Il mondo è sopravvissuto al rialzo dei tassi (per ora) ma resta una domanda: perché proprio adesso?

Di Mauro Bottarelli , il - 9 commenti

Hike_crash
Dunque, il mondo non è finito con l’aumento dei tassi da parte della Fed e i mercati non sono crollati. Tutto bene, quindi. Per ora. Andiamo infatti a dare un’occhiata all’ambiente macro e finanziario dentro il quale Janet Yellen ha incastrato il primo, storico rialzo da nove anni questa parte. Partendo da qui,
HY_sold
ovvero dal fatto che venerdì scorso il comparto obbligazionario è stato venduto in massa sul mercato, mentre questi due grafici
HY_sold2
HY_sold3
ci mostrano come da un lato il settore energetico stia cominciando a implodere, mentre dall’latro anche la ratio di utile per azione delle aziende del settore quotate allo Standard&Poor’s 500 cominci a tornare alla realtà.

Ma andiamo oltre e arriviamo qui,
Kansas_Fed
ovvero al fatto che l’indice Kansas City Fed, schiantatosi a novembre a -9 dal +1 di ottobre, minimi dal maggio scorso e con tutte le sotto-componenti in calo: produzione, prezzi pagati scorte, occupazione e soprattutto i nuovi ordinativi, calati su base annua al livello peggiore dalla scorsa recessione. E per la serie “la manifattura non è più indicatore valido, gli Usa ormai sono un’economia basata sui servizi”, ecco lo splendido risultato del PMI di Markit,
Services_PMI
il quale ci mostra come dopo il crollo del manifatturiero, ora anche i servizi sono in calo a 53.7, ben al di sotto della previsioni e ai minimi dal dicembre 2014. Crollati nuovi ordinativi e occupazione, tanto che la stessa Markit ha commentato la lettura dicendo che “è davvero deludente per un’economia che ha visto il primo aumento dei tassi in quasi una decade”.

Già, senza contare il dato negativo su base annua della produzione industriale, come ci mostra il grafico,
Ipyoy
dinamica che – tranne in due casi negli anni Cinquanta – è sempre coincisa con un periodo di recessione. E che dire di Caterpillar, un indicatore storico dello stato dell’economia globale? Bene, le vendite sono calate del 17% in Asia, -5% in Europa, Africa e Medio Oriente (EAME), -37% in America Latina e -5% negli Usa. Ma questo grafico
CAT_disaster
ci dice di più, ovvero che sono ormai 36 mesi consecutivi che CAT soffre cali delle vendite su base annua, quando durante l’ultima recessione furono “solo” 19.

E i mercati? Bene, cominciano da qui,
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ovvero dal tasso di crescita della liquidità globale (ovvero bilanci della Banche centrali + riserve valutarie globali), il quale come vedete sta patendo, sia per la contrazione valutaria innescata dalla fine del QE3 che per l’aumento dei tassi reali Usa che per il calo delle riserve di Cina e Paesi dell’Opec. Di conseguenza, l’aumento della Fed potrebbe esacerbare i cali già in atto sui returns. C’è poi questo,
Bear_market3
ovvero il fatto che tassi e spread in aumento significano meno emissioni di debito e, quindi, meno denaro a basso costo per i buybacks azionari, ovvero gli unici driver reali della Borsa. Questo potrebbe essere un vero turning point per i corsi, visto che come ci mostrano questi grafici
Policy_error3
Policy_error4
negli ultimi venti anni la quasi totalità dei riacquisti di propri titoli è stata finanziata dal debito, il quale non genera però cash-flow incrementale, facendo sballare metriche chiave quali la ratio EV/EBITDA, mentre questo grafico
Buybacks_collapse
ci rassicura sul fatto che sicuramente questa volta andrà a finire diversamente.

Sfortunatamente, però, i profitti corporate statunitensi sono in calo del 4,7% su base annua, come ci mostra il grafico,
Bear_market4
un livello storicamente associato a una crescita negativa dell’occupazione, mentre questo altro grafico
Bear_market5
ci mostra come alcune metriche comincino a scricchiolare e rimandino a un bull market deflazionistico. Insomma, siamo in ambiente di tassi in aumento e profitti in calo, non certo una bella combinazione per i prezzi degli assets.

E che dire di questo grafico
Policy_error1
il quale ci mostra plasticamente il fallimento della strategia della Fed negli scorsi anni, visto che la ratio di risparmio dei cittadini è rimasta sopra il 5%, nonostante il pompaggio senza sosta della Banca centrale Usa, la quale sperava invece che un maggior calo della ratio potesse fungere da volano per il Pil. Quest’altro grafico,
Policy_error2
invece, è forse l’unico che conta veramente, poiché mette in comparazione la crescita di debito corporate Usa netto e EBITDA delle aziende, un vero e proprio disastro totalmente ascrivibile alla politica ultra-accomodante della Fed: Ben Bernanke all’epoca accusò l’eccesso di risparmio cinese per giustificare la fine del ciclo 2004-2008, la Yellen chi biasimerà, il tempo?

Ed ecco un altro grafico
Policy_error5
molto importante, poiché mette in comparazione le vendite nominali con le scorte, in contrazione per tutto l’anno ma con il primo dato molto peggio a livello di letture, tanto che le scorte hanno garantito sempre un supporto notevole al dato del Pil statunitense. Anche in questo caso la Fed ha sempre attribuito i dati anemici delle vendite alle condizioni meteorologiche ma questo grafico
Policy_error6
ci mostra come la combinazione di aumento dei costi per unità di lavoro e il basso potere d’acquisto ci abbiano portato a un calo dei margini di profitto tipico della fine di un ciclo. Vi lascio con questi altri due grafici,
Cons_Fed
Fed_stress
i quali sembrano gridare, senza bisogno di miei ulteriori commenti, l’unica domanda che sempre più persone vorrebbero porre a Janet Yellen: perché proprio ora? Spiegacelo!

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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