Tra QE e tassi negativi stiamo arrivando ai confini della realtà. L’esempio di Svezia e Giappone

Di Mauro Bottarelli , il - 10 commenti

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Ormai siamo al delirio. Lucido, oltretutto. Ricorderete come lo scorso mese di ottobre la Riksbank, la Banca centrale svedese, avesse triplicato il suo programma di QE, annunciando l’espansione del piano di acquisti di 65 miliardi di corone. Ma si sa, quando si tratta di decisioni, in Svezia odiano le mezze misure: nel 2010, infatti, cominciarono ad alzare gradualmente i tassi ma poco più di un anno dopo, ecco il cambio di programma che porta a questo,
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ovvero una politica di stimolo perenne che ha portato il tasso repo a scendere fino a 35 punti base in negativo. Krugman applaudì compiaciuto, la sua teoria era pratica in Scandinavia.

Peccato che un tal sforzo quantitativo abbia partorito solo questo topolino inflattivo,
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quindi qualcosa nel meccanismo pare non aver funzionato, al netto – bisogna ammetterlo – di un netto calo della disoccupazione. Il problema è sempre lo stesso, però, da almeno il 2011: se tutti sono in modalità QE, nessuno trae beneficio. In compenso, se la politica dei tassi di interesse negativi (NIRP) fa poco per stimolare l’inflazione, fa moltissimo nella creazione di bolle come quelle che ci mostrano questi grafici.
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Un bel bollone immobiliare in pieno stile, riconosciuto in settembre dalla stessa Riksbank, a detta della quale “bassi tassi di interesse contribuiscono a un trend di innalzamento dei prezzi degli immobili e dell’indebitamento dei cittadini. I livelli di debito attuali già pongono un rischio sostanziale per l’economia svedese ed è essenziale che il Parlamento e le autorità implementino misure per ridurre quel rischio”.
Peccato che un mese dopo aver pronunciato queste parole di saggezza, la Riksbank abbia agito in maniera contraria, ovvero ampliando il piano di QE! E ora? Nel suo ultimo Financial Stability Report, la Banca centrale svedese lanciava l’allarme: “Servono riforme per ridurre la propensione dei cittadini all’indebitamento, come graduali riduzioni del tax relief e misure che limitino i prestiti, come un limite debito-reddito o un requisito di ammortizzazione”.
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Insomma, come succede in Svezia? Questo,
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tanto che la Reuters ha immediatamente sottolineato come il livello di debito dei cittadini europei sia attorno al 170% del reddito disponibile, tra i più alti d’Europa. Ed ecco invece una rapida occhiata grafica
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agli sbilanciamenti tra domanda e offerta, in relazione al debito contratto dai cittadini attraverso i mutui immobiliari. Come vedete, c’è un grosso problema e non riguarda solo la Svezia ma anche le sorelle di QE e NIRP scandinave, ovvero Danimarca e Norvegia: in un mondo dominato da politiche monetarie di attacco al vicino, un taglio dei tassi ne necessita immediatamente un altro, dando vita a una corsa verso il fondo al fine di preservare il cambio della valuta, evitando apprezzamenti e mantenere vivo l’impulso inflattivo.

Cosa fare, quindi? L’esatto contrario della politica di normalizzazione che la Riksbank ammette sarebbe necessaria: ovvero, l’unico modo per combattere la bolla immobiliare è quello di spingere i tassi ancora più in negativo. Siamo al circolo vizioso totale, non se ne esce se non con scossoni sistemici. Tanto più che a dicembre Draghi ha annunciato il piano di ampliamento del QE della Bce, con l’acquisto di muni-bonds: detto fatto, per Nomura la Riksbank non potrà che agire in modo proattivo, tagliando i tassi di altri 10-15 punti.
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Insomma, stiamo davvero arrivando al confini della realtà keynesiana più distorta e parossistica. Chissà cosa dirà Paul Krugman di fronte a questa situazione? Di chi sarà la colpa, come per la Fed sarà tutta responsabilità delle condizioni meteo? O del plenilunio? O dello smog?
Krugman

Anche perché il nostro amato premio Nobel dovrebbe dare anche altre giustificazioni, ad esempio il fallimento totale dell’esperimento monetario di cui è stato advisor e guru: l’Abenomics giapponese, visto che lunedì abbiamo scoperto come la spesa privata sia calata del 2,9% su base annua, come ci mostra il grafico,
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le vendite al dettaglio siano in calo addirittura del 2,5% su base mensile e l’ultimo dato registrato sia stato il peggiore dallo tsunami del 2011, come ci mostra il grafico,
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mentre la produzione industriale è allo stesso livello del dicembre 2012 ed è calata dell’1% sempre su base mensile, come ci mostra quest’ultimo grafico.
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Di più, proprio la scorsa settimana il tasso di disoccupazione ha registrato un aumento dal 3,1% al 3,3%, aumento massimo da gennaio. Ma non basta, perché tra il quarto trimestre del 2012 e il terzo di quest’anno, il Pil giapponese è cresciuto solo del 2,2%, pari allo 0,8% annuo, a fronte di trilioni di yen gettati nel gabinetto!

E vogliamo parlare delle dinamiche salariali e delle spese per consumi? Pronti, lo fanno questi tre grafici per me,
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senza che io debba aggiungere una sola parola. Inoltre, proprio questo mese la Bank of Japan ha rivisto al ribasso le sue previsioni di crescita per l’anno fiscale che terminerà a marzo 2017, portandole da 1,7% a 1,2% e anche le aspettative inflazionistiche, visto che ora pensa di raggiungere il mitico 2% nella seconda metà del 2016 o a inizio 2017 e non più nella primavera inoltrata del prossimo anno. E se non ce la faranno? Che problema c’è, si stampa ancora per un po’ e magari di più così il Nikkei resta bello tonico, come ci mostra questo grafico
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e la Bank of Japan diventa soggetto unico di mercato, come ci mostra questa proiezione
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sugli acquisti di assets in base ai volumi preventivati. Avanti con la stamperia e con i tassi sottoterra, come vedete i risultati sono strepitosi. Ma sarà colpa del liberismo selvaggio.

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