La vendetta della Scuola austriaca è servita: l’economia sta morendo di mal-investment

Di Mauro Bottarelli , il - 26 commenti

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Mai come in questo periodo i mercati sembrano due ubriachi che si sorreggono l’uno con l’altro nel goffo tentativo di restare in piedi senza cadere e raggiungere casa. Per farlo, devono però inventarsi a turno un bell’unicorno da vendere agli investitori in modo da offuscare per un giorno o due la realtà di mercato e sostenere gli indici, sperando che a forza di calciare il barattolo in avanti, una soluzione si palesi da sola.

Ieri è stato il turno della Cina, la quale è riuscita a calmare temporaneamente le apprensioni globali (almeno in Europa, mentre Wall Street si è serenamente sfracellata al suolo con tutti gli indici) grazie al dato sulle esportazioni di dicembre, risultate in inaspettata ascesa del 2,3% in yuan, mentre il calo delle importazioni è stato relativamente moderato (-4%), come ci mostrano questi grafici.
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E anche se in termini di dollari il mese scorso si è registrato un calo dell’1,4%, questo resta comunque inferiore alle attese. Di più, se nell’intero 2015 l’export cinese è diminuito del 2,8% (per la prima volta dal 2009), l’import si è contratto del 14,1% e quindi il surplus commerciale è balzato al record di 594,5 miliardi di dollari, contro i 382,5 miliardi di dollari del 2014. Evviva, tutti a comprare, magari anche un po’ MPS e Carige! Insomma, i mercati ci hanno creduto. E questo deve farci paura, perché vuol dire o che sono in mano a dei deficienti assoluti o sono nel panico più totale, perché basta questo grafico
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a smontare la colossale balla dell’ultimo dato cinese, poiché la voce export cinese verso Hong Kong è vagamente fuori linea rispetto a quella dell’import di Hong Kong dalla Cina! Fausto Tonna almeno era un professionista a truccare i conti, questi sono dei dilettanti.

Ma la realtà è una sola: si sta sostanziando la più grande vendetta della Scuola austriaca di economia di sempre, il boom&bust è vivo e lotta insieme a noi. Signori, l’economia sta morendo schiacciata e asfissiata dal mal-investment da tassi zero e QE. E per dimostrarvelo parto proprio dalla Cina, non senza avervi prima comunicato il nuovo record del Baltic Dry Index, crollato al minimo storico di 402, come ci mostra il grafico.
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E perché questo dato è interessante per la Cina e per capire in quale saturazione globale ci troviamo? Per questo,
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ovvero il fatto che stando ai dati degli ordinativi al 1 dicembre scorso, le navi da trasporto “bulk” pesano per il 41,6% del totale dei 26,6 miliardi di dollari di controvalore in ordini dei cantieri navali cinesi. Per mettere la cosa in prospettiva, in Corea del Sud quel tipo di imbarcazioni pesano per il 3,5% del totale. Auguroni in caso di qualche cancellazione di ordini.

E a dimostrarci che ormai in acqua si muovono forse soltanto i pesci, ecco queste due cartine
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relative al traffico commerciale mondiale di due giorni fa: sembra il centrocampo del Milan, tutto fermo. Ma la Cina sa regalarci di più in fatto di mal-investment e che lo mostrano queste due fotografie,
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le quali ci mostrano l’abbattimento di un palazzo a Xi’an nella provincia nord-occidentale di Shaanxi lo scorso 15 novembre. Direte voi: e chissenefrega? E avreste ragione, se però non avesse riguardato uno stabile di 118 metri (27 piani) e 37mila metri quadrati ad uso commerciale abbattuto per un motivo molto semplice: era rimasto completamente inutilizzato dalla sua costruzione! Se non è mal-investment questo, non so cosa lo sia.

Ma attenzione, perché se i cinesi sono dei maestri del boom&bust, anche in America non si scherza affatto, come ci dimostra questo grafico
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relativo alla ratio scorte/vendite, la quale sta impennandosi verso livelli che non si vedevano dall’ultima recessione. E chi sta fornendo molto materiale a questa dinamica, oltre alle vendite al dettaglio? L’unico settore che sembra ancora tirare negli Usa, ovvero le vendite di automobili, le quali hanno raggiunto la quota record per gli Stati Uniti di oltre 17 milioni nel 2015. Questa tabella
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ci mostra come, avvantaggiandosi del costo a zero del denaro garantito dalla Fed, le case produttrici abbiano aumentato l’output di oltre il 100% dal 2009. Qual è il problema? In parte ce lo spiega questo grafico,
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visto che negli Usa oggi il 20% del credito al consumo legato alla vendite di auto è erogato verso creditori subprime, ovvero con meno di 620 di rating. La bolla sta per scoppiare anche nell’unico settore industriale in salute (grazie al mal-investment)? Parrebbe di sì, stando almeno a questo grafico,
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il quale ci mostra non solo come il prezzo dei titoli del comparto stia scendendo (in questo caso di tratta di Ford) ma anche come la dinamica sembra prezzare un fair-value ancora più basso e proprio in linea alla ratio scorte/vendite e alla cosiddetta pratica del “channel-stuffing”, ovvero arrivare ad estremi come quello rappresentato in questa foto.
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Il problema è che questa crisi da sovra-produzione fa venire in mente brutte cose a certi investitori, come ci mostra questo grafico:
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ovvero, cominciare ad andare short sui titoli della case automobilistiche. A livello globale.

E se tutto questo non vi fosse bastato, ecco che questi grafici,
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riguardanti tutti i tipi di trasporto, dalle ferrovie al carico degli autoarticolati, mettono in prospettiva la situazione del commercio globale: spiace doverlo ammettere ma il peggio sembra che debba ancora venire. Insomma, la vendetta di Von Mises e Von Hayek è quasi completa. Anche se non c’è nulla di cui rallegrarsi. Anzi.

E a confermare che i vari cicli di QE, oltre ad aver posto in essere un diluvio di mal-investment nell’economia reale che ora andrà smaltito con conseguenze poco simpatiche a livello di crescita e consumi, sono serviti unicamente per garantire profitti e bonus a Wall Street ma hanno fallito nello stimolare l’inflazione ci pensano questi ultimi due grafici,
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dai quali vediamo che dopo l’aumento dei tassi di dicembre le aspettative inflazionistiche Usa sono precipitate sotto quota 2,0% per le terza volta nella storia (le altre due sono state il crollo Lehman del 2008 e il cosiddetto “Fed fold” proprio sui tassi dello scorso settembre). Mi chiedo, quale prestigiosa università della Ivy League può aver frequentato uno che pensa di stimolare l’inflazione alzando i tassi, oltretutto in un contesto pre-recessivo? La Radioelettra University? Il Cepu College of Economics? Ma, soprattutto, adesso cosa si fa? Si alza ancora già alla riunione del prossimo 27 gennaio o aspettiamo il FOMC di marzo? Scemo e più scemo sicuramente erano banchieri centrali in un’altra vita.

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