I nuovi occupati negli Usa, i tassi della Fed e l’enorme azzardo di Draghi sui mercati

Di Mauro Bottarelli , il - 2 commenti

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Tranquilli, non mi sono scordato del dato dei nuovi occupati Usa a novembre: accidenti, +211mila unità contro un’attesa di 200mila, un successone, come ci mostra il grafico!
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A questo punto, il rialzo dei tassi da parte della Fed tra meno di dieci giorni è cosa fatta, tanto più che la Yellen aveva detto che anche 100mila unità sarebbero state sufficiente per operare sul costo del denaro. Di più, il dato di ottobre era stato anche rivisto da 271mila a 298mila, rendendo la dinamica ancora più turbo. Fermo il tasso di disoccupazione al 5%, come atteso.

Leggendo bene tutto il report, però, qualcosa che stona si trova sempre, ad esempio questo.
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Ovvero il fatto che a novembre si è registrata una nuova impennata dei lavori part-time per ragioni economiche (spesso definiti “lavoratori part-time involontari”), saliti di altre 319mila unità a quota totale di 6,1 milioni dopo i cali registrati a settembre e ottobre. Si tratta di persone a cui sono state tagliate ore di lavoro per evitare di dover pagare i benefit sanitari oppure persone che non trovando un lavoro a tempo pieno e indeterminato, accettano alla fine ciò che trovano o ancora i lavoratori stagionali per l’extra-lavoro del periodo natalizio.
Questa tabella
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ci mostra come il balzo in avanti di novembre sia il più alto dal settembre 2012 ma ci mostra anche altro. Ovvero, al netto del crollo dei recenti dati sull’immobiliare Usa, le costruzioni sono il settore che ha visto le maggiori assunzioni, seguite poi da lavori storicamente con salari bassi come educazioni e sanità, servizi professionali e ospedalieri e vendite al dettaglio. Chi manca? I lavori più stabili e meglio pagati, ovvero taglio e trasporto dei tronchi d’albero, comparto minerario e manifatturiero, tutti in calo a novembre.

E questo grafico
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mette la situazione dell’economia Usa in prospettiva da un punto di vista della fiducia nella sua solidità e sostenibilità, visto che da gennaio sono stati assunti 293.900 tra baristi e camerieri ma nessun nuovo lavoratore nella manifattura. La quale, anzi, come ci mostra il grafico,
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ha patito cali occupazionali in tre degli ultimi quattro mesi. Ma si sa, la manifattura non conta, l’America è una società basata sui servizi.

Ora guardate questo altro grafico,
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ci mostra come dopo l’aumento di quasi il 3% in ottobre, il salario settimanale sia sceso nell’area rossa con solo un +2% di aumento, il più basso da giugno e in linea con la media dal 2011. Ma si sa, come ricordava il Marchese del Grillo, non tutti sono uguali. Questo grafico
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ci mostra infatti l’andamento salariale per circa 100 milioni di lavoratori Usa – l’82% della forza lavoro totale – con posizioni non dirigenziali, salito solo del 2%, quindi praticamente senza aumento aggiustato all’inflazione. Questo altro grafico,
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invece, ci parla una lingua diversa, perché i circa 20 milioni di supervisori e manager hanno visto le loro dinamica salariali prendere la strada più volte evocata dalla Fed.

Infine un ultimo dato relativo alla lettura sull’occupazione di venerdì scorso, meno attinente alla questione meramente macro-economica ma molto interessante a livello politico e di mutamenti sociali. Questo grafico,
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infatti, ci mostra come nel mese di novembre siano stati assunti 375mila lavoratori non nati in America, mentre hanno perso il lavoro ben 326mila nativi. Di più, questi altri grafici
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ci mostrano il tendenziale di questa comparazione a partire dal dicembre 2007 e il dato ci dice che sono stati creati 747mila posti di lavoro per nativi e poco meno di 2,7 milioni per cittadini stranieri, un incremento del 260%. I cittadini stranieri accettano paghe minori, meno bonus e condizioni contrattuali peggiori? Può essere ma la questione più interessante arriva proiettando questa dinamica in chiave politica per le presidenziali del 2016, visto che Donald Trump pare non avere rivali in campo Repubblicano e ultimamente i suoi toni sulle tematiche razziali e dell’immigrazione stanno virando verso un estremismo che in tempi di crisi può generare consensi anche inaspettati. Staremo a vedere.

Insomma, luci e ombre come al solito ma resta un fatto: la Yellen non può ignorare un dato così forte e rimandare ancora, per l’84mo mese di fila, il rialzo dei tassi, a questo punto deve per forza intervenire. E come ha reagito il mercato venerdì a questo numero che sembra rendere automatico il rialzo dei tassi, oltretutto dopo la delusione del mini-bazooka di Draghi e la decisione dell’Opec di non tagliare la produzione di petrolio? Un tonfo? No, ce lo mostrano questi grafici,
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dai quali desumiamo la realtà dell’attuale mercato: i dati macro non servono a niente, perché di fronte a letture deludenti, da record o in linea con le aspettative i mercati hanno sempre reagito alla stessa maniera! Cani di Pavlov drogati di liquidità che sanno come l’unico motore di questi corsi disconnessi siano i soldi delle banche centrali che garantiscono debito a basso costo per finanziare i buybacks e andare avanti con lo schema Ponzi finché si può. Ora direte: ma se la Fed alza, come appare certo, ci sarà meno liquidità, visto che drenerà denaro e allora il mercato sarebbe dovuto crollare.

Invece, questo grafico
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ci mostra come New York venerdì abbia chiuso euforica al 2%, con le Borse però in decoupling dalle valute, una dinamica meglio spiegata da questi due grafici.
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Come vedete, dopo l’annuncio di ampliamento e prolungamento del QE di giovedì, Mario Draghi avevo ottenuto l’effetto contrario a quello sperato, ovvero azionario giù ed euro in crescita sul dollaro. Che fare, quindi? Casualmente venerdì e nel silenzio quasi generale dei grandi media, Mario Draghi era a New York, più precisamente all’Economic Club, dove ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Non ci possono essere limiti particolari all’uso che possiamo fare degli strumenti a nostra disposizione. Sento di poter affermare con fiducia, e senza nessun autocompiacimento, che garantiremo il ritorno dell’inflazione al 2% senza ritardi perché stiamo usando strumenti che centreranno l’obiettivo e perché possiamo, in ogni caso, rafforzare il ricorso agli strumenti che abbiamo, se necessario”. Draghi in versione Sector: no limits.
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E in cosa consiste questo “no limits”? “Il rafforzamento degli stimoli deciso dalla Bce implica un aumento di 680 miliardi di euro sulle liquidità del sistema economico dell’area euro da qui al 2019, pari al 6,5% del Pil”. Lo ha spiegato lo stesso Mario Draghi, fornendo una stima dell’effetto combinato della proroga di sei mesi al piano di acquisti di titoli (da 60 miliardi di euro al mese) e della decisione di reinvestire i proventi dei titoli giunti a scadenza.

Insomma, Draghi ha capito di aver compiuto un errore giovedì e aver deluso i mercati con la pochezza dell’intervento messo in campo dalla Bce ed è corso ai ripari da Oltreoceano. E non c’è bisogno di complottismo, perché quando Mervyn King, ex governatore della Bank of England, gli ha chiesto se il discorso tenuto a New York fosse stato preparato deliberatamente per placare la reazione dei mercati del giorno precedente, Mario Draghi ha prima balbettato e poi candidamente ammesso di sì con queste cinque parole: “Not really… well, of course”. Giornalisti della CNBC basiti ma indici subito in rialzo. La dignità della Bce, in compenso, sotto le scarpe. Chissà cosa ne penseranno Weidmann e Schauble?

Per capire, però, la portata dell’azzardo in corso, bisogna guardare quest’ultimo grafico,
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il quale ci mostra come reagirebbe nel trading il cosiddetto General Collateral in caso di un aumento di un quarto di punto della Fed il prossimo 16 dicembre, stando all’elaborazione di E.D. Skyrm della Wedbush: si sostanzierebbe in un drenaggio dal mercato di liquidità fino a un massimo potenziale 800 miliardi di dollari! Le stime infatti sono due, una muove il General Collateral di 8 punti base per 100 miliardi e l’altra di 2.7 punti base per 100 miliardi, il tutto parametrato a quanto il QE2 ha mosso i tassi repo. Bene, il drenaggio di liquidità andrebbe da 310 a 800 miliardi di dollari! Per capirci, il QE2 che mandò l’indice Standard&Poor’s alle stelle tra novembre 2010 e giugno 2011 fu di “soli” 600 miliardi.

Capito cosa significa, questo? Dopo le parole di Draghi a New York il mercato ha prezzato l’off-setting di quella liquidità drenata dalla Fed grazie all’ampiamento del piano della Bce, visto che i 680 miliardi di euro calcolati nelle stime di Draghi come iniezione nel sistema vanno a coprire quasi al centesimo gli 800 miliardi di dollari che la Yellen toglierà dal sistema, alzando i tassi di 25 punti base tra dieci giorni. Insomma, il destino del mondo degli unicorni ora è tutto sulle spalle di Mario Draghi e della Bce. E se il buongiorno si vede dalle dichiarazioni antitetiche di giovedì e venerdì scorsi, auguroni a tutti. A meno che quella di Draghi non sia stata una mossa volontaria per chiudere in un angolo la Bundesbank, pronto ad additare il suo rigorismo come responsabile delle reazioni negative del mercato. Comunque sia, un azzardo enorme.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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