Allarmi radioattivi, petrolio e indipendenza curda. L’Iraq entra in pieno nel risiko mediorientale

Di Mauro Bottarelli , il - 9 commenti

Risiko
Non so quanti di voi si ricordino del cartone animato di Superman e soprattutto del suo refrain: “E’ un uccello! E’ un aereo!, No, è Superman!”. Bene, quanto accaduto mercoledì in Turchia con l’attentato che ha reclamato quasi 30 morti in un complesso militare nel centro di Ankara è molto simile: è un bomba, no un’autobomba, no è un kamikaze. Casualmente, un profugo siriano. Il quale, pur essendo un attentatore suicida, aveva le mani curate come se fosse appena uscito da un salone di bellezza, visto che alla sua identità si è risaliti a tempo di record attraverso le impronte digitali che la polizia aveva preso al momento dell’ingresso nel Paese. Tu guarda la fortuna, non si vedeva una botta di culo così dai passaporti trovati addosso ai kamikaze di Parigi o dalle patenti degli attentatori di Charlie Hebdo.
Erdogan

Ma non basta, perché ieri si è verificato un nuovo attentato, questa volta lungo la strada che collega Diyarbakir, la città più importante nel sud-est turco a maggioranza curda, al distretto di Lice: sette soldati di Ankara sono rimasti uccisi nell’esplosione della mina fatta saltare al passaggio del loro convoglio. Due attentati curdi in meno di 24 ore. In compenso, Ankara si era portata avanti con il lavoro, visto che poche ore dopo l’esplosione dell’autobomba-kamikaze, l’aviazione turca aveva bombardato le postazioni del PKK nel nord dell’Iraq, uccidendo 60-70 militanti, tra cui alcuni comandanti di alto livello. Di più, il premier turco Ahmet Davutoglu ha confermato che i raid proseguiranno. Ma perché in Iraq?
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Forse perché, presi come siamo nel sezionare ogni avvenimento che accade in Siria nel tentativo di dare un senso geopolitico al tutto, ci stiamo dimenticando di un pezzo molto significativo del risiko mediorientale: l’Iraq, infatti, è l’unico punto di contatto reale delle strategie e degli interessi turchi e statunitensi. I primi per evitare la nascita del Kurdistan riunito, come ci mostra questa mappa,
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i secondi per la strategicità di Baghdad, non ultimo a livello petrolifero, tanto che non più tardi di due settimane fa il ministro della Difesa statunitense, Ashton Carter, ha confermato l’invio di truppe di terra proprio in Iraq. Agli Stati Uniti, a livello di interessi diretti, la Siria importa molto poco, è unicamente il playground principale della Guerra fredda 2.0 contro la Russia, tanto che i livelli senior del Pentagono stanno dicendo chiaro e tondo ad Obama che un coinvolgimento diretto nella lotta tra Assad e i ribelli è tutt’altro che proficuo per Washington. Ci sono già i proxy turchi e sauditi ma Ankara spinge su Obama, il quale se decidesse di intervenire avrebbe l’ultima parola, essendo ancora commander-in-chief.
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Inoltre, sia gli Usa che la Turchia sanno che Mosca non darà il sangue in difesa dei curdi dell’YPG in Siria in caso di ingresso di forze di Ankara via terra per creare un’area cuscinetto di circa 10-15 chilometri a ridosso del confine turco. Prima di sparare contro obiettivi di Ankara, Mosca dovrà infatti essere costretta, visto che la Turchia è membro Nato e ataccarla significherebbe dover attendersi la reazione dell’intera Alleanza Atlantica. Inoltre, stando alla Convezione di Montreaux del 1936, Ankara ha il diritto di chiudere il passaggio del Bosforo tra Mar Nero e Mediterraneo in caso di evento bellico formale tra lei e Mosca. Non a caso, finora i russi hanno evitato di cadere nelle provocazioni turche.

L’Iraq invece è un caso differente e sono molte le variabili in atto in queste ore, nel silenzio generale. Proprio ieri, il ministro per il petrolio iracheno, Adel Abdul Mahdi, ha detto chiaro e tondo che non taglierà la propria produzione di greggio in ossequio all’accordo russo-saudita sul congelamento dell’output, di fatto allineandosi a quanto deciso il giorno prima dall’Iran. Ripreso dal Wall Street Journal, Mahdi si è limitato a dichiarare che “il deterioramento del prezzi del petrolio ha un impatto diretto sull’economia globale e la responsabilità storica dei Paesi produttori richiede grande velocità nel trovare soluzioni positive che aiutino i prezzi a tornare al rialzo”. Insomma, parole ma nei fatti Baghdad non intende rinunciare al suo petrolio e agli introiti che garantisce.
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Ed ecco entrare in scena la variabile curda sul problema, visto che il Kurdistan iracheno ha un proprio governo autonomo con sede a Erbil e che il punto di frizione maggiore con l’esecutivo centrale di Baghdad sono proprio gli introiti petroliferi, visto che l’azienda statale SOMO vuole che il governo curdo (KDP) le trasferisca 500mila barili al giorno in cambio del 17% dei profitti petroliferi, come ci mostra questa infografica.
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I curdi non solo non lo fanno ma hanno cominciato a esportare il petrolio che estraggono in modo indipendente e per un ammontare di 630mila barili al giorno, un commercio vitale per le casse statali di Erbil, soprattutto per pagare gli stipendi ai guerriglieri Peshmerga, fieri avversari dell’Isis ma alleati dei soldati americani dislocati nel Paese. Ora, però, Erbil sembra aver alzato la posta, visto che il presidente del Kurdistan iracheno, Massoud Barzani, ha dichiarato che “è giunto il tempo e la situazione è propizia perché il popolo curdo prenda una decisione riguardo il proprio destino attraverso un referendum”. Tradotto, vogliamo l’indipendenza da Baghdad. E il caos creato dall’occupazione di Siria e Iraq da parte dell’Isis ha creato le condizioni perfette per arrivare a questo epilogo: peccato che Baghdad non permetterà mai che la provincia a Nord del Paese, quella di Kirkuk e i suoi enormi giacimenti petroliferi, come ci mostrano queste mappe,
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finiscano totalmente in mano curda e spariscano dalle casse irachene. Come si schiererà la Turchia? Accetterà il rischio della nascita di un stato curdo indipendente nel suo confine meridionale, esempio che potrebbe far aumentare la voglia di secessione dei curdi turchi? O forse questa è l’occasione buona per chiudere una prima battaglia storica, utilizzando l’emergenza terrorismo che potrebbe vedere gli Usa voltare le spalle ai Peshmerga in ossequio alla dottrina Erdogan che assimila il PKK e l’YPG all’Isis?
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Insomma, un quadro in continuo mutamento. E cui da mercoledì si è andata ad unire una nuova, inquietante variabile. Funzionari governativi iracheni hanno infatti perso le tracce di un quantitativo di materiale radioattivo altamente pericoloso e il timore è che sia finito nelle mani proprio dei militanti dello Stato Islamico, i quali potrebbe utilizzarlo per creare una bomba sporca. In un documento reso noto dal governo si confermava “il furto di una fonte altamente pericolosa e radioattiva di Ir-192 di proprietà della SGS da un deposito appartenente alla Weatherford nell’area di Rafidhia, provincia di Bassora”. E cos’è la Weatherford? Un’azienda statunitense che offre servizi legati ai giacimenti petroliferi. E la SGS? Un’azienda con sede a Istanbul, in Turchia. Tu guarda a volte le coincidenze..
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Un funzionario della sicurezza irachena ha dichiarato che “siamo spaventati dal fatto che quell’elemento radioattivo possa finire nella mani di Daesh, visto che unendolo a del normale esplosivo possono creare una bomba sporca capace di contaminare un’area, evitando la complessa fissione necessaria per ottenere un’arma nucleare”. Il materiale è custodito in un involucro grande come un laptop ed è considerato di Categoria 2 per radioattività in base ai criteri dell’Atomic Energy Agency: è utilizzato nei test per il flusso nelle pipeline petrolifere e del gas e, stando alle informazioni, quello sparito sarebbe in forma di capsula e per un totale di 10 grammi. Stranamente, la dinamica del furto farebbe pensare al lavoro di un insider, visto che non c’erano lucchetti rotti, porte abbattute o altri segni di un ingresso forzato. Mistero.
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Casualmente, però, sempre mercoledì e in contemporanea con la notizia del materiale radioattivo rubato, le autorità belghe rendevano noto che i terroristi che hanno compiuto gli attacchi a Parigi lo scorso 13 novembre “avevano grandi ambizioni riguardo la conduzione di un attacco nucleare in Europa. Durante la perquisizione dell’appartamento di uno dei sospetti, infatti, è stato scoperto un video contenente dieci ora di girato clandestino che mostrano la casa del direttore di un programma di ricerca nucleare belga”. Guarda come tutti si incastra, sembrano le tessere di un brutto mosaico.
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Cosa aveva detto il premier francese, Manuel Valls, il 13 febbraio scorso durante una tavola rotonda alla conferenza sulla sicurezza in corso a Monaco? Ah già, “Dobbiamo dire questa verità ai nostri popoli: è una certezza, ci saranno altri attentati su larga scala in Europa e il mondo è entrato in un’epoca di iper-terrorismo che potrebbe durare per un’intera generazione”. Stato di paura permanente, una vera manna per chi governa. Attenti, tout se tient. E la Siria potrebbe essere una comoda cortina fumogena per non farci vedere cosa accade altrove. Come in Iraq, ad esempio. Dove, giova ricordarlo, a breve arriveranno 450 soldati italiani per proteggere la diga sul Tigri a Mosul, roccaforte dell’Isis.

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