Spunta un’autobomba dell’Isis nella “proxy war” in Yemen. Mentre l’Iraq chiama Mosca contro i turchi

Di Mauro Bottarelli , il - 5 commenti

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La “proxy war” tra Iran e Arabia Saudita in Yemen rischia di diventare il nuovo scenario da tenere sotto controllo, anche se nel fine settimana non sono mancate nemmeno le novità sul fronte iracheno. Ma partiamo dall’attualità, perché poche ore fa l’Isis ha rivendicato l’attentato avvenuto stamattina ad Aden, in Yemen, in cui è morto il governatore dell’omonima provincia, Jaafar Mohammed.
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In un comunicato il gruppo salafita ha fatto sapere di aver fatto esplodere un’autobomba al passaggio del convoglio di Saad, mentre stava attraversando il quartiere di Tawahi, bastione jihadista e qaedista nella zona ovest della città meridionale yemenita. Nell’attacco sono rimasti uccisi anche sei tra guardie del corpo e collaboratori. Saad, un ex generale dell’esercito dello Yemen del Sud prima dell’unificazione dello Stato marxista con il nord, era stato nominato governatore di Aden a ottobre. Ad Aden, seconda città del Paese, si trova ora anche il presidente yemenita, Abd-Rabbu Mansour Hadi, rimpatriato dopo mesi di esilio a Ryad, proprio in Arabia Saudita.
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Solo sabato il ministero degli Esteri yemenita aveva annunciato che in occasione della visita dell’inviato Onu, Ismail Ould Cheikh Ahmed, è stato concordato come il 15 dicembre si terranno i colloqui di pace promossi dall’Onu per cercare di mettere fine a otto mesi di guerra civile tra le milizie sciite Houthi e il governo, appoggiato militarmente oltre che politicamente dall’Arabia Saudita. Il Paese, infatti, è ancora dilaniato dai combattimenti con gli Houthi, soprattutto nella regione di Taiz, proprio a nord di Aden. E la tensione sale, perché Il nuovo omicidio politico rivendicato dall’Isis è arrivato il girono dopo l’uccisione, sempre ad Aden, del presidente della Corte d’appello per la sicurezza dello Stato, Mohsen Eluan e di quattro guardie del corpo.
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Insomma, si sta aprendo un nuovo fronte. Le cose fondamentali, a mio modesto avviso, sono due. La prima ce la mostra questa mappa,
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la quale ci mostra come Aden sia strategica per il controllo di uno dei più importanti chokepoint petroliferi al mondo, Bab el-Mandeb, il quale divide lo Yemen da Djibouti, dove sono presenti sia militari americani presso Camp Lemonier che cinesi, i quali sono in trattativa avanzata con il governo locale per costruire proprio qui la loro prima base militare all’estero. Area strategicamente fondamentale, quindi e che vede gli americani decisamente contrari alla prospettiva di convivenza con l’esercito cinese, tanto da aver messo in atto un pressing molto pesante a livello diplomatico con le autorità locali. L’Isis che comincia a destabilizzare l’altro capo di quello stretto potrebbe portare a un’escalation (senza contare la presenza di Al-Shabab in Somalia), quantomeno a livello di tensione diretta tra Cina e Usa, dopo le dispute sulle isole artificiali nell’area del Mar cinese meridionale.

Questa seconda mappa,
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invece, non solo ci mostra le aree di controllo attualmente attive in Yemen per gruppi di potere ma, soprattutto, come proprio nell’area di Aden vi sia la base aerea di Al-Anad, vero e proprio obiettivo di chiunque voglia vincere la guerra per la gestione dell’area. Pur trovandosi nel governatorato di Lahij, la base è prossima all’area in cui l’Isis dice di aver operato con il suo attentato di oggi ed è stata il quartier generale delle operazioni di intelligence anti-terrorismo Usa nel sud dello Yemen nel 2014-2015, subito dopo il tentato colpo di Stato dei ribelli Houti. Nel marzo di quest’anno gli Stati Uniti hanno ritirato anche gli ultimi soldati di stanza nella base, proprio quando per un breve periodo Al Qaeda nella Provincia Arabica (AQAP) prese il potere nel governatorato.
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Ma il 25 marzo sia la 201ma brigata corazzata dell’esercito yemenita che i ribelli tentarono la presa della base, un assedio che durò fino al 3 di agosto, quando l’esercito lealista con l’appoggio di sauditi ed Emirati Arabi ne riprese del tutto il controllo, solo due settimane dopo la vittoria del governo nella cosiddetta “battaglia di Aden”. Chi comanda davvero in quella parte strategica del Paese? Il governatorato di Lahij ha depurato al suo interno le scorie jihadiste che operarono brevemente la scorsa primavera o una quinta colonna potrebbe essere pronta ad agire, in caso l’Isis pensasse al bersaglio grosso di un’espansione nel conflitto yemenita, non solo attraverso atti terroristici come quello di ieri? Un’area poco conosciuta ma che sarà meglio tenere monitorata nelle prossime settimane.

Per finire, come vi dicevo, anche il fronte iracheno questo fine settimana ha regalato gioie. Venerdì vi ho dato conto dell’ingresso di militari turchi nell’area del Paese vicino a Mosul e la cosa non appare come una novità, perché avvenne già nel 1995, 1997 e nel 2008 con “Operazione Sole”, tutte in chiave anti-curda. Questa volta no, perché l’esercito di Ankara si è premurato di far sapere che era già presente a Bashiqa da due anni per addestrare i Peshmerga e nuovi uomini arrivati due giorni fa andranno a sostituire quelli già presenti. Di più, l’esercito turco manterrà una base permanente nell’area di Bashiqa a Mosul, citando al riguardo un accordo al riguardo siglato dal presidente del Governo regionale del Kurdistan, Massoud Barzani e dal ministro degli Esteri turco, Feridun Sinirlioglu, durante la visita di quest’utimo nel nord dell’Iraq il 4 novembre scorso. Timing perfetto.
Insomma, Ankara è lì per addestrare i Peshmerga.

Peccato che questa cartina,
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ci mostri la solita, straordinaria coincidenza che viene a galla. Ovvero, casualmente la presenza in massa dell’esercito turco va a ricadere nell’area dove opera la pipeline che unisce l’Iraq al già noto porto turco di Ceyhan e che in ballo ci sia un business che per il Governo regionale curdo vale parecchio, qualcosa come 632mila barili di petrolio al giorno, indipendenti dalle quote dovute alla SOMO, l’azienda petrolifera nazionale irachena. Quest’estate, guarda caso, i ribelli curdi del PKK aveva attaccato la pipeline, generando al governo guidato da Barzani un danno pari 250 milioni di dollari, la stessa cifra rappresentata mensilmente dai salari di Peshmerga e forze di sicurezza. Insomma, senza il petrolio che passa dalla Turchia, il governo autonomo di Erbil è finito.

Insomma, un cortocircuito perché in questa situazione paradossale, il petrolio (di fatto illegale) che il governo di Erbil vende attraverso la Turchia – e che si va a mischiare con quello rubato dall’Isis in Iraq e Siria – servirà per finanziare i Peshmerga che combattono contro quello stesso Stato Islamico che di fatto sfrutta i traffici curdi per finanziarsi. Queste altre due mappe,
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ci spiegano meglio: i soldati turchi sono infatti dislocati – solo per addestrare i Peshmerga, ovviamente – vicino a Mosul e proprio tra i curdi e l’Isis ma, cosa più importante, proprio lungo la tratta che porta il petrolio curdo-iracheno e di Daesh in Turchia. Guardate la stella rossa sulla prima mappa, si tratta di Zakho, città a 88 chilometri a nord di Mosul dove le carovane dell’Isis, circa 70-100 autocisterne alla volta, arrivano e si incontrano con i gestori del traffico, i quali stando a dichiarazioni di funzionari della sicurezza curdi sarebbero un misto di siriani, curdi-iracheni, oltre ad alcuni iraniani e turchi. Proprio sicuri che i militari turchi siano lì per addestrare i Peshmerga e non per proteggere le rotte del petrolio contrabbandato? La situazione è, a dir poco, in divenire.

Anche perché nella tarda serata di oggi Hakim al-Zamili, capo del Comitato parlamentare iracheno per la Sicurezza e la Difesa ha dichiarato che “l’Iraq ha la capacità per respingere queste forze (i turchi, ndr) e cacciarli fuori dal territorio iracheno. Potremmo anche presto richiedere un intervento militare diretto della Russia in risposta all’invasione dei turchi e per la violazione della nostra sovranità”.
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E Hakim al-Zamili non è un signor nessuno, visto che prima di essere arrestato da iracheni e truppe americane nel 2007, dirigeva un dipartimento di alto rango del ministro della Sanità ma, soprattutto, era indiziato di guidare e finanziare una unità dell’Esercito del Mahdi, la milizia sciita che aveva giurato fedeltà al Moktada al-Sadr. Insomma, se parla, tende a non farlo per prendere aria alla bocca. E Putin potrebbe non vedere l’ora di mettere anche soltanto un po’ di pressione al riguardo su Erdogan.

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