La Cina traballa fra debito, profitti e scioperi in aumento. E qualcuno potrebbe sfruttare l’instabilità sociale

Di Mauro Bottarelli , il - 9 commenti

China_workers3
Ieri mattina, pubblicando questi due grafici,
B_shares
China_interbank
FunnyKing vi rendeva edotti riguardo una certa instabilità finanziaria presente in Cina, sia attraverso la pessima performance delle cosiddette b-shares (ovvero titoli denominati in valuta straniera, dollari Usa a Shanghai e dollari di Hong Kong a Shenzhen) e attraverso le tensioni sul mercato interbancario. Insomma, svalutazione competitiva in vista?

Qualcosa di certo Pechino deve fare, perché si trova di fronte a un combinato che potrebbe essere molto più difficile da gestire della bolla azionaria scoppiata la scorsa estate. Se infatti le aziende cinesi operanti nei settori di trasporti e chimica hanno riportato una crescita dei profitti nel periodo che va da gennaio a novembre, quelle legate a petrolio, petrolchimica e materiali per costruzioni hanno visto un calo nelle entrate, mentre il settore acciaio, carbone e metalli non ferrosi ha continuato a patire perdite. Insomma, lo stato di salute della profittabilità corporate cinese sta deteriorando rapidamente?

Questo grafico
China_profits
ci dice una cosa e ce la urla in faccia: virtualmente, oggi in Cina tutta l’industria dell’acciaio produce soltanto perdite, mentre oltre la metà delle aziende del comparto commodities con debito da servire non ha i fondi per pagare nemmeno un singolo coupon. Da marzo 2014 sono stati solo 17 i default, un numero molto basso se messo in relazione al mercato del debito cinese e alla produzione anti-economica e di questi solo 4 hanno riguardato le cosiddette SOEs, ovvero le aziende a controllo statale: Tianwei, Yingli Sinosteel e Tianwei.

Insomma, cosa sta facendo Pechino? Nulla più di quanto fatto dal Giappone nei giorni di picco dell’ultima bolla, ovvero operare una politica di massimizzazione dell’occupazione alle spese della massimizzazione dei profitti. Nel frattempo, però, mentre i profitti delle SOEs sono continuati a deteriorare, generando un feedback negativo proprio sulla massimizzazione del lavoro e dell’occupazione, questo grafico
China_profits2
ci mostra come il debito delle medesime aziende statali abbia toccato un nuovo record, arrivando a crescere di altri 399 miliardi di yuan, raggiungendo quota 78,3 trilioni di yuan. Per mettere in prospettiva, siamo oltre i 12 trilioni di dollari, ben sopra quota 100% del Pil cinese.

Insomma, siamo in piena divergenza, quasi un “death cross” per l’economia del Dragone: il trend di profitti in calo (insieme al cash-flow) e debito in aumento ai massimi record ci pone una domanda seria sulla sostenibilità di questa dinamica. Siamo alla vigilia di una catena di default o potenziali tali?

Paradossalmente, a mio avviso non è questo il rischio peggiore che la Cina sta correndo ma un altro, strettamente connesso però ai margini di profitto in calo e alla massimizzazione del lavoro, il tutto in un’economia con il debito totale superiore al 300% del Pil, le sofferenze bancarie ufficiali al 20% e in netto rallentamento produttivo e di domanda. Bene, come ci confermano i dati del China Labour Bulletin, il rischio maggiore per Pechino è dato da questi due grafici,
China_strikes4
China_strikes
i quali ci mostrano come nella rilevazione di fine ottobre sul numero di scioperi negli ultimi 5 anni si arrivasse a quota 2005 per l’anno che sta per finire, mentre il secondo ci mostra come la rilevazione della settimana scorsa parli di 2334, un aumento del 15% nel solo mese di novembre e massimo storico!

Il tutto in un contesto di repressione in aumento, visto che la scorsa settimana nella Cina del Sud, l’area dove si trova concentrata la gran parte della manifattura e divenuta ultimamente epicentro degli scioperi, come ci mostra la cartina,
China_strikes5
almeno tre leader sindacali sono stati arrestati dalla polizia nel corso di una protesta e si susseguono le denunce per atteggiamenti in aperta violazione dei diritti dei lavoratori sia da parte delle imprese che delle forze dell’ordine, su diretto mandato del governo. La “classe media” cinese sta prendendo coscienza delle condizioni in cui è stata ed è costretta a lavorare? Una possibile ondata rivendicativa da parte dei lavoratori, unita al rallentamento dell’economia e all’indebitamente del sistema, potrebbe davvero far vacillare il governo?

Difficile dirlo con certezza, visto che la crescita delle tensioni sociali in Cina è un tema dibattuto da anni cui il governo ha però saputo dare sempre risposta, a volte con la repressione pura, a volta abbozzando come ha appena fatto attraverso la legge che consente alle coppie di avere un secondo figlio.
China_workers2

Una cosa è certa, una simile minaccia potrebbe risultare ghiotta per gli avversari di Pechino. Non certo per schiantare la Cina, visto che si schianterebbe la crescita globale e il debito Usa dovrebbe trovare un nuovo, munifico detentore ma quantomeno per ottenere due risultati nel medio termine: far rallentare l’esportazione di deflazione cinese attraverso la sovra-produzione di materie prime e far sentire la Russia di Putin meno con le spalle coperte.
China_workers4

Nel corso dell’ultimo weekend, infatti, una notizia apparentemente sconnessa al caso cinese hanno fatto capolino. Ovvero, la conferma che il warfare sia il miglior moltiplicatore del Pil al mondo, visto che nel 2014 gli Usa hanno detenuto una quota pari alla metà del mercato mondiale di armi, grazie alla quale hanno ottenuto introiti per 36,2 miliardi di dollari, più 9,5 miliardi su base annua. Ma se questo grafico
US_warfare
ci mostra come le spese militari negli Usa siano salite del 148% negli ultimi tre mesi, massimo dal 2007, i dati resi noti dal Congresso ci dicono che a garantire questo risultato sono state le commesse multimiliardarie con Qatar, Arabia Saudita e Corea del Sud. Quest’ultima, ci crediate o meno, è stata l’acquirente di armi migliore al mondo nel 2014, con contratti per un controvalore di 7,8 miliardi di dollari, di cui 7 chiusi con aziende statunitensi per acquisto di varie componenti, tra cui elicotteri da trasporto e relativo supporto ma anche veicoli per la sorveglianza.
South_Korea

Insomma, le tensioni in Asia e con la Corea del Nord fruttano bene a Washington, tanto più che il secondo fronte di vendita pare garantito per anno, trattandosi dell’Iraq con 7,3 miliardi di acquisti per il rinforzo e il riarmo del suo esercito! Terzo, incredibilmente, il Brasile con 6,5 miliardi di acquisti. Ma sempre restando in Corea del Sud, occorre ricordare come Seul abbia acquistato anche il cosiddetto Aegis Combat Systems, che vediamo descritto nella grafica,
Aegis
oltre all’equipaggiamento connesso e il supporto logistico, dopo che a gennaio fu il Dipartimento di Stato a rendere possibile la vendita con un accordo bilaterale. E chi sono i tre principali contractors nell’accordo? Il segmento marittimo-navale della Lockheed Martin Corporation, General Dynamics Corporation e Raytheon Company, nemmeno a dirlo leader del settore e munifici lobbysti in vista delle presidenziali.
South_Korea2

E con l’outlook manifatturiero della Fed di Dallas che ieri parlava questa lingua,
Dallas_Fed
ovvero un calo a dicembre a -20.1 da -4.9 e contro le attese di -7.0, gli Usa non possono permettersi il lusso di non sfruttare al meglio le tensioni geopolitiche in giro per il mondo al fine di utilizzare il moltiplicatore del warfare al massimo e per il periodo di tempo più lungo possibile. Se la minaccia del dittatore di Pyongyang è stata sufficiente a far correre Seul a un riarmo senza precedenti, pesanti tensioni sociali in Cina potrebbe risultare miracolose per il comparto, oltre che geo-politicamente.

Stranamente, proprio domenica, mentre gli Usa rendevano noti i risultati del loro commercio legato alla difesa, il Congresso nazionale cinese approvava la nuova legislazione anti-terrorismo, la quale non solo spalanca le porte a interventi militari all’estero dell’Esercito popolare su mandato della Commissione centrale di difesa ma inviava un chiaro segnale anche interno. Ovvero, alla minoranza sunnita di origine turca degli Uiguri presente nella regione dello Xinjiang, i cui atti violenti a detta del governo sono ispirati da gruppi estremisti internazionali come Isis e al-Nusra.
Xinjiang
Ci vorrà molto, in caso di scioperi in aumento non solo di numero ma anche di intensità, ad ampliare i poteri di questa legislazione anche ai reati contro la sicurezza interna, tramutando le rivendicazioni dei lavoratori in atti eversivi? Come sempre, tout se tient.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

Shares
Grazie per avere votato! Ora dillo a tutto il mondo via Twitter!
Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"
Come ti senti dopo avere letto questo post?
  • Eccitato
  • Affascinato
  • Divertito
  • Annoiato
  • Triste
  • Arrabbiato

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi