sfidandoli nel controllo delle loro aree. Bene, intervistato dal Wall Street Journal, lo scorso novembre un capo telabano ammise che “l’Iran ci fornisce di qualsiasi cosa abbiamo bisogno”. Perché? Semplice, un doppio scopo: arginare l’influenza salafita nel Paese e contrastare l’influenza statunitense sulla regione. Insomma, il nemico del mio nemico è mio amico. Di più, oltre ad armi, munizioni e finanziamento, l’Iran starebbe reclutando e addestrando guerriglieri per stroncare l’offensiva di Daesh.
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E ieri cosa abbiamo scoperto, leggendo il Washington Post? Che mercoledì un funzionario del Cremlino ha confermato che la Russia sta scambiandosi informazioni con i Talebani, in uno sforzo comune per contrastare la diffusione di Daesh nel Paese. Zamir Kabulov, capo dipartimento del ministero degli Esteri e rappresentante speciale di presidente Putin in Afghanistan, ha confermato all’agenzia Interfax che “gli interessi dei Talebani coincidono oggettivamente con i nostri. Abbiamo canali aperti per lo scambio di informazioni”. Insomma, non solo Mosca scambia informazione con il vecchio nemico combattuto per oltre dieci anni ma, paradossalmente, lo combatte anche, visto che fornisce di armamenti il governo di Kabul, il quale prima dell’Isis teme e combatte proprio i Talebani.
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E guarda caso, ieri si è appreso che le autorità afghane stanno indagando sulla nazionalità di due elicotteri non identificati, dai quali sarebbero scesi alcuni terroristi del Daesh nella provincia di Nangarhar. “Un certo numero di persone a Tor Ghar, provincia di Nangarhar, mi hanno contattato per dirmi che elicotteri non identificati vi hanno trasferito militanti del Daesh. Mi hanno chiesto di seguire la vicenda e sollecitare funzionari della sicurezza e militari ad esaminare i movimenti dei militanti”, riferiva il senatore Haji Lutfullah Baba.
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Un portavoce del governo locale ha confermato che dagli elicotteri erano scesi uomini in uniformi nere, aggiungendo che avvistamenti simili erano stati segnalati nelle province di Kunduz, Baghlan e Badakhshan.
Inoltre, il 16 dicembre scorso sono scoppiati feroci scontri tra milizani dell’Isis ed i talebani proprio nella provincia orientale di Nangarhar. Chissà, magari sono elicotteri a noleggio, tipo le autovetture NCC.

Ecco cosa significa guerra asimmetrica: aprire più fronti, tutti interconnessi, affinché siano le dinamiche locali a fare il lavoro sporco, senza dover arrivare allo scontro frontale fra grandi potenze. C’è una cosa però che unisce i tre scenari che vi ho descritto: l’influenza iraniana. Un qualcosa che potrebbe fare molto comodo a chi non vuole l’accordo sul nucleare, né tantomeno il ritorno di Teheran nel mercato dell’export petrolifero. I nomi sono noti: Arabia Saudita e Israele, in testa. Ma anche gli Usa in vista del voto potrebbero sconfessare la linea aperturista dell’ormai anatra zoppa Obama e sposare gli interessi coincidenti degli alleati storici nell’area.
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E se per caso, i ribelli Houthi accedessero anche ad armi non convenzionali tramite l’Iran? E se la minaccia divenisse troppo seria per la diplomazia internazionale, magari grazie a qualche “incidente” sul campo o qualche prova in stile Colin Powell? Tanto più che ieri, durante i funerali del capo di Hezbollah, Samir Kuntar, ucciso pochi giorni fa da un raid dall’aviazione israeliana in Siria, il gruppo sciita filo-iraniano ha dichiarato che “la nostra risposta militare per questo assassinio sarà come un terremoto per Israele”.
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Insomma, i presupposti perché Israele veda il diritto di rappresaglia verso la casa madre di Hezbollah servito su un piatto d’argento, paiono già oggi essere molto solidi. Sempre pronti, poi, a utilizzare fronti apparentemente “spaiati” come Afghanistan e Nigeria per colpire l’incoerenza di Mosca nel primo caso e gli interessi petroliferi cinesi nel secondo. Guerra asimmetrica. Non servono le atomiche, basta destabilizzare. Buone feste.

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