La strategia saudita è fallita, la Russia sta vincendo la guerra del petrolio. Quindi, attendiamoci botti

Di Mauro Bottarelli , il - 36 commenti

Putin1
Prevedo scossoni a breve sullo scenario internazionale. E scossoni di un certo livello, a partire dallo Yemen e dall’armata Brancaleone di eserciti arabi capeggiati dall’Arabia Saudita che dovrebbe combattere il terrorismo, non solo quello dell’Isis in Siria e Iraq. La strategia di Ryad, infatti, è miseramente fallita: la Russia, pur fiaccata dalle sanzioni occidentali, ha trovato nella Cina non solo un partner politico ma anche uno sbocco commerciale di primaria importanza, energia in testa e questa tabella
Russia_Crude
mette le cose in prospettiva temporale.

E se questo grafico
Moscow_oil4
ci mostra come grazie all’anticipo del pagamento da parte di Pechino del mega-contratto di fornitura, le aziende petrolifere russe hanno garantito ai loro obbligazionisti dei returns a fronte del nulla generale nei mercati emergenti, è di ieri la notizia che per la terza volta quest’anno la Russia ha superato l’Arabia Saudita come fornitore di greggio alla Cina, 949.925 barili a novembre contro gli 886.950 di Ryad nello stesso periodo. E questo grafico
Russia_crude2
ci mostra come dopo sei anni di cali, l’export petrolifero di Mosca nel 2015 sia cresciuto.

Per l’Arabia, la quale sta già pagando un prezzo altissimo alle basse quotazioni del greggio, avendo un deficit pari al 20% del Pil, questa connection sempre più stretta tra Mosca e Pechino rappresenta una minaccia anche geopolitica, essendo la Russia alleata dell’asse sciita in Medio Oriente. Certo, Ryad sta vendendo a sconto il suo greggio sul mercato europeo, utilizzando i porti polacchi come choke-point ma questo potrebbe solo esacerbare i rapporti già tesi con la Russia, a lungo andare. Insomma, la strategia saudita di abbassare al massimo i prezzi, pompando la produzioni Opec quasi agli estremi, non è servita, anzi si è rivelata auto-lesionista, visto che questo grafico
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ci mostra come oggi la Russia stia producendo al ritmo più rapido dalla fine dell’Unione Sovietica. E se questo altro grafico
Russia_crude4
ci mostra come l’output russo abbia tenuto, anche se i suoi avversari più diretti lo hanno sorpassato, la vera portata di quanto ottenuto da Putin sta nelle parole di Edward Morse, capo dell’ufficio studi sulle commodities di Citigroup, a detta del quale “non conosco nessuno e ripeto nessuno che a inizio anno avrebbe scommesso su una crescita della produzione russa nel 2015, tanto più a livelli record come questi”.

E attenzione, perché con molti analisti – non ultima Goldman Sachs – che prevedono addirittura il barile in area 20 dollari, Mosca potrebbe reggere meglio di chiunque altro lo shock ulteriore. Lo conferma Mikhail Stavskiy, capo dell’upstream alla Bashneft PJSC, l’azienda che ha permesso l’aumento di produzione record della Russia quest’anno: “Non so a quanto dovrà scendere il prezzo del petrolio affinché le cose cambino in maniera drammatica ma noi siamo arrivati a continuare la produzione con un livello di valutazione pari a 9 dollari. Quindi, se succederà qualcosa, sappiamo cosa fare”. Ryad non reggerebbe sei mesi a quei prezzi, oltretutto con i costi faraonici della guerra in Yemen. E come ci mostra questo grafico,
Russia_crude5
il barile russo rimane il più a buon mercato, grazie ai bassi costi di estrazione nei giacimenti della Siberia occidentale, alla svalutazione del rublo e a questo,
Russia_oil4
ovvero l’acquisizione delle strutture della joint-venture di BP, TNK. un esborso di denaro – fortemente voluto da Putin – che si sta però rivelando l’affare del secolo. Insomma, non vorrei che a qualcuno venisse in mente di sabotare alcune delle principali infrastrutture petrolifere del Medio Oriente, magari in contemporanea con una bella crisi nell’area del delta del Niger o con un bel golpe in Venezuela, appena uscito dall’epoca del chavismo. Ne succedono di cose strane, d’altronde.

Come questa ad esempio,
Galveston
ovvero il congestionamento di 40 tankers al largo del porto di Galvestone, in Texas, con stipati a bordo 28,4 milioni di barili. Insomma, il simbolo stesso della saturazione del mercato. Ma c’è di più, perché queste due mappe
Tanker_glut1
Tanker_glut2
ci mostrano dell’altro. Ovvero che tre tanker da 237mila tonnellate – Vendome Street, Atlantic Star e Atlantic Titan – la scorsa settimana hanno compiuto un’inversione a U nell’Oceano Atlantico e ora stanno tornando verso l’Asia. Il problema, bassi prezzi, domanda debole e nessuna capacità di stoccaggio. E se questo grafico
Diesel_price
ci mostra come il prezzo del diesel europeo sia sceso ai minimi da sei anni, la realtà attuale è quella di circa 250mila tonnellate di diesel ancorato al largo dell’Europa e del Mediterraneo che vagano senza una meta sui tankers. La strategia? Tenere quei vascelli in mare il più a lungo possibile in attesa di trovare condizioni di mercato migliori.

E se l’Europa si è appena mostrata prona agli interessi di Washington e dell’Arabia Saudita votando per la proroga delle suicide sanzioni alla Russia, questo grafico
Oil_cross
ci mostra come ormai sia palesata sul mercato la “death cross” del petrolio, visto che gli stock petroliferi sono cresciuti per il terzo mese di fila, salendo dello 0,5% a quota record di 2,99 miliardi di barili, come conferma l’International Energy Agency, mentre il Beige Book presentato la scorsa settimana dal governo cinese mostrava ulteriore deterioramento economico nel quarto trimestre per l’economia più onnivora di commodities al mondo. Quindi, o uno di questi due indicatore cambia direzione o aspettiamo prezzi bassi ancora per molto.

Tanto più che Pechino continuerà a comprare per riempire le riserve strategiche fino al 2019, come ci mostra il grafico
China_SPR8
ma se dovrà scegliere, comprerà da Mosca. E per chiudere, lascio la parola al vice-ministro russo per l’Energia, Kirill Molodtsov: “Vi dirò quando le aziende russe sicuramente faranno calare la produzione di petrolio. Quando costerà 0 dollari”. La parola a Ryad, anche se temo che non si si limiterà a dispute semantiche.

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