L’FMI ha dichiarato guerra alla Russia. Rischiando però di pestare i piedi alla Cina

Di Mauro Bottarelli , il - 15 commenti

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Mi capita molto spesso di non essere affatto d’accordo con le scelte editoriali di grandi quotidiani e telegornali nazionali, i quali a mio avviso sempre più spesso sottostimato o addirittura ignorano notizie che meriterebbero non solo la prima pagina ma, addirittura, il titolo sottolineato con l’evidenziatore. Bene, l’altro giorno questa mia discrepanza di opinioni ha toccato il livello record.

Con una decisione storica e incredibile, infatti, il Fondo Monetario Internazionale ha stracciato la regola aurea su cui aveva basato la sua azioni fin qui e ha condonato di fatto all’Ucraina il debito che ha con la Russia, uno scherzo da 3 miliardi di dollari. Era dagli anni Cinquanta che quelle regole erano in vigore ma ora – con un atto di imperio comunicato al mondo dal portavoce, Gerry Rice, in una noticina di tre righe – l’Fmi di fatto entra a piedi uniti nella nuova guerra fredda in atto e impone il suo new deal: d’ora in poi chiederemo di onorare solo debito contratto in dollari e verso alleati degli Usa. L’FMI, quindi, continuerà a dare prestiti al governo di Kiev, nonostante la sua insolvenza verso Mosca, membro dello stesso Fondo. Il quale, quando la Russia ha chiesto che facesse valere in suo favore le regole a difesa dei creditori, ha guarda caso fatto un’eccezione per Kiev, cambiando la sua politica di non tollerare gli arretrati a danno dei creditori.
Lagarde

Un atto di guerra chiaro e tondo nei confronti di Mosca. Ma non solo, di fatto una divisione del mondo tra creditori di serie A (ovvero gli Usa e il loro blocco di alleati, ovvero Ue e valute diciamo pro-dollaro) e di serie B, cioè di fatto i BRICS e altre nazioni che non sono nell’orbita di interesse economico e militare statunitense. Washington ha creato infatti un precedente, attraverso il caso Ucraina: i debiti verso Paesi che non sono nell’area del dollaro, possono non essere onorati.
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Il tutto, proprio nel periodo in cui l’FMI ha incluso lo yuan cinese nel paniere delle valute di riserva (SDR). Cosa farà Mosca? Uscirà dall’FMI per ritorsione? Oppure utilizzerà un’altra arma di pressione, ovvero la relazione speciale con la Cina per forzare la mano nell’ambito della nuova Asian Development Bank, annunciando parallelamente che i Paesi in orbita rublo-yuan possono non pagare debito in dollari o euro o sterline? O magari chiuderà i rubinetti del gas verso Kiev, proprio ora che arriva la parte più rigida dell’inverno?
ADB

Il problema è che, come mostrano queste mappe,
Gazprom_Kiev
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se chiude verso l’Ucraina, ad andarci di mezzo saranno anche le forniture verso l’Europa. Ma perché proprio ora un atto ostile di questo livello verso la Russia? Io ho una mia idea ed è strettamente connessa al binomio sempre meno scindibile tra Mosca e Pechino di cui vi ho parlato prima e di cui parleremo diffusamente dopo. Temo che la reazione di Washington, tutta politica, derivi da un solo fatto: l’aver preso atto che la Russia sta vincendo. Non tanto in Siria, quanto nella sua battaglia di sopravvivenza: gli Usa e i loro alleati, infatti, dopo il fallito attacco speculativo contro il rublo, avevano la certezza mal riposta che sarebbe stato il prezzo del petrolio troppo basso e le mancate entrate fiscali a fiaccare i russi e le loro mire espansionistiche in Medio Oriente.
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Così invece non è stato e la dimostrazione plastica è stata la nota con cui il gigante energetico Rosneft ha reagito alla decisione dell’Opec di non tagliare la produzione: “Quanto deciso è in linea con un trend di enorme dumping del mercato. Non vediamo rischi per la nostra azienda derivanti da questa decisione, anche perché i nostri costi di produzione sono tra i più bassi al mondo”. Boom, porta in faccia ai sauditi. Da dove deriva questa sicurezza? Parlano i numeri. Nonostante la decisione del cartello dei produttori e l’output invariato di shale Usa, infatti, la produzione di petrolio russo è continuata a salire e lo scorso mese di ottobre ha segnato un nuovo record per l’era post-sovietica, arrivando a 10,776 milioni di barili al giorno, un +1,3% su base annua e +0,3% rispetto alle previsioni sul mese.
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Il motivo? Bassi costi di produzione, un sistema fiscale favorevole e soprattutto gli investimenti fatti tra il 2010 e il 2014, capaci di far riflettere alla produzione russa un ambiente con il barile ancora a 100 dollari. Ma c’è dell’altro. I giacimenti siberiani non sono infatti profittevoli solo per chi esplora e trivella ma anche per gli investitori obbligazionari, visto che aziende come Rosneft e Lukoil, i due più grossi produttori russi, hanno garantito aumenti fino al 12% da quando l’Opec ha dato il via al ciclo della saturazione il 27 novembre del 2014. Nonostante molti investitori abbiano dovuto vendere quei bonds in ossequio alle sanzioni occidentali e molte banche russe abbiano scaricato posizioni, spaventate dal quadro macro del mercato petrolifero visto che utilizzavano quel debito come backstop dei propri prestiti, il rischio di default per quelle aziende è percepito come molto basso dal mercato, anche con il regime delle sanzioni.
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E questo grafico
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ci mostra come Rosneft e Lukoil stiano performando in controtendenza a un settore, quello energetico con bond per un controvalore di 305 miliardi di dollari, che in media ha perso il 3,3%. Inoltre, chi puntava le sue carte sulla sostenibilità debitoria di quelle aziende è stato stupito quando lo scorso 13 novembre, nel suo bollettino trimestrale, Rosneft ha comunicato di aver ricevuto un pagamento in anticipo per 15 miliardi di dollari da un fonte non identificata. Un inflow benedetto, perché aiuterà il colosso russo a pagare i 2,5 miliardi di debito a scadenza questo trimestre, i 13,7 nel 2016 e gli 11,3 del 2017. Divenuta nel 2013 il più grande produttore del mondo, grazie all’acquisto della joint venture locale di BP, come ci mostra la mappa,
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Rosneft ha visto la situazione debitoria aggravarsi con le sanzioni, tanto da aver chiesto e ottenuto un finanziamento repo a 1 anno per 10 miliardi dalla Banca centrale russa.

E chi è il misterioso benefattore? Nessun’altro se non la China National Petroleum Corporation nell’ambito del suo contratto di fornitura per 25 anni siglato due anni fa con Rosneft, il quale prevede pagamenti anticipati per stimati in circa 70 miliardi di dollari. Inoltre, a maggio la Russia ha superato l’Arabia Saudita come primo fornitore di greggio verso Pechino, un cliente che nonostante il rallentamento economico continuerà a comprare in ossequio al suo programma di riempimento delle riserve strategiche che terminerà solo nel 2019 e che sta beneficiando proprio dei bassi prezzi sul mercato. Di fatto, il reale problema di Rosneft è l’ammontare di debito a breve termine che l’azienda ereditato con l’acquisizione di TNK-BP ma con il costante aiuto cinese e dello Stato, se necessario, anche questa criticità potrebbe essere superata.
CNPC1

Di più, questi grafici
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ci mostra come anche la percezione di rischio sovrano nei confronti della Russia sia molto bassa, anche perché il rendimento garantito dalle obbligazioni di Mosca sta stimolando e non poco l’appetito degli investitori rispetto ad altri mercati emergenti. Inoltre, il bond russo denonimato in dollari con maturazione settembre 202 sta tradando con un rendimento del 4,58%, il minimi da 15 mesi e in linea con lo yield medio e più basso del 4,71% delle nazioni emerenti nel loro insieme, stando a dati del Bloomberg USD Emerging Market Sovereign Bond Index.

Ma veniamo ora alla Cina, la quale potrebbe rivelarsi il pilastro cui la Russia potrebbe sostenersi in caso di eventi avversi, come una nuova crisi speculativa sul rublo che porti a drenare nuove riserve valutarie. Pechino nel terzo trimestre di quest’anno ha aumentato molto l’import di petrolio, proprio in ossequio al programma di rifornimento delle riserve strategiche (SPR), incrementando i permessi per le piccole raffinerie e permettendo extra 700mila barili al giorno di import da luglio. Qualcuno potrebbe far notare che la Cina ha già praticamente finito il suo spazio di stoccaggio, come ci mostrano questo grafico e questa foto del porto di Qingdao
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e quindi potrebbe essere forzatamente obbligata almeno a rallentare gli acquisti di greggio. Ma non è così e il perché è presto detto: il piano SPR cinese è diviso di varie fasi, con l’obiettivo finale di arrivare a circa 500 milioni di barili. Il primo ciclo di stoccaggio è già terminato e prevede una capacità di 103 milioni di barili, mentre la fase due dovrebbe chiudersi proprio tra la fine di quest’anno e l’inizio del 2016, garantendo altri 170 milioni di barili di capacità attraverso una dozzina di siti, la gran parte dei quali sono già stati terminati, come mostra questa mappa.
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Inoltre si stima che nella seconda metà di quest’anno, l’import petrolifero cinese potrebbe essere cresciuto del 12% rispetto ai primi sei mesi e per l’intero 2016 le proiezioni sono già di un +5%. E proprio ieri è giunta un’altra di quelle notizie che non sentirete al telegiornale ma che invece fanno rumore. Dopo mesi e mesi di silenzio riguardo alla situazione mediorientale e dopo il veto congiunto con la Russia posto in sede Onu nel maggio del 2014 contro l’intervento in Siria, il portavoce del ministro degli Esteri cinese, Hua Chunying, ha rilasciato la seguente dichiarazione: “La Cina crede che dovremmo scendere a patti con relazioni bilaterali tra Stati in accordo con i principi e gli scopi delle direttive Onu. Inoltre, riteniamo che la sovranità e l’integrità territoriale dell’Iraq dovrà essere rispettata. Pechino seguirà attentamente gli sviluppi dell’incidente”.

Brividi lungo la schiena ad Ankara, immagino, visto che il messaggio di Pechino è chiaro: la violazione della sovranità irachena da parte della Turchia non potrà essere condonata o ignorata dal Consiglio di sicurezza. Ance perché Baghdad potrebbe arrivare ad annullare i suoi accordi con gli Usa e ritenere altrettanto invasive le forze speciali che Washington ha inviato, chiedendo la loro espulsione tramite l’Onu.
ONU
A quel punto il Consiglio di sicurezza vedrebbe i cinque membri permanenti completamente divisi sul da farsi: il Dragone sta per entrare in gioco? Casualmente, proprio ieri, Ash Carter, capo della strategia americana verso l’Isis in seno al Comitato sulle forze armate del Senato, ha reso noto che gli Usa sono pronti a schierare anche elicotteri d’assalto in sostegno all’esercito iracheno per “portare a termine il lavoro”. Ovvero, questo,
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la riconquista di Ramadi, la città più grande della maggior provincia irachena ma soprattutto bastione sunnita e dell’Isis, prima dell’assalto finale per riprendere il controllo di Mosul. A Washington stanno muovendosi ma spacciandosi per amici.

Ma i piani sarebbero esattamente opposti. Stando a quanto riportato da RT, infatti, durante un meeting a Baghdad dello scorso 27 novembre, il senatore repubblicano John McCain avrebbe detto al primo ministro iracheno, Haider Abadi e una ristretta schiera di funzionari e ufficiali dell’esercito che “truppe straniere nell’ordine delle 100mila unità saranno dislocate nelle regioni occidentali dell’Iraq, di cui 90mila provenienti da Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Giordania, più 10mila truppe statunitensi”. McCain ha definito la decisione “già presa e non negoziabile”.
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Stranamente, ecco le parole pronunciate due giorni fa dallo stesso John McCain: “Una piccola componente di forze americane insieme a forze internazionali potrebbe andare e sconfiggere il Califfato. Se andiamo con una forza araba molto ampia, che comprenda anche turchi ed egiziani, possiamo avere la meglio di 20-30mila uomini dell’Isis, non sono dei giganti”. E, sempre lo stesso giorno davanti al Comitato parlamentare, ecco il redivivo Jimmy Carter annunciare come nel suo sforzo diplomatico abbia contattato 40 Paesi e che a suo modo di vedere i Paesi del Golfo e la Turchia devono intervenire più attivamente “in the game”. Le combinazioni, a volte.

Peccato che Pechino ha parecchi interessi in Iraq, in primis il petrolio, visto che nel 2013 ha comprato quasi la metà della produzione irachena, circa 1,5 milioni di barili al giorno e che, come ci mostra questa mappa,
CNBC9
Pechino è presente nel Paese con un progetto strutturale, quello rinnovato nel 2008 sulla base del precedente accordo raggiunto con Saddam Hussein. Si tratta di un investimento da 3 miliardi di dollari della China National Petroleum Coropration per lo sviluppo del giacimento di al-Ahdab, nella provincia di Wasit e il contratto ha durata di 20 anni dopo l’inizio della produzione. Come vedete dalla mappa di prima, inoltre, le compagnie americane non sono presenti in Iraq ma sono massicciamente presenti proprio russi ed europei. Non è un caso che, come ci mostra quest’altra mappa,
CNBC10
i terroristi sunniti abbiano preso di mira le pipeline del Nord del Paese, arrivando a sabotarle a tal punto da portare la produzione da 2,7 milioni di barili al giorno a poco più di 2.

Inoltre, l’interesse della Cina nell’area è strategico per due motivi. Il primo ce lo mostra questa tabella,
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ovvero gli acquisti di petrolio dall’Iran, un alleato di Pechino anche sul piano militare che dall’inizio del prossimo anno, se non salteranno fuori “prove” di violazione dei patti, vedrà le sanzioni molto alleggerite e punterà ad aumentare la produzione del 50%, circa 500mila barili al giorno e addirittura di 1 milione di barili al giorno da metà del 2016. Nemmeno a dirlo, le due maggiori aziende importatrici cinesi hanno già esteso la durata dei loro contrati in essere in Iran. La più grande raffineria cinese, Sinopec e il trader statale Zhuhai Zhenrong sono già oggi i maggiori clienti iraniani e per l’anno prossimo il loro livello di acquisti dovrebbe restare in linea con quello di quest’anno, circa 505mila barili al giorno.

Ma è soprattutto per questo
CNPC5
che Pechino non permetterà ulteriori destabilizzazioni dell’Iraq. Ovvero, il fatto che se le sanzioni all’Iran saranno tolte e le aziende cinesi continueranno a investire, Pechino sborserà i 2 miliardi di dollari necessari per concludere la pipeline per il gas liquefatto tra Iran e Pakistan, cominciata nel 2010 ma poi bloccata con le sanzione nel 2013. E questo progetto è prodromico a quest’altro,
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ben più grande e rivoluzionario: ovvero il cosiddetto China-Pakistan Economic Corridor (CPEC), un sistema di comunicazione multi-modale con autostrade, ferrovie e pipeline e che avrà come punto di partenza questo,
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ovvero il collegamento che unisce la città cinese di Kashgar con il porto pachistano di Gwadar sul Mare Arabico, da dove poi si arriverà, attraverso lo stretto di Hormuz, al Golfo Persico, quindi all’Iraq. Come vedete dall’ultina cartina, attualmente le navi cinesi devono compiere un tragitto di 12.900 chilometri per arrivare in quell’area, attraverso lo stretto di Malacca, mentre con la nuova rotta via Pakistan saranno tagliati costi e tempi, visto che la rotta Kashgar-Gwadar è di soli 2000 chilometri.
Gwadar1
Gwadar2
Un progetto enorme, inteso della durata di 15 anni e diviso in quattro fasi, la prima delle quali è intenzione di Pechino chiudere entro il 2018. Vi sarà poi la scadenza del 2020, del 2025 e il completamento inteso per il 2030: sono 46 miliardi di dollari di investimento, 3 tratte e 51 progetti infrastrutturali. Attenti, il Dragone ha aperto un occhio e sbattuto le ali per mandare un segnale. La prossima volta potrebbe agire, avendo qualche centinaio di miliardi di ragioni per farlo.

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