Attenti al colpo di coda del predatore ferito. Se Erdogan userà l’arma dei migranti, sarà la fine

Di Mauro Bottarelli , il - 35 commenti

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Formalmente, è una bella notizia. Ieri sono stati infatti scarcerati Can Dundar ed Erdem Gul, direttore e caporedattore di Cumhuriyet, arrestati per un scoop su un presunto passaggio di camion di armi dalla Turchia alla Siria, dopo il quale Erdogan promise che avrebbero pagato un “caro prezzo”. Uscendo dal carcere, Dundar ha detto “ci dispiace avervi fatto aspettare tanto. Lo sapete, oggi è il compleanno del presidente Erdogan. Siamo felici di celebrarlo con questa decisione di essere rilasciati”.
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Dopo 92 giorni trascorsi nella prigione di Silivri a Istanbul, il tribunale ha deciso di scarcerarli in base a un pronunciamento della Corte costituzionale che aveva definito la loro detenzione in attesa di giudizio come una “violazione dei diritti”. Dundar ha poi voluto spendere un pensiero per chi è ancora in prigione solo per avere espresso un’idea o un giudizio: “È una decisione storica che apre la strada non solo per noi ma per tutti i nostri colleghi in termini di libertà di stampa e di espressione. Noi siamo liberi ma più di 30 colleghi sono ancora dentro, non proviamo rancore ma siamo determinati a combattere. Continueremo a difenderci e le nostre voci saranno più forti”.
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Perché, direte voi, è solo formalmente una bella notizia? Perché sottende una realtà pericolosa: ovvero che Erdogan è sempre più isolato a livello internazionale e sempre più debole politicamente a livello interno e sappiamo che i colpi di coda dei predatori feriti sono i più pericolosi. I due giornalisti di Cumhuriyet sono state rilasciati per una sola questione ed è un qualcosa che ha molto a che fare con quanto sta accadendo anche in Italia con lo scandalo delle intercettazioni della NSA statunitense nei confronti dell’ex premier Silvio Berlusconi e del suo consigliere diplomatico, Valentino Valentini. Se infatti i giornali italiani hanno speso lenzuolate di carta e inchiostro per quanto accaduto nel 2011 e i politici di opposizione hanno scomodato complotti e possibili ruoli oscuri di Giorgio Napolitano, arrivando a chiedere una commissione d’inchiesta, negli stessi giorni in Turchia anche Cumhuriyet pubblicava delle intercettazioni.
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Di tutt’altro spessore, però. Si tratta infatti delle trascrizioni delle telefonate tra alcuni ufficiali dell’esercito turco, di cui i sanno solo le iniziale (A.A. e A.B.) e il comandante in capo dell’Isis al confine turco-siriano, Mustafa Demir, finite in possesso della Terza Corte penale di Ankara nell’ambito di un processo proprio contro le attività dello Stato islamico. Si tratta di due chiamate del 25 novembre 2014, una delle 19.12 e una delle 20.26 e dimostrano non solo come la collaborazione tra le due parti sia di lunga data ma anche il livello di conoscenza tra alti funzionari dell’esercito e capi dei terroristi, visto che Demir apostrofa con la parola “fratellone” l’ufficiale che gli fornisce indicazioni sul luogo in cui trovarsi e gli chiede se ha con sé una torcia. La chiamata si conclude con queste parole: “Vieni un po’ più giù di dove sei, i nostri due veicoli sono sul lato turco del confine”. Risposta: “Ok, ci sarò fratellone”. Insomma, tengono Erdogan non vi dico per che cosa.
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Certo, direte voi, uno come Erdogan che problemi ha a fare sparire i giornalisti e o chiudere del tutto il quotidiano scomodo? Fino a un mese fa forse era così ma adesso la Turchia è sola: in conflitto a giorni alterni con l’Europa, stanca dei suoi ricatti sui profughi, abbandonata da Israele che non gradisce certi metodi nelle trattative diplomatiche e soprattutto da Usa e Nato, visto che l’Alleanza Atlantica ha detto chiaramente ad Ankara che in caso di guerra con la Russia saranno problemi suoi. Erdogan lo sa e, forse, ha capito che è ora di abbozzare. D’altronde, di dimostrazioni del suo dispotismo ce ne sono parecchie. A dicembre ha fatto aprire un’inchiesta per tradimento contro il deputato del CHP, Eren Erdem, il quale lo aveva accusato di fornire gas sarin ai terroristi, in ottobre un 15enne fu arrestato fuori da un Internet cafè per aver insultato il presidente e meno di un mese dopo due persone furono carcerate nella provincia di Sanliurfa per aver postato insulti diretti a Erdogan su alcuni social media. L’accusa? “Propaganda a favore di gruppi terroristici”.
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A fine dicembre, poi, il capolavoro: un 17enne fu arrestato a casa sua per aver postato una foto che accomunava Erdogan a Gollum e al processo il giudice convocò un esperto di Talkien perché da solo non era in grado di prendere una decisione appropriata sulla somiglianza. Solo tre giorni fa, poi, è accaduto un qualcosa che offre la nitida fotografia dello Stato di paura e polizia che è la Turchia odierna. Un camionista, segnalato solo come Ali D, ha infatti denunciato la moglie perché ogni volta che appariva Erdogan alla televisione, lo insultava. Di più, non solo ha registrato la moglie come prova per il tribunale ma ha anche detto che è pronto a fare lo stesso con il padre e la madre, se necessario. La Stasi, in confronto, era roba da Giovani marmotte.
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E lo sa bene anche Hakan Sukur, ex attaccante di Torino, Inter e Parma, il quale rischia una condanna fino a quattro anni di carcere per aver insultato via Twitter il presidente turco. Sukur, 44 anni, nega che quanto postato fosse rivolto a Erdogan ma la sua tesi non è stata accolta ed è scattata l’incriminazione, con l’udienza preliminare attesa nelle prossime settimane. L’ex attaccante, appese le scarpette al chiodo nel 2008, si è dato alla politica e nel 2011 è stato eletto in Parlamento proprio nelle fila del partito Akp, quello di Erdogan ma si è dimesso nel 2013, dopo un’inchiesta per corruzione che riguardava l’attuale presidente e i suoi collaboratori più stretti, schierandosi con Fethullah Gülen, predicatore che vive negli Usa e nemico giurato di Erdogan. E qualcuno vorrebbe far entrare Ankara in Europa.
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Il problema è che Erdogan, al netto di tutto, ha un’arma straordinaria nelle sue mani. Un’arma che non contempla nemmeno l’uso della forza: i profughi che già oggi premono alle frontiere e che nel timore dei quali ieri l’Austria, dopo aver chiuso arbitrariamente i confini, ha convocato un vertice con i Paesi balcanici, non invitando però né un delegato Ue, né tantomeno un rappresentante dell’hot spot per eccellenza, la Grecia. E Atene non ha preso bene la cosa, visto che ha dichiarato persona non gradita il ministro degli Esteri austriaco che aveva fatto richiesta di visitare i luoghi di approdo dei barconi. Insomma, c’è armonia.
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Di più, giovedì Atene aveva anche richiamato il suo ambasciatore in Austria e il ministro per l’Immigrazione, Yannis Mouzalas, era stato molto chiaro: “Non diventeremo il Libano d’Europa, né un magazzino di anime”. E greco è anche il Commissario europeo per i migranti, Dimitris Avramopoulos, il quale ha anche messo un timing al possibile collasso: “Se entro 10 giorni non implementiamo un piano che dia risultati tangibili sul terreno, l’intero sistema crollerà completamente”. Dieci giorni, ovvero il tempo che ci divide dal meeting tra Ue e Turchia sull’argomento, durante il quale c’è la quasi certezza che Erdogan giocherà le sue carte e minaccerà l’Unione come ha già fatto il 16 novembre scorso al G20 di Antalya, giorno i cui il presidente turco disse queste parole al capo della Commissione Ue, Jean Claude Juncker e al presidente della Consiglio europeo, Donald Tusk: “Possiamo aprire le porte verso Grecia e Bulgaria quando vogliamo. Possiamo mettere i migranti sui bus e mandarveli”.
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Non è un caso che proprio ieri il premier ungherese Viktor Orban, intervistato dal quotidiano tedesco Bild, abbia messo in guardia l’Unione dal fidarsi e dal dipendere troppo da Erdogan sulla materia: “In cambio di promesse e denaro, stiamo affidando totalmente la sicurezza dei nostri confini a Erdogan, visto che non siamo in grado di proteggerci da soli. Il futuro e la sicurezza dell’Ue dipendono dalla buona volontà di Erdogan: è solo un’illusione”. E se questo grafico
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ci mostra come le politiche ben poco ortodosse di Orban, invece, abbiano parecchio successo nel bloccare il flusso di migranti, lo stesso premier magiaro mercoledì ha anche annunciato un referendum sulle quote fisse di migranti imposte dall’Ue: “Nessuno ha chiesto ai cittadini europei il loro parere al riguardo e il nostro governo sta rispondendo all’opinione pubblica: imporre queste quote senza il consenso della gente equivale a un abuso di potere”.
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Ma davvero il rischio è così grave e imminente? Sì, altrimenti non si spiegherebbe come mai il premier norvegese, Erna Solberg, abbia deciso di chiudere le frontiere ai richiedenti asilo nel timore che il piano di rimpatrio di 80mila immigrati da parte della vicina Svezia portasse il Paese al collasso. Parlando al quotidiano Berlingske, la Solberg non solo ha detto di aspettarsi un pieno e ampio supporto del Paramento ma ha anche preannunciato che è pronta a “denunciare la Convenzione di Ginevra e a mettere in sicurezza i confini con la Svezia con la forza, evitando in ogni modo che i migranti facciamo richiesta di asilo”. Di più, di fronte alle accuse dell’Associazione norvegese degli avvocati di violazione degli obblighi internazionali, la Solberg ha risposto così: “Quando facciamo una proposta simile sappiamo di rompere nettamente con quanto è stato finora ma dobbiamo avere delle misure che ci preparino allo scenario peggiore”.
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Ma anche il Belgio è corso unilateralmente ai ripari nel timore che, dopo il parere positivo arrivati giovedì dal Tribunale di Lille, la Francia sgomberi parte del maxi campo profughi di Calais e riversi gli immigrati proprio verso i suoi confini: i quali, infatti, sono stati chiusi su ordine del governo, reso immediatamente operativo dal ministro dell’Interno, Jan Jambon. Anche perché in Belgio la tensione è altissima, non solo per il rischio terrorismo ma anche per continui fatti di cronaca che vedono protagonisti profughi. L’ultimo è accaduto ieri nella cittadina di Menan, dove un 16enne afghano ha stuprato una giovane cuoca del centro della Croce Rossa dove era stato accolto ed è finito in riformatorio in attesa del processo. Nemmeno a dirlo, solo 15 giorni fa aveva concluso il corso obbligatorio per migranti maschi su come si devono trattare le donne in Occidente. Una follia, tanto che il leader del partito fiammingo Vlaams Belang, Tom Van Grieken. si è limitato a dichiarare che “gente che necessita di un corso per sapere come si trattano le donne, prima di tutto non dovrebbe proprio essere qui”.
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Splendida, per finire, la capriola diplomatica del ministro dell’Interno belga, il già citato Jan Jambon: “Non stiamo chiudendo i confini, non si tratta di questo, stiamo facendo controlli mirati contro un fenomeno specifico”. Come si dice paraculo in fiammingo (o vallone, non vorrei che qualcuno si offenda)? Insomma, Erdogan potrebbe dare il via all’invasione definitiva dell’Europa, la sua ultima carta per non perdere del tutto potere e influenza: possiamo fidarci? Ma, soprattutto, una considerazione finale: se tutti stanno alzando muri e chiudendo i confini, l’Italia – secondo Paese più esposto dopo la Grecia – cosa sta facendo? Ah già, siamo occupati con le unioni civili. Attenti, perché avanti di questo passo la vita per gay e lesbiche rischia davvero di diventare molto dura e non per la mancanza della stepchild adoption.

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