Ormai è guerra mediatica e di propaganda sul terrore. Ma Putin ha capito che contano i fatti

Di Mauro Bottarelli , il - 10 commenti

Ludwig
Non so se ieri avete sentito la conferenza stampa di fine anno di Vladimir Putin (solo 3 ore e 10 minuti, l’anno scorso durò 4 ore e 40 minuti) ma vale la pena sottolinearne i passaggi più interessanti, propedeutici all’argomento di cui voglio parlarvi oggi. “L’abbattimento del jet russo da parte della Turchia non è stato un atto di inimicizia ma un atto ostile. Non c’è alcuna possibilità di appianare le relazioni con la Turchia o trovare un terreno comune con l’attuale leadership turca. In quel Paese vedo un processo di islamizzazione strisciante, Ataturk si starà rivoltando nella tomba». Leggerino e diplomatico.
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E ancora sul jet: “Se si fosse trattato di un incidente, come i turchi dicono, uno si sarebbe aspettato delle scuse: invece sono andati dalla Nato… Abbattendo il cacciabombardiere Su-24, forse la Turchia ha desiderato compiacere gli Usa o forse le autorità turche hanno deciso di mostrare a Usa e Ue che sono un partner affidabile… Se prima l’aviazione turca violava lo spazio aereo della Siria, che voli ora”, ha dichiarato, sottintendendo che Mosca ha installato nel Paese missili antiaerei S-400 ed è pronta ad usarli. Conciliante.
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“La Russia è pronta a lavorare con l’America e con qualunque presidente gli americani decideranno di eleggere. Sono gli americani che cercano di indicarci tutto il tempo che cosa dobbiamo fare nel nostro paese, chi eleggere chi non eleggere e che procedure usare. Noi non lo facciamo mai, non ci intromettiamo” ha chiosato il presidente russo. Il quale, però, a fine conferenza stampa è entrato a gamba tesa proprio nella campagna elettorale Usa, spezzando una lancia a favore di Donald Trump: “E’ una persona vivace e talentuosa senza alcun dubbio. Non spetta a noi valutare i suoi vantaggi ma è un leader assoluto della campagna presidenziale”. E, infine, la Siria e Assad: “”Nessuno ha il diritto di imporre chi debba essere il leader di un Paese, questo spetta solo al popolo siriano”.
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Insomma, un attacco a tutto campo. Perché Putin è così convinto di stare vincendo? Perché si permette di usare toni simili? Perché ha capito che nella guerra mediatica e della dissimulazione gli Usa stanno raschiando il barile, sintomo che o Washington sta per cedere oppure sta utilizzando un’agenda nascosta per tentare l’affondo quando Mosca si sentirà invincibile e avrà la guardia abbassata. Come spiegare, altrimenti, la colossale pantomima avvenuta martedì a Los Angeles, dove una mail anonima partita dalla Germania ha fatto chiudere tutte le scuole della città e tenuto il mondo incollato alle reti all-news per un’intera giornata?
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Vi cito alcuni passi di quella mail, almeno potrete capire meglio la sua totale non credibilità. “Qualcosa di grosso sta per succedere. Molto grosso… I miei ultimi quattro anni in una delle scuole del distretto sono stati un inferno, bullismo, solitudine, rifiuto. Non più, ora sono un devoto musulmano e faccio parte di un cellula jihadista, perché solo in gruppo potrò dar vita al massacro nel modo giusto. Io e i miei 32 compagni, moriremo domani nel nome di Allah. Ogni scuola di Los Angeles è stata un bersaglio.. Abbiamo nascosto le bombe nelle scuole, piazzate strategicamente per far crollare le fondamenta”.
LA2

“Sono bombe fatte con pentole a pressione, nascoste negli zainetti, sono caricate con 20 libbre di polvere da sparo e innescate con un telefono cellulare. Ma non ci sono solo bombe, anche agenti chimici che verranno attivati all’ora di pranzo. Inoltre abbiamo Kalashnikov, pistole Glock 18 e granate. Se anche chiuderete le scuole, non importa: noi siamo l’esercito di Allah e porteremo le nostre armi per le strade e negli uffici di Los Angeles, San Bernardino, San Diego e Bakersfield. Vi auguro buona fortuna. E’ tempo di pregare Allah e questo potrebbe essere il vostro ultimo giorno per farlo”.
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Delirante, tanto che il sindaco di New York, Bill De Blasio, ha valutato la minaccia per quella che era, una bufala e non ha chiuso alcuna scuola. A Los Angeles, invece, lock down totale in diretta televisiva. Una diretta che ha catalizzato tutta l’attenzione, proprio mentre a parecchie migliaia di chilometri accadeva altro. In contemporanea all’allarme attentato, infatti, il segretario di Stato Usa, John Kerry, era a Mosca per incontrare il ministro degli Esteri, Sergej Lavrov e parlare di Siria e lotta al terrorismo.
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Come sapete, la posizione statunitense su Damasco è sempre stata molto chiara e netta: nessuna transizione possibile con Assad ancora al potere, il presidente deve andarsene. Bene, come riportava l’Associated Press, la capitolazione americana è stata totale, visto che John Kerry ha accettato la richiesta russa riguardo al fatto che il destino di Bashar al-Assad sia lasciato nelle mani dei suoi connazionali. “Gli Stati Uniti e i nostri partner non stanno cercando un cosddetto regime-change e il focus non è più basato sulle differenze rispetto a cosa si può o non si può fare immediatamente riguardo Assad”, ha dichiarato Kerry.
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Di fatto, un’umiliazione, visto che Barack Obama cominciò il suo mantra “Assad must go” nell’estate del 2011, salvo poi concedere che non se ne andasse proprio il primo giorno della transizione e arrivare ora all’indeterminatezza totale riguardo la sua permanenza al potere. E se la conferenza internazionale sulla Siria che si terrà la settimana prossima a New York ci dirà di più, Kerry ha lasciato Mosca pronunciando le seguenti parole: “Non c’è una politica degli Stati Uniti, in sé, per isolare la Russia”. Ma pochi americani sono consci di questo, tutte le tv erano concentrate sull’allarme a Los Angeles.
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Mercoledì, poi, c’era la Fed a monopolizzare l’attenzione dei media. Proprio mentre il vice-presidente Usa, Joe Biden, era a colloquio con il primo ministro iracheno, Haider Al-Abadi. E cosa ha dichiarato? “Gli Stati Uniti riconoscono il diretto dell’Iraq alla sovranità e all’integrità territoriale e richiedono il ritiro delle forze militari turche dal territorio iracheno, visto che non sono state autorizzate dal governo del Paese”. Bye bye Turchia, tanto più che in contemporanea alla nemmeno troppo velata minaccia di Putin, gli Stati Uniti hanno comunicato che ritireranno i dodici caccia dalla base turca di Incirlik, inviati il mese scorso per proteggere lo spazio aereo turco dalle incursioni russe e lo faranno nelle prossime ore. Per il Pentagono, i caccia facevano parte di un semplice “dispiegamento temporaneo in Europa”. Povero Erdogan.
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Insomma, Vladimir Putin sta ottenendo un successo dopo l’altro, mentre gli Usa stanno rinculando su praticamente ogni posizione e tentano di usare la carta del terrore per non dover ammettere quanto sta accadendo di fronte ai loro cittadini. I quali, infatti, devono preoccuparsi di altro, come ci mostra questo primo grafico
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del più recente sondaggio della Gallup. Ad oggi il 16% degli americani pensa che il terrorismo sia il principale problema della nazione, un livello molto più basso del 46% registrato dopo l’11 settembre ma comunque ai massimi dal 2005. Considerando, poi, che prima del 2001 il terrorismo non era quasi nemmeno contemplato nella categorie dei problemi americani. Questo altro grafico
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ci dice ancora di più, ovvero che a dicembre la percentuale di cittadini che ha fiducia nell’azione del governo in difesa dal terrorismo ha toccato i minimi da 13 mesi, mentre quest’altro
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ci mostra come l’emergenza terrorismo rischi di far passare in secondo piano altre inezie riguardanti lo stato di salute della società, come l’economia e il governo, stando al calcolo delle menzioni di queste voci da parte dei cittadini.

Ma il terrore, la paura, portano anche ad altro. E’ guerra mediatica, prima di tutto. E quelli che l’hanno capito meglio di tutti sono proprio quelli dell’Isis e fin dall’inizio, visto che come ci mostra questo grafico
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la struttura di al-Hayat Media Center, la gigantesca macchina mediatica del Califfato, fa paura ai grandi network o alle grandi case cinematografiche. Le varie entità producono circa 40 pezzi di propaganda al giorno, tra video, articoli e interventi radiofonici, come ci mostra questo grafico.
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Le sedi operative e di produzioni sono divise in dozzine di unità individuali nei vari angoli del Califfato, tra Libia, Rakka e Mosul e il loro lavoro è fondamentale soprattutto per uno scopo: veicolare il messaggio di Daesh al di fuori dei suoi confini, al fine attrarre volontari, i cosiddetti “foreign fighters” descritti in questa tabella.
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E sempre per questo motivo, al-Hayat Media Center non si limita ai truci video delle esecuzioni ma, anzi, punta molto a descrivere la vita quotidiana nel Califfato, ovviamente dipingendola come il paradiso in terra della giustizia sociale. Questo grafico
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ci mostra le tematiche maggiormente trattate della propaganda dell’Isis.

A questo punto, viene spontaneo chiedersi: visto che, potenzialmente, questa macchina mediatica è più pericolosa per l’Occidente dei pick-up armati o delle autocisterne che contrabbandano petrolio, perché non si è fatto niente? Perché gli Usa non sono intervenuti? Ci risponde il Washington Time, noto quotidiano filo-putiniano, il quale citando fonti di intelligence coperte dall’anonimato ha scritto quanto segue: “Funzionari dei servizi di sicurezza hanno speso mesi a mappare le località fisiche in cui si trovano i centri media dove i gruppi estremisti producono e fanno editing dei video, dove stampano il materiale di propaganda cartaceo e dove curano i contenuti on-line. Molti di questi posti sono in aree molto residenziali in Siria, Iraq e Libia e non sono stati obiettivi dei raid statunitensi perché l’amministrazione Obama era preoccupata per le vittime civili”.

Insomma, gli Usa sanno benissimo dove sono i centri della propaganda dell’Isis ma non fanno nulla, per paura di vittime civili (altrove sono stati decisamente meno scrupolosi, vedi sull’ospedale di Medici senza frontiere). Tanto che William McCants, ex senior adviser del Dipartimento di Stato per l’anti-terrorismo e membro del Brookings Institute ha dichiarato allo stesso quotidiano: “Ovviamente, se sappiamo dove producono la loro propaganda, dovremmo fare di tutto per distruggere le loro strutture”. Ovviamente. Ma non lo fanno. Come vi ho già detto, il terrore e la paura che si riescono a instillare nella gente portano sempre ad altro, oltre che a distogliere la gente da realtà come quella appena descritta ed evitare sgradevoli domande al potente di turno.

A questo ad esempio,
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ovvero al fatto che la maggioranza degli statunitensi sia contraria al bando per le armi d’assalto per uso civile oppure a questo,
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ovvero al continuo aumento della contrarietà a questo bando durante gli anni della presidenza Obama. Il quale si spaccia per fiero oppositore delle armi da fuoco, tanto da aver mobilitato la procura di New York affinché chieda alla Sec di aprire un’inchiesta sulla trasparenza finanziaria della Smith&Wesson, facendo crollare il titolo ma questo grafico
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pubblicato dal New York Times, altro quotidiano con tendenze sovversive, la scorsa settimana a corredo di un articolo titolato “Chi muove le vendite le armi in America?” parla molto chiaro. E, soprattutto, una lingua diversa dal mainstream dell’iconografia pacifista e progressista di Barack Obama.
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Insomma, il terrore distoglie l’attenzione dai problemi reali, dal potere diplomatico Usa ridotto ai minimi storici nel consesso mondiale e fa bene all’industria delle armi, la cui lobby – National Rifle Association – ha qualche voce in capitolo quando si parla di lobbysmo politico. E l’anno prossimo, negli Usa, si vota.
NRA8
Gli americani stanno subendo una sorta di “cura Ludovico” in stile “Arancia meccanica” ma la realtà è un’altra: per quanto si agiti la bandiera del terrorismo, chi lo sta combattendo tra le grandi potenze è solo Putin. E le mosse degli ultimi giorni di Kerry, Biden e Pentagono lo confermano. Vedremo se sarà un bluff.

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