L’economia Usa ormai è la fiera degli unicorni e la Fed abbassa ancora le stime del Pil

Di Mauro Bottarelli , il - 4 commenti

Unicorn_US
Dopo due giorni di incursioni geopolitiche, è ora di tornare ai grandi classici: la strepitosa ripresa dell’economia statunitense. Cominciamo da qui,
Milwaukee_ISM
ovvero dal fatto che il Milwaukee ISM per il decimo mese degli ultimi dodici ha mancato al ribasso le previsioni, scendendo a novembre a quota 45.34 dai 46.66 di ottobre. Ma sono come al solito le sotto-componenti a regalarci delle gioie: i nuovi ordinativi sono scesi a 39.60 da 46.67, l’occupazione è calata a 48.16 da 51.44 e la produzione è arrivata a 47.14 dal precedente 48.87. Tutta salute, insomma: propri sicuri di alzare i tassi tra quindici giorni?

Ma andiamo avanti, perché i dati macro si sprecano. Un mese fa il Chicago PMI salì oltre le stime a 56.2, peccato che a novembre sia calato a 48.7 contro previsioni di 54.0, come ci mostra il grafico.
PMI_Chicago
Di fatto una conferma che gli Usa sono già in recessione industriale, visto che il dato PMI è stato sotto quota 50 (ciò che divide espansione da contrazione) già per sei mesi quest’anno. E dopo Milwaukee e Chicago, poteva mancare Dallas e il suo indice manifatturiero? Non sia mai e come ci mostra il grafico,
Dallas_manu1
anche qui siamo in contrazione e per l’esattezza da 11 mesi, un qualcosa che non si era mai visto al di fuori di un ciclo recessivo ufficiale. Mentre questo altro grafico,
Dallas_manu2
ci mostra come i nuovi ordinativi siano in ribasso, mentre sale la voce “workweek”. Come spiegarlo? Semplice, le sotto-componenti ci dicono che la voce “hope” sia ai massimi da sei mesi. Bravi, sperate.

Ed ecco un altro settore sensibile, l’edilizia. Questo grafico
Home_sales
ci mostra come i dati di vendita siano anche in questo caso in contrazione, con la lettura su base annua che a ottobre ha segnato un +2,1% contro le attese di +4,3%. E a cosa è dovuto questo dato così debole? La NAR ha dovuto ammettere che “il numero è molto contenuto a causa dei posti di lavoro persi nel settore petrolifero”. Ma come, il prezzo del greggio basso non era fantastico per l’economia e i consumatori Usa? Stando a elaborazioni della Graves&Co. le aziende del comparto gas e petrolio hanno già licenziato 250mila addetti quest’anno a livello mondiale ma la cosa peggiore è contenuta in questa tabella,
Oil_loss
la quale ci mostra il livello di licenziamenti in Texas e viene accompagnata da una stima della Texas Alliance of Energy Producers in base alla quale ci sarebbero almeno altri 56mila licenziamenti da compiere se il prezzo del petrolio non risalirà in fretta.

Ma ora veniamo ai dati macro davvero importanti, ovvero al dato PMI manifatturiero degli Usa, sceso a novembre a 52.8 dai 54 di ottobre, la lettura più debole dall’ottobre 2013, come ci mostra il grafico.
PMI_tumble
E non basta, perché anche l’indice ISM manifatturiero è calato in zona contrazione a novembre per la prima volta dallo stesso mese del 2012, arrivando a quota 48.6, la lettura più debole da giugno 2009, come ci mostra il grafico.
ISM_hike
Il quale ci mostra anche altro: ovvero che quando l’ISM manifatturiero arrivò a questo livello all’inizio del 2008 il dato fu ignorato, salvo poi vedere la Fed correre a lanciare il QE1. E lo stesso avvenne poi nel 2012! Questo altro grafico
ISM_orders
ci mostra invece il crollo dei nuovi ordinativi, peggior dato dall’agosto del 2012, mentre questo
ISM_QE4
ci mostra come la dinamica in atto rischi di non finire affatto bene. Proprio un timing perfetto per un rialzo dei tassi, cosa ne dite? O meglio per dar vita a un bel QE4?

E vediamo come va l’unico settore industriale che sembra resistere agli echi di nuova recessione, ovvero quello automobilistico. I dati di vendita dei big cominciano a perdere un po’ di smalto: a novembre General Motors ha registrato un +1,5% contro le attese del +2,9%, Ford +0,3% contro una previsione del +3,2%, Fiat Chrysler +3% contro le attese di +3,2% e Tata Motors addirittura un -7% su base annua, come ci mostrano questi grafici.
Car_boom4
Car_boom5
In compenso, questo grafico
Cars_boom1
ci mostra come la ratio scorte/vendite segnali allarme recessivo, mentre quest’altro
Cars_boom2
ci mostra come l’intenzione di comprare un’automobile, tracciata all’interno del dato sulla fiducia dei consumatori, sia ai minimi dal gennaio 2013. Male? C’è di peggio e ce lo mostra questo grafico,
Cars_boom3
dal quale si evince che a novembre in Cina il Vehicle Inventory Alert Index sia salito al 61,8% dal 54,1% di ottobre, stando a dati ufficiali della China Automobile Dealers Association. Mentre questo altro
Cars_boom4
ci mostra l’unica ragione per cui il mercato automobilistico Usa non sia ancora crollato, al netto delle scorte sempre in aumento: il credito al consumo a livello record e percentualmente sempre più di natura subprime.

E a dire che le cose nell’economia statunitense non vanno affatto come vi raccontano quei simpaticoni del Sole24Ore (con l’arrivo di Mario Calabresi alla direzione, penso che anche “La Repubblica” ci regalerà delle soddisfazioni) non sono io ma i dirigenti delle aziende di quello stesso Paese, i quali attraverso il CEO Economic Outlook Survey per il quarto trimestre di quest’anno hanno espresso cautela massima per le aspettative dei prossimi sei mesi. Questo grafico
CEO1
ci mostra come l’indice – composto da proiezioni dei CEO su dati di vendita, spese per investimenti fissi e assunzioni per i prossimi 6 mesi appunto – sia sceso di 6.6 punti a quota 67.5 nel quarto trimestre e che questo sia il terzo calo consecutivo su base trimestrale, un dato che ci porta alla lettura da tre anni a questa parte. Di più,
questo grafico
CEO2
dimostra come la fiducia nella ripresa da parte dei CEO sia allo stesso livello della fine del 2012, ovvero quando la Fed stava per annunciare il QE3. Questo altro grafico
CEO3
ci mostra come le aspettative di spesa per CapEx per i primi sei mesi del 2016 siano in calo di 16.7 punti, mentre questo
CEO4
parla di un dato di vendita in calo di 3.2, al minimo da tre anni. Che gufi questi CEO!

E a proposito di vendite, visto che l’economia Usa si basa al 70% sui consumi, come è andato il Black Friday della settimana scorsa? Sicuramente avrete visto su YouTube il video delle risse scoppiate da Walmart per accaparrarsi tv o smartphone ma nessuno ha evidenziato il dato finale delle vendite in quel giorno cruciale. Bene, lo faccio io con questo grafico
Xmas_crash2
il quale ci mostra come le vendite on-line siano sì salite del 10% a 1,7 miliardi di dollari ma che il dato totale sia stato in calo del 10% a 10,4 miliardi contro gli 11,6 miliardi dello scorso anno! E questo altro grafico,
Xmas_crash1
ci mostra come le prospettive delle vendite al dettaglio siano parecchio divergenti dai corsi azionari garantiti dai buybacks finanziati con indebitamento allegro. E che la festa stia per finire, ce lo dimostrano proprio le emissioni di debito ad alto rendimento, capaci di racimolare sul mercato a novembre qualcosa come 26 miliardi di dollari, più del doppio di ottobre, come ci mostra il grafico.
Junk_boom1
Insomma, è il “last hurrah” e ci si gioca tutto. Anche perché questo altro grafico
Junk_boom2
dimostra plasticamente come la differenza di rendimento tra junk bonds e bond con grado BB sia salito al massimo da oltre cinque anni, passando dal 5,73% di marzo al 9,25% attuale, su dati elaborati da Bank of America-Merill Lynch.

Tranquilli, abbiamo quasi finito. Perché con questi due grafici
Financing_gap1
Financing_gap2
JP Morgan, non un pericoloso blog sovversivo, ha sentenziato l’altro giorno che “la prossima recessione per gli Usa potrebbe essere già dietro l’angolo”. E’ proprio tempo di alzare i tassi.

O forse no, perché come ci mostra questo grafico,
FED_Odds1
ormai la credibilità della Fed presso gli investitori è compromessa e, nonostante la percentuale resti alta in termini assoluti, sono in tanti ad avere il dubbio che l’instabilità del contesto internazionale giocherà un suo ruolo nella decisione attesa tra due settimane. Ma senza scomodare teatri bellici o allarmi terrorismo, questo grafico
FED_Odds2
ci dice che basta guardare i dati macro Usa per capire che non è proprio il caso di alzare i tassi. Tanto più che questo altro grafico
China_Fed
ci mostra che sia spettatore interessato e un po’ nervoso rispetto alle decisioni della Fed: ovvero, lo Shanghai Composite.

Già, forse è il caso di pensarci due volte. Anche perché se il 25 novembre scorso la Fed di Atlanta aveva visto al ribasso le sue stime sul Pil del quarto trimestre, passando da 2,3% a 1,8%, ieri il tracciatore in tempo reale GDPNow ha portato quella stima all’1,4%, come ci mostra questo grafico.
GDPNow_crash
E la motivazione di questa mossa risiedeva “nel calo occorso al dato ISM Manufacturing dell’Institute of Supply Management”. Ma guarda un po’ le combinazioni.. D’altronde si sa, l’America è una società basata sui servizi, la manifattura non conta nulla. Ad oggi, le stime della Fed di Atlanta sono quasi al 50% del consensus per il quarto trimestre, fissato in un lunare 2,5%.

Ma in ossequio al proverbio “mal comune, mezzo gaudio”, questo grafico
GDP_Canada
ci mostra come anche i vicini canadesi non siano messi bene, visto che il Pil si è contratto dello 0,5% su base mensile, il peggior dato dal novembre 2009 e la maggiore delusione delle aspettative dal dicembre 2008. Gaudete pure, adesso.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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    Beh, con questi dati che male c’è se yellen aumenta i tassi americani del 0,25-0,50 ?
    Io ci conto.
    Conto sulla prosopopea ipocrita americana.
    Conto sull’applicazione di teorie farlocche oltre ogni ragionevolezza.
    Voglio vedere come finisce questo più volte annunciato esperimento- rimedio sui tassi.
    Voglio vedere per quali strade e in quanto tempo l’economia mondiale potrà tornare ad una “normalità”.
    Spero che i tassi americani finalmente siano innalzati.

    • Massimo

      prima o poi il bluff si andrà a vedere…

  • Turbo mind

    Ammazza che mitragliata!!!
    Vabbè dai… abbasso i tassi! W le puzzole!

  • Acque inesplorate, queste.
    Purtroppo temo che saranno i paesi del Brics a soffrire maggiormente per un “aggiustamento” del dollaro, dato che un calo dello stesso renderebbe meno appetibili le loro esportazioni.
    E mi riferisco non ad un calo “omeopatico” del 10, 20 per cento, ma ad un ribasso pari alla supervalutazione della borsa americana, di bel oltre il 50%.
    Il debito usa sarebbe sostenibile, con una moneta svalutata, immagino.
    poi i paesi con dollari in pancia soffrirebbero, mentre chi ha debiti in dollalri ne sarebbe contento.
    Le banche e le istituzioni finanziarie Usa salterebbero come popcorn, e poi….
    davvero tempi interessanti ci aspettano.

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