Quegli indicatori poco ortodossi e non ufficiali che gettano ombre sul 2016

Di Mauro Bottarelli , il - 6 commenti

2016
La domanda appare retorica ma occorre porsela: cosa dobbiamo attenderci dal 2016 dal punto di vista economico e finanziario? Per trovare delle risposte riguardo al futuro, spesso è utile guardare al passato. Ad esempio a questo,
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ovvero il fatto che il 2015 è stato l’anno in cui la Fed, dopo 83 mesi consecutivi, ha alzato i tassi per dimostrare che l’economia era in salute e la normalizzazione monetaria era gestibile ma, contemporaneamente, è stato anche l’anno in cui si è vissuto il peggior collasso dei dati macro-economici dal 2008, su base sia assoluta che relativa. E questo altro grafico
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ci mostra come il pattern medio post-recessione non sia affatto stato rispettato lo scorso anno ma, anzi, da ottobre in poi è virato nettamente al ribasso. Andrà meglio quest’anno? Una cosa è certa e ce la dice questo altro grafico,
Re_coupled
dal quale desumiamo plasticamente come il 2015 sia stato l’anno che ha visto terminare la divaricazione tra dati macro statunitensi ed europei e non certo verso dinamiche rasserenanti.

Una cosa è certa, gli Usa hanno un appuntamento importantissimo: a novembre, infatti, si voterà per le presidenziali e tutto lascia pensare a uno scontro tra Hillary Clinton per i Democratici e Donald Trump per i Repubblicani. Bene, questo grafico
Comfort_dems
relativo all’ultimo sondaggio Consumer Comfort di Bloomberg ci mostra come dalla rielezione di Obama per il secondo mandato, gli elettori repubblicani siano molto più fiduciosi di quelli democratici. Un’altra legacy poco invidiabile per l’uomo dello “Yes, we can”? Come mai questo sconforto a sinistra? Forse ce lo spiega questo grafico
Oligarch
pubblicato tre giorni fa dal New York Times, noto quotidiano filo-russo, dal quale si evince che venti anni fa, quando Bill Clinton fu eletto presidente, i 400 contribuenti più ricchi degli Usa pagavano il 27% di tasse sull’imponibile, mentre dal 2012 – ovvero dalla rielezione di Barack Obama – pagano meno del 17%, poco più di quanto versano al fisco famiglie con un reddito annuale di circa 100mila dollari. Oligarchia al potere e base elettorale un pochino delusa?

Ma anche abbandonando gli Usa, i segnali per qualche criticità non mancano a livello globale. Ad esempio quelli che ci mostra questo grafico,
Default_waves
il quale descrive l’andamento storico dei default sovrani dal 1800 in poi in quelle che sono vere e proprie onde temporali cicliche. Come potete notare, l’ultimo ciclo di default include le crisi debitorie dei mercati emergenti degli anni Ottanta e Novanta e se molte nazioni hanno risolto i loro problemi legati alle esposizioni estere entro la metà degli anni Novanta, un sostanziale percentuale di Stati – quelli caratterizzati da reddito più basso – sono rimasti in situazione di difficoltà cronica nei confronti dei creditori.

Il problema è che quelle criticità nascoste sotto il tappeto, spesso perché gli ammontare in essere non sono tali da innescare contenziosi ufficiali, tendono a riemergere quando le condizioni dell’economia globale peggiorano o subiscono dei mutamenti, come ad esempio le attuali condizioni ribassiste del ciclo delle materie prime o gli interventi sui tassi di interesse di grandi potenze come Cina e Usa. Il 2016 potrebbe portarci in dote qualche default sovrano? Se la storia e le correlazioni storiche non ingannano, tra i mercati emergenti qualcuno potrebbe trovarsi nei guai nei prossimi dodici mesi.
EM_crisis

Ma c’è anche un altro indicatore poco ortodosso e conosciuto che sembra suggerire nuvole all’orizzonte. E’ questo,
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il cosiddetto “Skyscraper Alert”. Prima di spiegarvi di cosa si tratta, occorre mettere in fila un paio di fatti. Proprio pochi giorni fa è giunta la notizia che l’Arabia Saudita, nonostante la crisi economica che sta vivendo a causa del basso prezzo del petrolio, avrebbe ottenuto l’ultima tranche di finanziamento necessario per completare il progetto da 1,2 miliardi di dollari della Jeddah Tower o Kingdom Tower, destinata a diventare il grattacielo più alto del mondo, circa 1000 metri di altezza. Ma il progetto saudita è solo l’ultimo di una serie di costruzioni record che nel 2014 hanno vissuto un vero e proprio boom.

In quell’anno, infatti, nel mondo sono stati costruiti 97 palazzi più alti di 200 metri, polverizzando il record precedente di 81 costruzioni completate nel 2011. Ad oggi ci sono 935 grattacieli nel mondo, un aumento del 350% rispetto al 2000. Ed eccoci alla “Skyscraper Alert”, ovvero un indicatore di mercato che suggerisce una crisi economica significativa nel futuro prossimo. Insomma, quella massa di grattacieli conclusi potrebbe indicare guai in vista e anche in questo caso le correlazioni storiche non mancano.
Jeddah_tower

Il Singer Building e il Metropolitan Life Insurance Building cominciarono la loro costruzione prima del panico del 1907 e furono completati dopo, rispettivamente nel 1908 e 1909. La costruzione di quello che oggi è il Trump Building, del Chrysler Building e dell’Empire State Building cominciarono prima del crash di Wall Street nel 1929 e furono completati all’inizio della Grande depressione, rispettivamente nel 1929, 1930 e 1931. E ancora, la costruzione delle torri del World Trade Center cominciò rispettivamente nell’agosto del 1968 e nel gennaio del 1969 e si concluse con la loro apertura rispettivamente nel dicembre 1970 e nel gennaio del 1972: l’economia era in recessione e la crisi di Bretton Woods era a portata di mano.
Empire_state

Infine, la Sears Tower (oggi Willis Tower), la cui costruzione cominciò nell’aprile del 1971 e si concluse nel maggio del 1973 durante il crollo del mercato azionario del 1973-1973 e la crisi petrolifera del 1973. E se i media parlano del 2020 come data di completamento della Jeddah Tower, non ci sono previsioni per la sua apertura ufficiale. E’ significativo però come il record che la costruzione saudita intenda infrangere sia quello fissati dal Burj Khalifa di Dubai. il quale a suo modo fu visto da molti come simbolo degli eccessi legati all’ultima bolla. Se il corso storico è in atto anche questa volta, il palazzo saudita diverrà presto il simbolo stesso del mal-investment di questo ciclo espansionistico.
Dubai

Infine, un altro indicatore non proprio scientifico ma che spesso e volentieri ci azzecca. Ce lo mostrano questi due grafici,
Luxury_crash1
Luxury_crash2
i quali ci dimostrano come a novembre sia proseguito il collasso nell’esportazione di orologi svizzeri di lusso, sia in franchi svizzeri dove si è registrato il peggior dato dal 2009, che in dollari, dove per ritrovare una lettura simile (-11%) bisogna andare indietro di un altro anno, al 2008. E a guidare il crollo ci ha pensato Hong Kong, con un sobrio -28%. Qualche rognetta comincia a farsi sentire anche per i milionari cinesi? Ma questo grafico
Luxury_crash3
ci dice anche altro, ovvero che non solo gli orologi di lusso patiscono, bensì tutto il comparto dedicato ai cittadini più benestanti a livello globale. E quando la parte più agiata della popolazione comincia a tirare i cordoni della borsa, il resto del mondo rischia di pagare il prezzo più caro alla crisi che queste dinamiche sembrano preannunciare.

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