Presidenziali Usa, il tema vincente potrebbe essere l’occupazione e non il terrorismo

Di Mauro Bottarelli , il - 1 commento

US_Oligarchy
Ancora un giorno ed entreremo ufficialmente nel 2016, l’anno – tra l’altro – delle elezioni presidenziali statunitensi. Ad oggi la situazione è ancora in divenire, soprattutto in campo Repubblicano: se infatti Hillary Clinton è la candidata ufficiale dei Democratici ormai da mesi, nel Grand Old Party la lotta comincia a impazzare in vista delle primarie. Ad oggi, però, piaccia o meno, la situazione nel partito che fu di Ronald Reagan è questa,
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ovvero Donald Trump gode di un sostegno superiore a quello dei suoi tre rivali messi insieme. Riusciranno a farlo fuori (politicamente, of course) o sarà davvero il bizzarro miliardario l’uomo che contenderà la Casa Bianca alla Clinton? Il fatto che George Soros l’altro giorno lo abbia attaccato direttamente, mi fa suggerire al buon Donald di dormire con un occhio aperto.

Ma quale America dovranno convincere i due contendenti alla presidenza? Questo grafico
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ci mostra plasticamente la situazione: ad oggi, il governo statunitense gode di un sostegno bassissimo, roba da record storico in negativo. Di più, l’altro giorno un sondaggio CNN/ORC ci ha detto dell’altro: ovvero, che solo il 18% degli americani interpellati ritiene che gli Usa e i loro alleati stiano vincendo la guerra contro il terrorismo, mentre il 40% pensa che Isis e compagnia decapitante siano in netto vantaggio.
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Un cambio netto di pensiero rispetto alla prima volta che l’emittente pose la domanda in un sondaggio, ovvero un mese dopo l’11 settembre 2001: all’epoca, solo l’11% degli interpellati vedeva Al Qaeda in vantaggio, contro il 42% di chi confidava in Zio Sam. Di più, il 64% degli americani contattati disapprova la gestione del caso Isis da parte di Obama e il numero di cittadini che dichiara di avere “fiducia zero” verso l’attuale inquilino della Casa Bianca è al 30% contro il 16% del 2010.

Insomma, un Paese con il morale a terra. Ma con le idee chiare, visto che se la scorsa settimana vi aveva reso edotti sul fatto che circa il 30% dei votanti alla primarie repubblicane era favorevole a bombardare l’inesistente stato di Agrabah, quello del film “Aladino”, queste due tabelle
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ci mostrano come un secondo sondaggio sempre della Public Policy Polling, compiuto tra 1.132 votanti democratici registrati, veda il 44% di loro favorevoli ad accogliere profughi da Agrabah, numero che sale addirittura al 66% nella fascia 18-34 anni. D’altronde, se a scuola basta saper giocare a basket o football per essere promossi, questi sono i risultati.

Ma non basta, perché il tasso di sfiducia elettorale è tale che in California è nato un movimento per i diritti civili e politici dal nome “California is not for sale” che lo scorso mese di ottobre ha presentato all’Ufficio del Procuratore generale una proposta di legge in base alla quale i politici eletti e in campagna elettorale dovranno indossare gli emblemi e gli stemmi delle aziende che hanno finanziato la loro campagna elettorale in maniera visibile durante i discorsi e le interviste.
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“Questo porterà a galla la corruzione e mostrerà il vero volto dei politici, ovvero gente che offre contributi politici in cambio di favori”. Il Movimento 5 Stelle in confronto è garantista. Ma tant’è, il segno dei tempi e la prossima settimana si saprà se la proposta verrà accolta o meno dalle autorità federali. Io ne dubito.
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Ma si sa, l’America è il Paese delle opportunità e, infatti, questo grafico
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ci mostra come la fiducia dei consumatori degli under 35 sia oggi ai massimi da 9 anni, passando da 44.2 a 73.4. Peccato che tra gli over 55 il tasso sia ai minimi dal settembre 2014, dando vita a uno strano gap di ottimismo. Dico strano perché questo altro grafico
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ci mostra come sia la generazione degli over 55 ad aver beneficiato maggiormente a livello occupazionale nell’ultimo periodo, mentre la fascia tra i 25 e i 54 anni è collassata a tassi di occupazione da grande recessione. In gioventù, le canne fanno miracoli.

E veniamo al cuore dell’articolo, ovvero al grande nodo che i due candidati alla presidenza rischiano di dover affrontare in maniera emergenziale: l’occupazione. Se infatti il tasso di senza lavoro è sceso al 5%, livello che ha permesso alla Fed di alzare i tassi, tocca sempre ricordare che tra disoccupati ufficiali e soggetti fuori dalla forza lavoro, gli Usa hanno qualcosa come 102 milioni di persone che campano di espedienti o lavoro nero. Queste due tabelle
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sintetizzano i dati record dei licenziamenti avvenuti negli Usa nell’anno che si conclude oggi, un numero così alto come non si vedeva dalla depressione post-Lehman del 2009 e con cinque aziende che pesano per la maggior parte del carico di layoffs totali.

E il peggio potrebbe essere alle porte, ovvero finire dritto dritto nelle news dei grandi media proprio nel pieno della campagna elettorale. Se infatti la crisi del settore energia dovuta ai bassi prezzi delle commodities potrebbe aumentare la sua portata occupazionale, in caso non si registri un rimbalzo significativo del petrolio, è un altro settore quello che potrebbe creare seri problemi, quello delle fusioni e acquisizioni – o M&A -, i cui numeri record per il 2015 sono sintetizzati in queste tabelle.
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Stando a dati Dealogic resi noti martedì, nel 2015 a livello globale il volume di M&A ha superato quota 5 trilioni di dollari di controvalore, un +9% rispetto al precedente record di 4,6 trilioni registrato durante un’altra bolla di mercato, quella del 2007. Ci sono state 10 tra fusioni e acquisizioni con valore superiore ai 50 miliardi di dollari, le quali hanno generato un controvalore di 798,9 miliardi di dollari, cinque accordi in più rispetto ai precedenti record di attività del 1998, 1999 e 2014. Per finire, l’M&A con base negli Usa ha pesato per metà del volume totale e per 7 delle 10 transazioni maggiori.

Questa tabella
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ci mostra la top ten, con in testa la fusione da 160 miliardi tra Pfizer e Allergan e l’acquisizione di SABMiller da parte di Anheuser-Busch InBev per 117,4 miliardi, due delle otto transazioni superiori ai 100 miliardi di dollari annunciate quest’anno. Il problema è che le operazioni di M&A hanno anche un effetto collaterale: ovvero, piani di riduzione e razionalizzazione dei costi che si concludono quasi sempre in ridimensionamenti del personale.

Ovvero, licenziamenti di massa, come ricordava un recente studio pubblicato dall’Ivey Business Journal dai titolo “Merger Synergies Through Workforce Reductions”, il quale simulava due scenari di taglio occupazionale, uno del 10% e uno del 30% del totale e arrivava a un miglioramento dei margini di EBITDA di 500 punti base. Bene, guardate ora questa tabella
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sempre relativa ai dieci maggiori M&A del 2015 ma vista attraverso la lente dell’occupazione, ovvero il numero di lavoratori combinati tra le due aziende che si sono fuse o sono state acquisite. Arriviamo a qualcosa come 1,14 milioni di lavoratori, tutti con paghe più che dignitose, bonus e tempo indeterminato. Bene, utilizzando lo scenario più conservativo dello studio, ovvero il 10% di layoffs, ci saranno almeno 110mila tagli occupazionali soltanto in questi dieci accordi di M&A negli Usa. E giova ricorda che questi accordi top pesano solo per poco più del 10% del volume totale del 2015!
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Ma tranquilli, quello della “corporate America” è un mondo sano, ce lo dimostra questo grafico,
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il quale ci mostra come Richard Anderson, CEO di Delta Airlines, in ottobre abbia comprato un Boeing 777 usato al prezzo di 7,7 milioni di dollari, quando il prezzo di listino di questo modello nuovo è di 277,3 milioni di dollari, si tratta di uno “sconto” del 97,2%! Certo, uno è usato e l’altro no ma la domanda è: la Delta fa volare carrette a pezzi oppure siamo vagamente in un mercato in bolla, l’ennesimo?

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