Arrivano le Erinni della destabilizzazione. La Albright minaccia e la Merkel tradisce

Di Mauro Bottarelli , il - 15 commenti

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Partiamo con un po’ di leggerezza, vista l’aria pesante che tira. Domenica l’America si è fermata: il 50mo SuperBowl, la finale di football americano, ha incollato di fronte alla tv milioni di statunitensi, intenti a bere birra e mangiare alette di pollo, mentre si godevano lo spettacolo offerto sul campo da Carolina Panthers e Denver Broncos. Ma il SuperBowl non è solo un evento sportivo, è lo specchio più fedele per capire un Paese che oggi vedrà sbarcare in New Hampshire, Stato con solo 1,5 milioni di abitanti ma strategicamente fondamentale, le primarie per le elezioni presidenziali del prossimo inverno. Questo grafico
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ci mostra infatti come 1 telespettatore su 4 guardi la finale della NFL solo per gli spot pubblicitari, ennesima riprova di come siano i consumi il vero traino dell’economia Usa, mentre questo altro grafico
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ci mostra l’effetto collaterale di questa addiction alle spese: l’aumento esponenziale negli anni dei costi di quegli spot durante le quattro ore di messa in onda. Ma più interessante è questa tabella,
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dalla quale evinciamo un segnale bearish per il mercato azionario Usa dalla vittoria dei Broncos: da quando infatti nel 1966 la NFL e l’American Football League si sono fuse, una vittoria della squadra nata in quest’ultima lega segnala mercato in calo per l’anno a seguire, mentre una vittoria da chi arriva dalla NFL significa mercato al rialzo.

Ma statistiche poco scientifiche a parte, la giornata di oggi in New Hampshire appare davvero di fondamentale importanza. Dopo aver vinto grazie al lancio della monetina in Iowa, l’ultimo sondaggio CNN-WMUR vede Hillary Clinton in svantaggio di ben 23 punti rispetto al candidato di sinistra, il senatore del Vermont, Bernie Sanders, mentre una rilevazione congiunta Suffolk University/Boston Globe vede il distacco ridotto solo a 9 punti. La Clinton però arranca, anche perché Sanders sta picchiando duro sul tasto populista, dipingendo Hillary Clinton come il candidato di Wall Street e della finanza. E se questa tabella del Wall Street Journal,
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ci mostra come in effetti la comunità finanziaria abbia garantito al super-PAC (Political Action Committee) della Clinton finanziamenti per oltre 17 miliardi di dollari ma ci mostra anche come la “smart money” non sia poi tanto tale, visto che in testa c’è l’impresentabile Jeb Bush. Sanders nel weekend ha picchiato duro: “Non conosco nessun candidato progressista che abbia un super-PAC e che ottenga oltre 15 milioni di dollari da Wall Street. La Clinton ha detto di non capire cosa intenda Sanders quando parli di finanza e di non ritenere interessante rendere note le minute dei suoi discorsi presso banche d’affari ma sia Tim O’Neill di Goldman Sachs che altri banchieri non hanno fatto nulla con le loro dichiarazioni per togliere la candidata democratica dal mirino di Sanders.
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“La Clinton è stata coraggiosa a parlare per la nostra banca”, ha dichiarato O’Neill, forse scordando i 200mila dollari di cachet minimo intascato dalla Clinton, mentre un partecipante ha dichiarato alla CNBC che “la Clinton è qualcuno che non vuole criminalizzare la finanza ma anche anzi vuole che torni al centro del gioco”. Nulla di nuovo, in un Paese dove il segretario al Tesoro, Jacob L. Lew, era un dirigente di Citigroup e dove il suo predecessore, Timothy Geithner, era ex presidente della Fed di New York e appena mollato il governo è stato assunto dal fondo di private equity Warburg Pincus.

E’ un’altra, però, la notizia politica giunta dagli Usa domenica. Parlando a un incontro in sostegno della candidatura della Clinton in New Hampshire, è infatti tornata sulla scena politica Usa un vero e proprio pezzo da novanta del Deep State, quella Madeleine Albright già segretario di Stato con Bill Clinton e artefice dell’attacco alleato contro la Jugoslavia di Milosevic con la scusa del genocidio in Kosovo. E cosa ha detto la Albright, parlando agli elettori democratici? “Ricordatevi, c’è un posto speciale all’inferno per le donne che non si aiutano tra loro”. Una sponsorizzazione molto gender, come richiede il momento? Apparentemente sì ma giova sempre ricordare come Madeleine Albright sia un falco in casa democratica, amata anche dai repubblicani e soprattutto dai corpi intermedi dell’amministrazione Usa e dall’esercito.
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Fu lei, infatti, a spingere il negoziatore Usa per il Kosovo, Richard Holbrooke a chiudere tutti i canali diplomatici con Belgrado e a spianare la strada al conflitto armato, dopo che Cia e servizi britannici avevano debitamente armato e addestrato i terroristi e trafficanti di droga dell’UCK, utilizzati esattamente come Al Qaeda prima e Daesh dopo per destabilizzare l’area in nome della Grande Albania ma, soprattutto, della “Dorsale verde” islamica nel cuore dei Balcani. E’ grazie a lei se la Bosnia oggi è un avamposto dell’estremismo islamico alle porte dell’Ue ed è grazie alla sua arroganza militarista – in seno a un’amministrazione democratica – se oggi il Kosovo è ritenuto un narco-Stato da tutte le organizzazione di sicurezza mondiali, nonché paradiso del traffico di organi, come contestato dal Tribunale penale dell’Aja che ritenne coinvolti, tra gli altri, i vertici del governo e anche dell’ex capo dell’UCK ed è premier, Hashim Thaci. Qualcuno di loro ha mai visto un’aula di tribunale? Nessuno.
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Ma non basta, perché a spiegare il profilo di Madeleine Albright e l’importanza simbolica del suo scendere in campo a fianco della Clinton, occorre ricordare quale fu il casus belli che spinse la Albright ha mettere sotto pressione Holbrooke al fine di poter dar vita all’attacco di terra, la cosiddetta “strage di Racak”, dove a detta della propaganda occidentale le truppe paramilitari serbe trucidarono circa 2mila cittadini di etnia albanese. Bene, all’inizio di novembre del 1999, dopo 72 giorni di bombardamenti a tappeto sulla Serbia, centinaia di morti e danni ambientali non quantificabili (basta vedere il tasso di tumori infantili), ecco cosa disse il patologo spagnolo, Emilio Perez Pujol, capo di un gruppo di esperti incaricati dall’Icty di indagare sui massacri dei serbi.
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“Il 12 settembre scorso ho comunicato alla mia equipe che il nostro lavoro era terminato. Poi ho informato il mio governo sui risultati della nostra indagine e cioé che avevamo trovato i corpi di sole 187 vittime, delle quali, tranne quattro o cinque, tutte erano decedute per morte naturale. In principio ci aspettavamo di esaminarne almeno 2mila”. E ancora: “Ho calcolato che la cifra finale dei morti in Kosovo si aggira attorno alle 2500 unità al massimo, ben lontano dalle 44mila che mi avevano preannunciato. Questo ammontare comprende molte morti inspiegabili che non possono essere attribuite a nessuno in particolare”. Ma la Albright mosse guerra, magari sotto pressione politica dell’American Friends of Albania, una lobby poi tramutatasi nel National Albanian American Council, i cui referenti politici erano il deputato democratico Eliot Engel e quello repubblicano Peter King: meravigliosamente bipartisan.
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Ma a farci capire che in questa fase storica siano le donne a muovere i fili, ci ha pensato ieri anche Angela Merkel in visita in Turchia per incontrare il premier, Ahmet Davutoglu, nel tentativo di frenare il flusso di rifugiati e per risolvere la crisi dei profughi di Aleppo. La Merkel si è detta “agghiacciata ma anche scioccata dalle sofferenze umane di migliaia di persone per i bombardamenti aerei e anche per gli attacchi che provengono dalla parte russa. In queste circostanze in cui la Russia continua i suoi raid in Siria, costringendo alla fuga verso i Paesi vicini decine di migliaia di civili, è difficile che possano avere luogo dei colloqui di pace. Questa situazione deve concludersi rapidamente”.
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Guarda caso, con strano anticipo sull’avanzata dell’esercito siriano su Aleppo e con l’aumentare del numero di profughi al confine turco, la settimana scorsa i colloqui di Ginevra sulla Siria sono stati sospesi fino al 25 febbraio dall’imparzialissimo inviato speciale dell’Onu, Staffan de Mistura. Che timing, ragazzi! Di più, Davutoglu ha sottolineato come “gli ultimi sviluppi della situazione della crisi siriana sono un chiaro tentativo di fare pressione sulla Turchia e sull’Europa sul tema dei migranti, non si può pensare che l’emergenza migranti pesi solo sulle nostre spalle”. Ma poi, ecco emergere la vera agenda di Ankara: “La Turchia accoglierà gli almeno 30mila profughi siriani ammassati al confine quando sarà necessario”. Ovvero, quado saranno merce di scambio in grado di far alzare il prezzo nei confronti dei Paesi europei per evitare di essere invasi. E ancora, al parossismo della malafede, per Davutoglu, i raid aerei “dimostrano quanto la Russia sia poco sincera”. Lui, invece, è cristallino.
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E guarda caso, Turchia e Germania lavoreranno insieme per cercare di coinvolgere la Nato nel frenare il flusso di rifugiati e per risolvere la crisi dei profughi di Aleppo: boots on the ground con la scusa di proteggere donne e bambini? Ankara non aspetta altro per cercare di far cadere Assad. E guarda caso, mentre l’esercito siriano annunciava l’uccisione di oltre 300 membri di Al-Nusra vicino alla città di Retyan, nella provincia di Aleppo, un ringalluzzito Erdogan prima chiedeva agli Usa di decidersi e scegliere fra Ankara e i curdi, poi – incurante della vergogna – accusava i Paesi della coalizione di fare il doppiogioco nella lotta al terrorismo, visto che le armi usate da PKK e PYD sono in gran parte di fabbricazione occidentale.
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Il vuoto di potere garantito dalle prossime presidenziali Usa e dallo status di anatra zoppa di Barack Obama sta portando il grado di influenza del Deep State statunitense ai massimi mai conosciuti, mentre la disperazione politica interna per la rivolta contro la politica di porte aperte ai migranti e le preoccupazioni per quel casinò di derivati conosciuto come Deutsche Bank
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(nel secondo grafico Alpha Bank è il disastrato istituto di credito greco), la quale dopo essere crollata ancora in Borsa, ieri ha dovuto emettere un comunicato ufficiale riguardo la sua liquidità per il pagamento di cedole 2016 e 2017, hanno portato la Merkel a varcare il Rubicone della politica anti-russa, schierandosi apertamente con la Turchia. Un Paese, giova ricordarlo, che l’Isis l’ha quantomeno tollerato fino a un mese fa e che ora vuole capitalizzare a livello economico dalla crisi dei migranti che lascia morire di freddo alla frontiere, almeno finché l’Europa non sgancerà i soldi richiesti. E saranno più di 3 miliardi, vedrete, perché l’economia turca sta schiantandosi.
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Le Erinni della destabilizzazione ci dicono chiaramente che ormai le carte sono in tavola. E io temo che la prossima mossa sarà quella del potenziale non ritorno: accusare l’Iran di qualcosa che faccia stracciare l’accordo sul nucleare e riporti le sanzioni contro Teheran. A quel punto, il rischio che la situazione vada fuori controllo appare davvero altissimo. Ma a livello europeo temo quello che alcuni analisti hanno già ribattezzato il “Merkel shock”, ricordando il “Nixon shock” che stupì il mondo quando nel 1971 il presidente Usa abbandonò la parità aurea. Addio all’euro? No, marcia indietro totale sulla politica di accoglienza e rimpatri in stile scandinavo, con il beneplacito dei bavaresi della CSU ma anche dei socialisti dell’SPD. E stranamente, al termine della conferenza stampa congiunta, il premier turco Davutoglu ha detto che “nello scenario peggiore, questa nuova crisi siriana potrebbe portare verso l’Europa altri 600mila profughi”.
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E se la Germania sigilla le frontiere, così come il resto dell’Europa del Nord, chi pagherà il prezzo al ricatto di Ankara? Non è un caso che sempre ieri, appena terminata la luna di miele turco-tedesca, fonti greche rendevano noto un meno dal G20 di Antalya dello scorso novembre, dal quale si evinceva che parlando al capo della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker e al capo del Consiglio Europeo, Donald Tusk, il presidente Erdogan minacciò di “aprire i confini con Bulgaria e Grecia, caricare i rifugiati sui pullman e spedirveli” pur di ottenere i 3 miliardi dall’Europa. Bella gente si sceglie la Germania come partner. Chi si somiglia, d’altronde, si piglia.

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