Con la scusa del petrolio, la Fed potrebbe tagliare i tassi. E un “allarme detersivo” prepara il QE4

Di Mauro Bottarelli , il - 5 commenti

Hike_crash
Era nell’aria, ora è arrivata la conferma: la Fed ha capito di aver compiuto un’idiozia sesquipedale alzando i tassi a dicembre e sta preparando il terreno per un clamoroso voltafaccia. Ovvero, tagliare i tassi a marzo. A farmi propendere per questa lettura ci ha pensato ieri il presidente della Fed di St. Louis, il mitico James Bullard che garantì ai mercati in caduta libera un bel rally nell’ottobre del 2014 quando non escluse un QE4 se necessario,
Bullard_call
il quale ha dichiarato quanto segue: “Visti i movimenti molto sostanziali del prezzo del petrolio negli ultimi tempi, l’azione della Fed potrebbe esserne influenzata”.
James_Bullard
Di più, “le basse aspettative inflazionistiche potrebbe mantenere l’inflazione al ribasso e anche questa variabile potrebbe rendere più difficile per la Fed il ritorno alla quota obiettivo”. Insomma, serve stimolo. In compenso, quando ha dichiarato che “il prezzo del petrolio dovrà trovare un bottom prima o poi”, ecco la reazione da cane di Pavlov di valutazione del barile e mercato.
Bullard_put
E, guarda caso, ecco che questo grafico
Rate
ci mostra come magicamente anche le attese per un nuovo aumento dei tassi si siano schiantate.

Proprio sicuri, però, che siano solo i movimenti del prezzo del petrolio, ancora a forte rischio se la settimana prossima verranno tolte alcune sanzioni all’Iran sull’export, a spaventare Bullard e a far cambiare idea alla Fed? In effetti tra greggio e Banca centrale Usa il rapporto è stretto, come ci mostra questo grafico,
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il quale pare il ritratto stesso del mal-investment assoluto. Insomma, l’azione della Fed ha garantito fiumi di denaro a costo zero che hanno spinto i produttori a portare l’output di shale a livelli stratosferici. Oggi, però, con le quotazioni ai minimi dal 2004 e le banche che tagliano le linee di credito per evitare default, più che probabili vista questa dinamica,
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il giochino si è rotto e il decouple è di quelli biblici, come ci mostra il grafico.
Fed_oil2
Correlazione o causa?

Forse Bullard ha ragione ad aver paura. E lo conferma anche questo grafico,
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il quale ci mostra come anche l’ultimo baluardo di speranza per chi crede in un rimbalzo delle quotazioni sia caduto. Il prezzo per il noleggio quotidiano dei tankers sui cargo benchmark tra Arabia Saudita e Giappone è infatti crollato del 53% da inizio anno a quota 50,955 dollari! Solo mercoledì, un sobrio -12%. Insomma, te li tirano dietro. E questo altro grafico
Tanker_oil2
ci mostra come la Cina abbia importato l’equivalente di 7,85 milioni di barili al giorno lo scorso mese, il 6% in più del precedente record fissato in aprile. Ovviamente, Pechino ha preso vantaggio del calo del prezzo per riempire le riserve strategiche, togliendo anche molte restrizioni alle raffinerie private – le cosiddette “teapots” – ma questo crollo nei costi di noleggio sembra dirci che il boom stia per finire anche lì.

Ma c’è dell’altro che lega Usa e Cina e che forse spaventa Bullard più del prezzo del petrolio. Ovvero questo,
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il fatto che a dicembre l’indice dei prezzi dell’import sia sceso dell’1,20%, molto peggio del -0,50% di novembre. Certo, il costo del carburante incide ma anche l’indice che esclude l’energia è sceso dello 0,3% e non conosce un aumento dal luglio 2014. Cosa significa? Il mondo sta continuando a esportare deflazione negli Usa. Chi soprattutto? Ce lo dicono questi grafici:
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la Cina, il cui indice dei prezzi dell’import è calato dell’1,7% su base annua, la peggior lettura dal dicembre 2009. E il secondo grafico ci mostra come Pechino stia continuando a inondare il mondo con la sua sovra-produzione di commodities, esportando deflazione e operando dumping al ribasso sui prezzi, soprattutto di alluminio e acciaio.

Ma quello del prezzo del petrolio è anche un alibi molto comodo per salvare la faccia e, soprattutto, nascondere le magagne vere, quelle che spaventano i mercati. Guardate questi due grafici,
EBITDA_crash1
EBITDA_crash2
ad esempio, sono tratti dall’ultimo report di Bank of America. Con l’aggiustamento l’EBITDA della gran parte di aziende Usa è salita molto nettamente ma se si utilizzano basi senza aggiustamento la crescita degli utili è stata negativa per 2 degli ultimi 4 trimestri, di fatto la media a 4 trimestri peggiore in un periodo di non recessione dall’autunno del 2000. E anche escludendo l’energia, il calo dell’EBITDA è il peggiore del ventunesimo secolo. Povero Bullard, che emicrania che deve avere.

Ma ci sono anche indicatori meno scientifici – ma storicamente correlati – a dirci che l’economia Usa non è forte e resistente come la Fed ha voluto farci credere. Ce lo mostrano questi due grafici,
Soap_market1
Soap_market2
i quali fanno notare che i titoli meglio performanti oggi a New York siano quelli che storicamente fanno bene quando il quadro economico del Paese è nero, dai prodotti per la pulizia della casa ai detersivi al cibo. Questi titoli, tra cui Procter & Gamble Co. e Coca-Cola, sono in performance rispetto alla gauge dell’indice Standard&Poor’s 500 da sette settimane di fila, la striscia più lunga dal novembre 2007, proprio quando l’economia Usa era sulla soglia dell’ingresso in recessione. Mentre l’S&P’s 500 perdeva il 57% dall’ottobre 2007 al marzo 2009, i tre titoli migliori erano di questi comparti e fu così anche tra il marzo 2000 e il settembre 2001, quando l’indice perse il 37%. Occhio al detersivo.

Ma probabilmente c’è un’ultima cosa che spaventa Bullard. Mercoledì, presentando il Beige Book, proprio la Fed ha infatti parlato di segnali misti dall’economia tra fine novembre e inizio gennaio, confortando tutti però con il fatto che l’attività economica si è espansa in 9 dei 12 distretti statunitensi. Questione di prospettiva, però, perché gli Usa sono anche composti da 3144 contee e questa cartina
Counties_crash
ci mostra come, su dati della National Association of Counties, il 93% di queste non abbia ancora generato ripresa dopo la recessione. Di più, quelle che hanno vissuto ripresa pesano solo per il 7% dell’economia delle contee in generale, mentre il 16% non ha vissuto ripresa in nessuno dei quattro indicatori benchmark, soprattutto al Sud e nel Mid-West, un tempo granaio e cuore manifatturiero d’America. Di più, Florida, Georgia, Illinois e Mississippi vedono più di un terzo delle loro contee con dati economici ancora al di sotto dei livelli pre-crisi in tutti gli indicatori. Benedetto petrolio, la stamperia può ripartire. O, magari, solo benedetto Bullard: la ripetizione del giochino riuscirà a interrompere i cali del mercato un’altra volta senza dover davvero agire?

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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