L’Iran torna nel mirino Usa e la Marina russa diventa una minaccia ufficiale. Speriamo sia Yalta 2.0, altrimenti…

Di Mauro Bottarelli , il - 66 commenti

Yalta_2.0
Il 30 dicembre Kyle Raines, un portavoce del Comando centrale americano, ha reso noto che quattro giorni prima l’Iran aveva testato diversi razzi vicino a navi da guerra occidentali, compresa la portaerei americana USS Harry S. Truman e a imbarcazioni commerciali nello Stretto di Hormuz.”Un’azione altamente provocatoria, sparare così vicino a navi della coalizione e commerciali all’interno di una linea di traffico marittimo riconosciuto internazionalmente non è sicuro, né professionale”.
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Stando a Raines le Guardie della Rivoluzione iraniana hanno sparato “diversi razzi non guidati” a circa 1.370 metri dalla USS Harry S. Truman, la USS Bulkeley e la francese FS Provence. Il funzionario americano ha quindi aggiunto che la marina iraniana ha annunciato l’avvio dell’esercitazione via radio solo 23 minuti prima della sua esecuzione. Ma perché Teheran ha dato vita a una così aperta provocazione, oltretutto con i nervi già a fior di pelle per quanto sta accadendo in Siria e Iraq?
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Per un motivo molto semplice, ovvero ciò che vi dico da mesi: Washington ha ceduto alle pressioni israeliane e saudite e sta per lanciare nuove sanzioni contro l’Iran, di fatto il prodromo al fallimento dell’accordo sul nucleare. Il Dipartimento del Tesoro sarebbe infatti pronto a sanzionare una dozzina di aziende e cittadini di Iran, Hong Kong ed Emirati Arabi Uniti che si ritengono coinvolti proprio nel piano di sviluppo missilistico balistico iraniano. Ad essere colpite saranno la Mabrooka Trading e il suo fondatore, Hossein Pournaghshband, con base negli Emirati Arabi Uniti, la Anhui Land Group di Hong Kong e cinque ufficiali del ministero della Difesa iraniano (MODAFL), tra cui il già sanzionato Sayyed Javad Musavi.
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Ma non basta, perché per mettere il carico da novanta sull’operazione, Washington ha scomodato anche la connection tra Iran e Corea del Nord, riportando in auge il vecchio “asse del male” che tanto successo riscosse in passato. Tra le ragioni per le nuove sanzioni ci sarebbero infatti gli stretti legami tra Pyonyang e Teheran proprio relativamente al programma missilistico, visto che l’Iran avrebbe comprato componenti dalla Korea Mining Development Trading Corp. di proprietà statale nordcoreana, già in regime sanzionatorio da parte di Usa e Ue. Inoltre, gli Usa ritengono che Teheran abbia inviato propri tecnici in Corea del Nord negli ultimi due anni per lavorare in coordinamento allo sviluppo di un missile da 80 tonnellate.
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Casualmente, pochi mesi fa proprio dei funzionari governativi iraniani avevano avvertito la Casa Bianca del fatto che ogni possibile sanzione finanziaria sarebbe vista dall’ayatollah Ali Khamenei, guida suprema del Paese, come una violazione dell’accordo sul nucleare. Proprio ieri Teheran ha definito le nuove sanzioni “arbitrarie e illegali” e il portavoce del ministro degli Esteri, Hossein Jaber Ansari, ha dichiarato che “il programma missilistico iraniano non ha alcun nesso con l’accordo sul nucleare raggiunto. L’Iran risponderà in maniera risoluta a ogni azione di interferenza americana contro i nostri programmi difensivi”. Insomma, l’Iran è di nuovo sorvegliato speciale. E il suo export petrolifero appare ora a rischio.
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Ma poche ore fa, Teheran ha alzato il livello della sua scommessa. Se infatti il ministro della Difesa, Hossein Dehghan, ha dichiarato che “l’Iran non chiede a nessun il permesso per migliorare il suo potere difensivo o la sua capacità missilistica, tanto che restiamo fermamente ancorati al nostro piano, in particolar modo nel campo dei missili”, il presidente iraniano Hassan Rouhani ha sfoderato la sciabola.
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In un lettera indirizzata proprio a Dehghan, il numero uno di Teheran ha ordinato che il programma missilistico sia accelerato, ribadendo che “l’Iran ha il diritto di sviluppare il proprio programma missilistico, visto che queste armi non sono designate per portare testate atomiche. Visto che il governo Usa continua con le sue politiche ostili, le forze armate hanno bisogno di incrementare significativamente e rapidamente la nostra capacità di fuoco”. Insomma, se non sono venti di guerra, poco ci manca. Ryad e Tel Aviv non attendevano altro, d’altronde.
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Ma c’è anche un altro fronte aperto per gli Usa ed è quello russo, per l’esattezza riguardo alla capacità della marina militare di Mosca. Due giorni fa, infatti, l’intelligence della Marina Usa ha pubblicato un report di 68 pagine dal titolo “The Russian Navy: A Historic Transition”, nel quale si sottolineava la crescente minaccia della Marina russa, cresciuta a tal punto da poter negare l’accesso alla navi statunitense al Mar Nero e al Mar Baltico, come mostra la mappa,
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attraverso gli avamposti nella riconquistata Crimea, dove sono presenti 25mila soldati russi e nell’enclave di Kaliningrad. Inoltre, a inizio anno il ministero della Difesa russo aveva annunciato la sua intenzione di aumentare la flotta di sottomarini nel Mar Nero, il tutto facendo ricorso alle ultime tecnologie in campo di armamento, sensori, comando, comunicazioni, contromisure elettroniche e automatismi.

Per non parlare dei missili Kalibr, utilizzati in ottobre in operazioni in Siria o dei caccia di quinta generazione, i PAK FA o T-50, di fatto pronti all’utilizzo nella primavera dell’anno appena iniziato. Il report si chiudeva con questa considerazione: “Se anche la Russia è sotto forte pressione finanziaria a causa delle sanzioni e dei prezzi del petrolio ai minimi storici, rimane determinata nell’intenzione di creare una marina moderna che sia capace di minare la superiorità militare dell’Occidente”. Che fare, quindi?
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Pare che Washington abbia una remota speranza di poter evitare uno scontro frontale e si basa su questo,
Ruble
ovvero la svalutazione del rublo sul dollaro. Stando a simulazioni fatte da Goldman Sachs, con la valutazione del barile di petrolio attorno ai 35 dollari, il rublo andrà in area 72 sul dollaro e l’inflazione sarebbe a circa il 6% alla fine del 2016. Con il prezzo a 30 dollari al barile, il deprezzamento del rublo potrebbe arrivare a 77, circa il 10% meno del livello attuale ed entro la fine dell’anno l’inflazione russa potrebbe essere al 6,7%. Infine, con il barile a 25 dollari, il rublo potrebbe arrivare nell’area mediana degli 80 e l’inflazione il prossimo dicembre potrebbe attestarsi attorno all’8%.
Putin Views Russian Arms On Display At Expo

Paradossalmente, le previsioni di Goldman Sachs appaiono quasi ottimistiche, visto che la Banca centrale russa ha previsto un risk scenario in base al quale il prezzo del petrolio rimarrà attorno ai 35 dollari al barile nel 2016 e in tale condizioni prevede una contrazione del Pil del 5% e un’inflazione tra il 7% e il 9% già oggi. Ma c’è di più, perché il budget federale russo per il 2016 prevede il barile a 50 dollari e in questo modo il deficit sarebbe al 3% ma se soltanto quel numero calasse di 10 dollari al barile, la posizione fiscale di Mosca peggiorerebbe per un tasso pari allo 0,7% del Pil.
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Ma se per caso – scenario tutt’altro che peregrino – il barile arrivasse poi a 30 dollari, la questione diventerebbe davvero seria, visto che il deficit arriverebbe al 4,4% del Pil: essendo il budget per l’anno che inizia oggi calibrato sul prezzo del petrolio a 50 dollari, la posizioni fiscale peggiorerebbe del -4,4% del Pil, un gap significativo che diventerebbe il secondo (in negativo) degli ultimi 20 anni, essendo il peggiore il 6% raggiunto nel 2009. Non a caso, Vladimir Putin starebbe pensando di richiamare nell’esecutivo l’ex ministro delle Finanze, Alexei Kudrin, per gestire la recessione dell’economia.
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Sibillino al riguardo, un alto funzionario governativo russo, coperto dall’anonimato, ha descritto così la situazione in atto a Mosca a Bloomberg: “Il governo ha ancora pochi mesi prima che il deterioramento delle condizioni economiche cominci ad alimentare tensioni sociali”. Washington spera in un’Ucraina in grande stile? Comincio a pensare che l’unica cosa da sperare sia che questa situazione internazionale sia solo una Yalta 2.0, ovvero un ringhiarsi addosso per raggiungere poi una spartizione e un ribilanciamento dei poteri senza dover ricorrere a missili o bombe. Perché le tensioni crescono e proprio ieri la Cina ha comunicato di aver cominciato la costruzione di una nuova portaerei, oltre alla già presente Liaoning, utilizzata più che altro per addestramento, nei cantieri di Dalian. Per ora, buon 2016.

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