Arabia, Turchia e Israele mandano messaggi agli Usa. Ma la Siria è solo il proxy per arrivare all’Iran

Di Mauro Bottarelli , il - 14 commenti

Isis_side
In Siria il vaso di Pandora sta per essere scoperchiato. Il primo ministro turco, Ahmet Davutoglu, casualmente parlando durante la sua visita in Ucraina, ha infatti travalicato anche l’ultimo bastione di buongusto quando ha dichiarato che “la Russia si comporta come un’organizzazione terrorista, costringendo i civili a fuggire. Se continuerà, daremo una risposta estremamente decisiva”. Le risate di Putin si sono sentite fino nella Guyana francese. Ma al di là dell’umorismo involontario di Davutoglu, sono altre le parole che giova tenere a mente: “Mosca e le milizie curde Ypg hanno chiuso il confine umanitario a nord di Aleppo e l’obiettivo di Mosca è quello di abbandonare la comunità internazionale con solo due opzioni: o il presidente Bashar al-Assad o lo Stato islamico”.
Davutoglu3

Ora facciamo un piccolo excursus sulla mia nota precedente, ovvero il fatto che le accuse di Davutoglu contro Mosca per i bombardamenti dell’altro giorno siano state mosse durante il suo viaggio in Ucraina. Sarà certamente una coincidenza ma proprio ieri a Kiev, il buon Petro Poroshenko ha chiesto al premier, Arseniy Yatsenyuk, di dimettersi per permettere la rapida formazione di un governo tecnico che ponga fine alla crisi politica e riprenda in mano l’economia nazionale. Insomma, dopo quasi due anni dalla decisone di Victoria Nuland di piazzare il pupazzo Yatsenyuk a guardia del governo nato da un colpo di Stato voluto da Cia e Dipartimento di Stato, il presidente dice basta. Non sarà un segnale nemmeno troppo velato di critica all’immobilismo di Washington? Casualmente, mentre un altro critico dell’atteggiamento troppo morbido degli Usa in Siria come Davutoglu era a Kiev. Sarà.
Poroshenko3

Ma se Ankara ha usato la sciabola, il ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu, ha sfoderato la katana. Dopo aver confermato che negli ultimi sette giorni l’aviazione russa ha compiuto 444 missioni, colpendo 1593 obiettivi dei terroristi in sei province, Shoigu ha dichiarato che “i terroristi nelle province siriane di Idlib e Aleppo continuano a ricevere armi e rinforzi dal territorio turco”, mentre “l’esercito di Ankara continua a colpire con artiglieria le forze governative siriane e l’opposizione patriottica”. Insomma, un’accusa precisa contro Ankara che sottende l’intero equilibrio in atto. Mosca, insieme agli iraniani e alle forze lealiste, accerchiando Aleppo ha infatti tagliato le linee di rifornimento dei ribelli con la Turchia, garantendo ai curdi dello YPG di avanzare nelle città vicino al confine e di consolidare il proprio controllo del territorio a nord della Siria. Esattamente l’incubo che la Turchia non avrebbe mai voluto vivere.
Shoigu

E questo a cosa porterà? Le accuse di Davutoglu sono il chiaro tentativo di forzare un casus belli che garantisca ad Ankara la possibilità di invadere la Siria per difendere la città di Azaz dall’assedio dei curdi, i quali potrebbero voler riunire tutte le province dell’area inviando un chiaro segnale ai fratelli in territorio turco e iracheno, con questi ultimi che già chiedono un referendum sull’indipendenza. Stando a quotidiano Yeni Safak, “la Turchia sta pianificando l’invio di truppe 10 chilometri all’interno del territorio siriano per creare un’area liberata”. Il perché è presto detto: se Azaz viene conquistata dai curdi, 400-500mila profughi potrebbero ammassarsi al confine turco. E, infatti, lo stesso Davutoglu ha dichiarato che “non lasceremo cadere Azaz, lo YPG non sarà in grado di attraversare a oriente dell’Eufrate e a occidente di Afrin”. Questa mappa
Azaz_Map
ci offre una visione strategica dell’area. E visto che il premier russo, Dmitri Medvedev. ha recentemente definito i ribelli che stanno combattendo per mantenere il corridoio di Azaz aperto “tutti quanti banditi”, l’epilogo appare uno solo: un’escalation imminente. Manca solo una cosa: il via libra Nato, ovvero Usa, alla Turchia. Ecco spiegate, in altro modo, le recenti pressioni di Ankara verso Washington affinché decida da quale parte stare.

Sia Ankara che l’Arabia Saudita sono stanchi dell’atteggiamento americano. Washington, infatti, ha non solo criticato gli attacchi turchi contro i cirdi siriani, invitando alla moderazione, ma di fatto sta trattando con la Russia per un cessate il fuoco che nei timori di Ankara potrebbe essere il prodromo del rafforzamento della leadership di Assad e quindi l’assicurazione contro la sua cacciata e il regime change.
Carter
Ma gli Usa stanno giocando su due tavoli, visto che l’invasione di terra delle forze turche e saudite sarebbe stata programmata nel quartier generale della Nato proprio nello stesso giorno in cui era stato raggiunta un’intesa per la tregua alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, per di più alla presenza del ministro della Difesa americano, Ashton Carter, che presiedeva l’incontro. Nonostante non siano giunte conferme al riguardo, appare sempre più chiaro che Ryad stia operando a nome e per conto degli Usa, i quali potrebbe vantare di aver forze leali sul territorio siriano senza dover scomodare le proprie truppe e senza far imbestialire Mosca, mentre Ankara non opera al 100% da proxy di Washington ma persegue una sua agenda, la quale contempla l’annessione di parte del territorio siriano. Inoltre, i russi dichiarano di aver intercettato con i loro sistemi radar due aerei americani prendere il volo dall’aeroporto di Incirlik, in Turchia e andare a bombardare “diversi obiettivi” di Aleppo l’altro giorno. Minaccia o realtà?

Ma nel silenzio generale dei media, è un altro l’attore che nel fine settimana ha parlato, lanciando segnali inequivocabili. In un attacco a freddo lanciato dalla Giordania dove era in visita a Re Abdullah, il ministro degli Esteri israeliano, Moshe Ya’alon, ha infatti messo in guardia dall’intenzione di alcuni Paesi sunniti di acquistare armi nucleari: “Vediamo segnali da parte di questi Paesi nel mondo arabo di preparazione all’acquisto di armi nucleari, visto che non sono intenzionati a sedersi tranquillamente con l’Iran quasi pronto ad avere una bomba atomica”. Di più, riferendosi a Teheran, “se a un certo punto sentiranno la fiducia, specialmente dal punto di vista economico, probabilmente cercheranno di arrivare alla bomba. Quindici anni sono dietro l’angolo”, ha dichiarato Ya’alon, ricordando a tutti che l’accordo per limitare l’arricchimento nucleare di Teheran ha una data di scadenza.
Yaalon2

Poi, la frase finale che apre scenari decisamente tutti da decifrare: “Parlo anche dei Paesi del Golfo e del Nord Africa che sfortunatamente non sono qui ad ascoltare. Per loro, l’Iran e i Fratelli musulmani sono il nemico. L’Iran è il “bad guy” sia per noi che per i regimi sunniti. I quali non si stringono la mano con Israele in pubblico ma posso dirvi che ci incontriamo in stanze chiuse”. Di cosa parlino Israele e Paesi del Golfo non è dato a sapersi ma due cose appaiono chiare. Primo, l’Iran è il bersaglio di tutti. Secondo, con queste parole Israele si è unito ad Ankara e Arabia Saudita (e Ucraina) nella lista dei delusi dagli Stati Uniti e dalla loro politica, la quale tra l’altro ha benedetto con l’amministrazione Obama proprio l’accordo sul nucleare con Teheran.
Clinton_Israel
Per quanto ancora Washington potrà utilizzare proxy nella sua campagna mediorientale? Con le primarie presidenziali pronte a sbarcare in South Carolina e Nevada, la lobby ebraica farà sentire la sua voce ai candidati, essendo ormai Obama un’anatra zoppa? Hillary Clinton disconoscerà l’accordo con l’Iran, magari citando le tensioni crescenti in Siria e i rinnovati pericoli? Senza contare una cosa: le alture del Golan, territorio israeliano dal 1967 che offre un corridoio privilegiato verso la Siria alle nazioni arabe che volessero intervenire.
Golan

E, guarda caso, venti Paesi arabi e islamici, tutti sunniti, stanno inviando in queste ore forze armate nel nord dell’Arabia Saudita per prendere parte a una grande esercitazione militare congiunta di terra, aria e mare, stando all’agenzia di stampa saudita SPA. La quale, citata da Al Arabiya, definisce la definisce “la più grande mai messa in campo nella regione mediorientale”. Si tratta di Paesi che fanno già  parte della coalizione di 35 Stati, di cui Ryad è il perno, che ha come scopo di opporsi al “terrorismo” nei Paesi islamici.
Saudi_terror3
E soprattutto nello Yemen, dove combattono i guerriglieri sciiti Houthi, contrastando l’influenza iraniana e in questi giorni anche in Siria, dove Ryad intende condurre operazioni contro l’Isis. Fra i Paesi che prendono parte alle manovre “Thunder in the North”, fa sapere SPA, vi sono i cinque che formano insieme ai sauditi il Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG), cioé Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar ma anche Egitto, Giordania, Malaysia, Marocco, Ciad, Pakistan, Senegal e Tunisia. L’occasione farà il sunnita ladro?

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

Shares
Grazie per avere votato! Ora dillo a tutto il mondo via Twitter!
Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"
Come ti senti dopo avere letto questo post?
  • Eccitato
  • Affascinato
  • Divertito
  • Annoiato
  • Triste
  • Arrabbiato

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi