La tensione sulla Siria nasconde altro. Il takeover Nato sui Paesi baltici e la Guerra fredda 2.0

Di Mauro Bottarelli , il - 57 commenti

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Sarà ma c’è puzza di bruciato. L’altro giorno l’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Siria, Staffan de Mistura, ha annunciato che i colloqui di pace di Ginevra sono sospesi fino al prossimo 25 febbraio. Il diplomatico ha parlato di “una pausa temporanea” dei negoziati avviati tra l’opposizione e il regime di Damasco: “C’è ancora molto lavoro da fare”. Strano, però, perché in perfetta contemporaneità con le parole di de Mistura dalla Siria giungevano notizie di una decisiva avanzata delle truppe governative nella provincia di Aleppo, dopo aver rotto un assedio di ribelli ai due villaggi sciiti di Nubbul e Al Zahra.
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L’esercito siriano ha infatti annunciato di aver tagliato ogni linea di rifornimento dei ribelli nella seconda più grande città della Siria con il resto del Paese, in particolare con la Turchia, guarda caso uno dei principali sponsor dell’opposizione armata al regime di Assad. La prossima mossa dell’esercito di Damasco, appoggiato dall’esercito iraniano, dalle milizie sciite libanesi di Hezbollah e dall’aviazione russa, potrebbe essere quella di attaccare le posizioni dei ribelli nella stessa Aleppo. Immediata la reazione di Usa e Paesi della coalizione anti-Isis, i quali hanno chiesto la fine dei raid russi e dell’avanzata: paura che in caso di caduta di Aleppo tra i prigionieri possano esserci contractor occidentali o, peggio, uomini delle forze speciali?
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C’è poco da fare, Mosca non intende indietreggiare di un millimetro. E proprio ieri il portavoce dei ministro della Difesa russo, Igor Konashenkov, ha confermato come tra l’1 e il 4 febbraio, l’aviazione abbia compiuto 237 missioni, colpendo 875 obiettivi nelle province di Aleppo, Latakia, Homs, Hama e Deir ez-Zor. Di più, sempre il generale Konashenkov ha confermato come i terroristi operanti in Siria stessero addestrando degli adolescenti per utilizzarli come kamikaze: il più vecchio di loro aveva 16 anni, il più giovane 14. “Stando a quanto ci risulta, al-Nusra e Ahrar ash-Sham stanno operando in tal senso per poi far compiere attentati suicida da prima nella provincia siriana di Idlib e poi in quelle di Damasco, Homs e Latakia”, ha dichiarato il portavoce russo prima di sganciare una vera e propria bomba. “Abbiamo buone ragioni di credere che la Turchia stia attivamente preparandosi per un’invasione militare della Siria, ogni giorno nuove evidenze confermano che le forze armate turche stanno preparandosi con operazioni sotto copertura a un’azione militare diretta”. A stretto giro di posta, poi, un portavoce dell’esercito saudita ha reso noto come il Regno sia pronto a inviare truppe di terra per combattere l’Isis in Siria nell’ambito della coalizione internazionale. Di fatto, una rimpatriata stile “Carramba, che sorpresa” ma che vedrebbe gli eserciti saudita e iraniano sullo stesso terreno, armati. Auguri.
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Ma dopo aver ribadito come evidenze fotografiche confermino come già oggi l’esercito di Ankara stia usando artiglieria pesante dagli avamposti di confine per bombardare villaggi siriani e utilizzi i checkpoint nella regione di Reyhanli-Sarmada per far passare nottetempo armi e miliziani in territorio siriano, Konashenkov ha dichiarato che “siamo perplessi dal fatto che i solitamente molto assertivi rappresentanti di Pentagono, Nato e dei gruppi che dicono di voler proteggere i diritti del popolo siriano, siano silenti rispetto alle nostre richieste di reagire a simili azioni”. Poi, l’ultimo attacco diretto ad Ankara, la quale l’altro giorno ha vietato agli ispettori russi di condurre un’ispezione aerea, già concordata per il periodo tra l’1 e il 5 febbraio, sui cieli turchi in ossequio all’Open Skies Treaty: “Se qualcuno ad Ankara pensa che cancellare un ricognizione aerea possa servire a tenere nascosto qualcosa, significa che abbiamo a che fare con dei dilettanti. Un passo simile compiuto da un membro della Nato mina la fiducia delle misure per la sicurezza che si stanno prendendo in Europa”.
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Ma la durezza e la risolutezza di Mosca nei confronti di Ankara e, quindi, per proprietà transitiva, verso la Nato, ha ragioni più grandi del mero contesto contingente siriano. Ha a che fare con qualcosa che il ministro della Difesa americano, Ash Carter, ha dichiarato martedì all’Economic Club of Washington. Dopo aver elencato le “cinque grandi sfide” che l’esercito Usa deve affrontare (Russia, Cina, Nord Corea, Iran e Isis, rigidamente in quest’ordine), Carter ha sottolineato come “l’ambiente attuale in ambito di sicurezza è drammaticamente differente da quello con cui l’America ha avuto a che fare negli ultimi 25 anni, quindi occorrono nuovi modi di pensare e nuovi modi di agire”.
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Nuove modalità che hanno un costo e parecchio salato: per l’esattezza, 582,7 miliardi di dollari, ovvero la cifra per il budget del Pentagono per l’anno fiscale 2017. Il quale contempla queste voci: 7,5 miliardi per la lotta all’Isis; 71,4 miliardi per sviluppi strategici; 8,1 miliardi per guerra sottomarina; 1,8 miliardi per le munizioni. Ma soprattutto, il Pentagono intende quadruplicare, passando dagli attuali 800 milioni a 3,4 miliardi, la spesa per investimenti nei Paesi Baltici in chiave deterrente a quella che Carter ha definito “l’aggressione russa”. Lo conferma il Washington Post, a detta del quale “in ossequio alla European Reassurance Initiative, il Pentagono intende aumentare la presenza di truppe statunitensi in Europa, espandere il posizionamento di veicoli da combattimento e altri equipaggiamenti, aiutare gli alleati a costruire infrastrutture militari e addestarre più truppe alleate”. Questa cartina
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ci mostra le attuali basi e infrastrutture Usa e Nato nei Paesi Baltici.

Ma se per evitare di aggravare troppo le tensioni con Mosca e di violare il Nato-Russia Founding Act del 1997, l’incaricato diplomatico Usa in Polonia, John C. Law, ha dichiarato alla radio polacca RMF 24 che non saranno costruite nuovi basi Usa in Polonia ma che verrà ampliata soltanto la pista di quella di Lask (dove le forze aeree statunitensi sono basate fin dal 2012), qualcuno avanza un’altra lettura agli annunci bellicosi di Carter. Se questa cartina,
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ci mostra il numero di popolazioni russofone nei principali Paesi baltici (ciò che gli Usa utilizzano strumentalmente per creare il fantasma di future, nuove Crimee), fa impressione notare la quasi contemporaneità dei proclami di Carter con l’ultima analisi elaborata da un think tank militare Usa, la RAND Corporation, alla base della quale sottende una realtà: in caso di guerra Nato-Russia, quest’ultima – con le attuali forze in campo – decimerebbe gli avversari in meno di tre giorni. Insomma, nel war game del Baltico “l’attuale assetto della Nato non potrebbe difendere con successo il territorio dei suoi membri più esposti”. E non si tratta di valutazioni astratte ma del risultato di alcune simulazioni di war games compiute dal centro studi tra il 2014 e il 2015 e che hanno portato a unico esito: le truppe russe potrebbero raggiungere le capitali di Lituania, Estonia e Lettonia in un lasso di tempo tra le 36 e le 60 ore. Per RAND Corporation, “una sconfitta così rapida, lascerebbe alla Nato una limitato numero di opzioni, tutte cattive”.
Putin Views Russian Arms On Display At Expo

Quali? La simulazione ne prevede tre: contrattacco, il quale però porterebbe a una reazione ancora più dura da parte di Mosca. Minaccia nucleare della Nato oppure accettare la sconfitta. Ma non basta, perché come vi ho detto subito dopo la Russia, è la Cina la più grande minaccia militare a detta del Pentagono. Forse perché nel novembre 2015 la stessa RAND Corporation aveva decretato al termine di uno studio strategico che gli Usa stavano rapidamente perdendo la propria superiorità aerea contro l’aviazione di Pechino. “I continui miglioramenti delle capacità dell’aeronautica cinese rendono sempre più difficile per quella statunitense raggiungere la superiorità in un lasso di tempo politicamente e operativamente efficace, specialmente in uno scenario vicino alla Cina continentale”. E questa mappa e questa foto
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ci mostrano quale potrebbe essere il fronte di scontro sempre più aperto tra Pechino e Washington: ovvero, la messa in discussione del ruolo Usa nel Pacifico, soprattutto nel Mare Cinese del Sud, dove infatti gli Stati Uniti stanno ingaggiando una battaglia – per ora solo diplomatica – contro la costruzione da parte della Cina di isole artificiali nell’arcipelago di Spratly.
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Si parte dalla Siria ma dietro c’è qualcosa di più grosso: war games globali. E se stando a dati del Council of Foreign Relations, certamente non una consorteria filo-russa, nel solo 2015 gli Usa hanno sganciato qualcosa come 23.144 bombe su Paesi musulmani, oltre 20mila solo su Siria e Iraq, il fatto che a Washington siano sempre più i falchi del Deep State a governare lo dimostra come gli stessi dati confermino che le vittime civili sarebbero state solo 6 su 25mila. Peccato che solo il bombardamento dell’ospedale di Kunduz in Afghanistan alla fine dello scorso ottobre abbia reclamato 42 vittime innocenti.
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In molti temono che le elite militari Usa stiano attendendo solo il “blowback” delle loro azioni nel mondo arabo e musulmano, in accordo con la teoria del consulente della Cia, Chalmers Johnson, espressa nel suo libero “Nemesis”. Ovvero, quando quello stesso mondo islamico reagisce agli attacchi militare degli Usa, come avvenne l’11 settembre, il pubblico Usa è incapace di porre gli eventi in contesto e tende quindi a supportare qualsiasi tipo di azione il governo decida contro i perpetuatori della vendetta.

E non lo dice il sottoscritto, tacciato di nostalgie sovietiche ma bensì il Washington Post nella sua inchiesta titolata “Top Secret America”, dalla quale si scoprono parecchie cose interessanti riguardo al Deep State e al suo ruolo nella gestione attuale del potere in America. Non solo 854mila consulenti e contractor privati lavorano su tematiche top-secret, un numero maggiore di quelli che operano direttamente per il governo ma queste persone “oggi danno la direzione politica e socale a Washington, visto che stanno incrementando il loro ruolo nella gestione della nazione. E lo stanno facendo in punta di piedi, operando al di fuori del Congressional Record or the Federal Register ed essendo raramente soggetti ad audizioni del Congresso”.
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Non vi basta? Sempre dal Washington Post scopriamo che 1271 organizzazioni governative e 1931 compagnie private stanno lavorando a programmi legati all’antiterrorismo, alla sicurezza interna e all’intelligence in circa 10mila luoghi sparsi negli Stati Uniti. A Washington e nei sobborghi, 33 complessi edilizi destinato a operazioni di intelligence sono in costruzione o sono stati costruiti a partire dal settembre 2001: messi insieme, occupano un area equivalente a tre volte il Pentagono, circa 17 milioni di piedi quadrati.
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Ma non basta, perché tra tanta sfrontata aggressività si annida anche lo spreco: ad esempio, 51 organizzazioni federali e comandi militari, operanti in città Usa, stanno lavorando allo stesso obiettivo, ovvero tracciare il flusso di finanziamenti alle reti terroristiche. Ma non solo, lo spionaggio interno ed estero produce ogni anno circa 50mila report di intelligence, un volume tale da rendere ignorati del tutto la maggior parte di loro. In un contesto simile, basta poco per eccedere in provocazioni e con ancora meno per andare fuori controllo. Tira brutta aria, tira aria di Guerra fredda 2.0.

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