L’oro nel 2016: “Il vento del potere economico sta cambiando”

Di Francesco Simoncelli , il - 8 commenti

Ricordo a tutti i lettori interessati che è in vendita la mia traduzione dell’ultimo libro di Gary North, L’economia cristiana in una lezione, acquistabile a questo indirizzo: http://bit.ly/1JUqFIt. Con questo manoscritto North, attraverso uno sforzo letterario pregevole, unisce ciò che è stato diviso per anni da un mondo accademico cieco e sordo alla centralità dell’individuo nell’analisi economica: etica ed economia. L’escamotage della chiave di lettura teologica è utilizzata per chiarire al lettore come una visione epistemologica chiara sia fondamentale per uscire dall’attuale pantano intellettuale in cui è finita la teoria economica moderna.
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di Alasdair Macleod

Nel 2015 sono emersi ulteriori segni di un crollo globale dell’attività economica.

Inoltre la forza del dollaro, insieme all’ampliamento degli spread del credito, confermano la tendenza globale verso una contrazione del debito. Questi sviluppi in genere precedono una crisi economica, la quale potrebbe manifestarsi nel 2016, in parte confermata dall’andamento deludente dei mercati azionari. In tal caso, ci si può aspettare che la domanda d’oro fisico cresca rapidamente man mano che la crisi finanziaria guadagnerà trazione.

Introduzione

L’oro si trova in un mercato orso sin dal settembre 2011. Le principali banche centrali nelle economie avanzate hanno implementato politiche che hanno segretamente soppresso il prezzo dell’oro, mentre hanno gonfiato apertamente i prezzi degli asset. Ciò ha condotto a valutazioni estreme in tutti i mercati degli asset, tra cui anche quello dell’oro, il quale al giorno d’oggi non è più considerato come moneta sonante. Possiamo essere certi che le distorsioni di prezzo di oggi verranno corrette dalle forze di mercato, probabilmente nei prossimi mesi. L’inizio di una crisi è già evidente dal crollo dei prezzi dell’energia e delle materie prime industriali, eventi che hanno causato gravi problemi alle nazioni e alle aziende internazionali con obblighi in dollari USA e che all’improvviso ne sono rimaste senza per soddisfarli. L’ammontare delle perdite legate al settore delle commodity non è ben chiaro, ma non possono essere ignorate ancora a lungo.

La rapida espansione dei bilanci delle banche centrali dopo la crisi Lehman, è la fase finale di un processo che può essere fatto risalire (come minimo) agli anni ’80. A quel tempo le banche londinesi, statunitensi ed europee presero il controllo dei mercati mobiliari. Da allora hanno spinto sempre più credito bancario verso l’espansione di questi mercati mobiliari, principalmente attraverso lo sviluppo di derivati over-the-counter (OTC), ma anche dominando i mercati obbligazionari e azionari.

L’espansione del credito bancario ha gonfiato le attività finanziarie, ha soppresso i prezzi delle materie prime sottostanti e ha stimolato la domanda internazionale di dollari USA. Il risultato è stato un ampliamento senza precedenti del debito globale, mentre la fiducia nella valuta di riserva mondiale rimaneva inalterata. Tuttavia vi sono indicazioni che questo periodo d’espansione è ora alla fine. Secondo i documenti statistici della Banca dei Regolamenti Internazionali, il valore lordo dei derivati detenuti dalle banche s’è contratto sin dal 2013. I valori nominali dei contratti totali OTC hanno raggiunto un picco alla fine del 2013 a $711,000 miliardi, e a giugno 2015 erano scesi a $553,000 miliardi.

Questo è un punto importante, perché si sta sgonfiando una bolla invisibile al cuore del sistema finanziario e le conseguenze sconosciute. Quando le bolle si sgonfiano, e qui stiamo parlando di una da centinaia di migliaia di miliardi, emergono i crediti inesigibili. Parte della riduzione dei derivati ​​OTC in circolazione è dovuta al consolidamento delle posizioni in seguito alla legge Dodd-Frank, ma la gran parte non lo è.

Quando il libero mercato si riafferma, e lo fa sempre, le correzioni sono consistenti. Ora siamo nelle prime fasi di questo processo.

Dollaro e Pericoli Europei

Come notato sopra, il valore crescente del dollaro rispetto alle commodity è un problema importante. Nel breve termine il dollaro è estremamente comprato rispetto alle posizioni short da record nei confronti delle commodity. Degno di nota è il prezzo in dollari del petrolio, con il West Texas Intermediate sceso da $105 a giugno 2013 ai $32 di oggi. Mentre gran parte della discesa può essere attribuita ad un calo della domanda a causa di un rallentamento dell’economia globale, un’altra parte è senza dubbio stata causata della forza del dollaro. I crediti inesigibili e potenziali tali sono un problema globale, e le banche degli Stati Uniti stanno cercando di controllare la loro esposizione al credito internazionale. Di conseguenza i mutuatari internazionali con debiti in dollari sono costretti a vendere le valute locali e acquistare biglietti verdi per coprire i loro obblighi in dollari. Il problema è stato ulteriormente aggravato dagli speculatori che fanno salire il dollaro nei confronti di questi acquirenti in difficoltà.

La sopravvalutazione del dollaro è supportata anche dalla convinzione che l’economia americana sia in buona salute. Con la disoccupazione ufficiale al 5%, la domanda di credito interno, sebbene irregolare, sta crescendo ad un ritmo moderato. Tuttavia la crescita del PIL nominale è interamente dovuta ad uno stimolo monetario non ancora compensato dall’inflazione dei prezzi, e non è il tipo di ripresa economica che s’intende generalmente. Ma per i rialzisti nei confronti del dollaro, la forza apparente dell’economia statunitense rappresenta l’ennesimo motivo per credere che il dollaro rimarrà forte, data la prospettiva di un continuo rialzo dei tassi d’interesse. Ci sono notevoli pericoli che aleggiano intorno a questa visione rialzista nei confronti del dollaro, non ultimo il grado in cui è già scontata ai prezzi correnti.

Un secondo problema globale è la situazione finanziaria ed economica della zona Euro. Il 2015 ha visto la posticipazione della crisi greca, ma secondo noi nel 2016 i protagonisti saranno Spagna e Portogallo, con il rispettivo debito pubblico in percentuale del PIL al 100% e al 130%. Le elezioni spagnole del dicembre scorso hanno visto la vincita di partiti anti-austerità come Podemas e PSOE, i quali hanno ottenuto 159 seggi rispetto ai 123 dei partiti dominanti. I negoziati sono ancora in corso, ma sembra che il prossimo governo sarà costituito da una coalizione anti-austerità. La Grecia era una bella gatta da pelare, ma la Spagna è molte volte più grande in termini d’impatto economico e debito pubblico. Inoltre anche in Portogallo, la cui economia è quasi identica a quella della Grecia, ci sono state le elezioni e il partito di governo ha perso la sua maggioranza assoluta, il che suggerisce che anche a Lisbona aumenteranno le pressioni anti-austerità. E i problemi in Grecia non sono stati affatto risolti.

Nel 2015 la Grecia è stato solo l’antipasto per la zona Euro. Nel frattempo €3,000 miliardi di titoli di stato in Europa sono tradati con rendimenti negativi, una situazione senza precedenti che illustra quanto siano diventate sopravvalutate le obbligazioni statali europee, soprattutto se si tiene conto della condizione precaria delle finanze di alcuni stati importanti. Anche le banche della zona Euro si trovano in una condizione finanziaria precaria, con un rapporto medio tra il capitale Tier 1 e gli asset tangibili al 5.1% (al 4.1% quando s’includono le voci fuori dallo stato patrimoniale). Inoltre le nuove regole del Comitato di Basilea sui credit default swap ha consentito alle banche di nascondere il loro rischio di credito reale. La combinazione di banche europee che giocano d’azzardo, una leva finanziaria media rispetto al loro bilancio (compresi gli obblighi fuori bilancio) di 24:1, ed i loro bilanci carichi di titoli di stato drasticamente sopravvalutati, ha tutta l’aria di una crisi alla disperata ricerca di un innesco.

Una crisi bancaria europea potrebbe degenerare molto rapidamente qualora iniziasse, e sarebbe qualcosa al di fuori del controllo di una BCE pericolosamente sotto-capitalizzata. All’inizio potrebbe spingere più in su il valore del dollaro negli scambi esteri, in particolare nei confronti dell’euro, e avviare un’ulteriore decurtazione dei prezzi delle commodity, poiché i mercati cercherebbero di scontare le implicazioni economiche di un problema sistemico nella zona Euro. Se accadesse un evento come questo, sarebbe impossibile da limitare ad una singola area geografica. Le principali banche centrali sarebbero costrette ad intraprendere un programma di salvataggio coordinato, coinvolgendo una grande espansione di tutti i loro bilanci, superiore all’espansione messa in atto durante la crisi Lehman.

Una volta palesate le incertezze iniziali, la prospettiva di un rischio sistemico crescente dovrebbe essere molto positiva per l’oro, il quale è l’unica protezione sicura contro questi eventi. Per determinare il potenziale del prezzo dell’oro, il suo valore attuale dovrebbe essere valutato osservando il lungo periodo d’inflazione dei dollari in relazione all’aumento dello stock d’oro e aggiustando di conseguenza il prezzo in dollari dell’oro.

FMQ e Oro

La fiat money quantity rappresenta la quantità totale di denaro fiat che è stata creata dal sistema bancario americano. Comprende la moneta fiat non in circolazione, essendo principalmente riserve bancarie parcheggiate nel bilancio della FED. Il grafico qui sotto mostra l’accumulo mensile di dollari FMQ sin dal 1959.

A seguito della crisi Lehman, l’oro prezzato in dollari è inizialmente sceso prima di recuperare e arrivare ai massimi storici nel settembre 2011. Con il senno di poi, si può supporre che l’effetto immediato della crisi Lehman sia stato quello d’innescare una fuga verso il dollaro, prima che diventasse evidente che le azioni della FED volte a stabilizzare il settore finanziario stavano avendo successo a scapito dell’inflazione monetaria. Questo fornisce anche una spiegazione sul motivo per cui, al fine di conservare la fiducia nel dollaro, il prezzo dell’oro è stato successivamente soppresso. A giudicare da tutti gli indizi a seguito della crisi di Cipro, la prova più evidente di una soppressione del prezzo dell’oro ce l’abbiamo nell’aprile 2013, e un attento studio sulle azioni di mercato e sui volumi rivela che ci sono state anche altre soppressioni di prezzo meno drastiche.

Data questa esperienza, sarebbe sbagliato escludere un tentativo di soppressione dei prezzi dell’oro da parte delle banche centrali occidentali in caso di crisi. Tuttavia sta diventando chiaro che possono sopprimerlo solo attraverso i mercati della carta, data la relativa scarsità dei lingotti fisici nei caveau delle banche centrali occidentali e la riluttanza delle banche centrali individuali di compromettere ulteriormente le loro riserve auree. Queste incertezze di breve termine non possono essere quantificate, ma possiamo farci un’idea guardando al valore reale attuale dell’oro espresso in dollari USA.

Il grafico mostra il prezzo dell’oro deflazionato sia dall’aumento della FMQ nel corso degli anni, sia dall’espansione delle riserve d’oro estratte sin da quando il prezzo è stato fissato a $35 nel 1934 dal presidente Roosevelt. Aggiustato in base a questi due fattori, l’oro a fine dicembre 2015 era valutato a $3.25 del 1934, meno del 10% rispetto al prezzo di quell’anno. Il 1971 è stata l’unica occasione in cui il prezzo aggiustato è risultato più basso, pochi mesi prima dello shock di Nixon e del crollo di Bretton Woods. Il prezzo aggiustato era pari a $3.13 a marzo di quell’anno.

Il grafico seguente mostra gli stessi aggiustamenti di prezzo, questa volta sin dall’agosto 2008, quando eruttò la crisi Lehman e il prezzo nominale dell’oro era di $918.

Il prezzo aggiustato, che riflette l’espansione sia della FMQ sia delle riserve d’oro estratte, è attualmente pari a $402, un calo del 56% in termini reali sin dalla crisi Lehman.

Possiamo pertanto concludere quanto segue:

• Il prezzo dell’oro è più conveniente di quanto non sia mai stato rispetto alla moneta di riserva mondiale, con la sola eccezione del momento in cui era così underpriced che il governo degli Stati Uniti fu costretto a scartare il suo peg a $35 e abbandonare l’accordo di Bretton Woods.

• Rispetto al momento della crisi Lehman, l’oro è oggi significativamente più economico; situazione del tutto in contrasto con il rischio sistemico che corrono le valute fiat a causa di banche sotto-capitalizzate e impreparate alla prospettiva di mercati normalizzati.

Molti analisti finanziari contemporanei sostengono che l’oro non è rilevante quando si affrontano questi problemi, perché non è più denaro. Questa linea di ragionamento ignora il fatto che la gente comune in occidente non ha questa percezione e sta accumulando monete d’oro e piccoli lingotti a ritmi crescenti. E fatto ancora più importante, il potere economico si sta spostando da paesi dove questa visione keynesiana è prevalente a paesi in cui non lo è.

Cina, India e il Resto dell’Asia

Cina e India, insieme a tutti gli altri paesi dell’Asia continentale, hanno accumulato oro proveniente dai caveau occidentali molto più a lungo di quanto si possa rendere conto la maggior parte delle persone nei mercati finanziari occidentali. La Cina, attraverso norme adottate nel 1983, ha inizialmente delegato alla PBOC la gestione della politica dell’oro, una mossa che ha fatto seguito alle riforme post-Mao del 1979-1982. L’intenzione alla base di queste norme era quella di permettere allo stato d’acquisire notevoli quantità d’oro, svilupparne l’estrazione mineraria e controllarne tutte le attività di trasformazione e raffinazione. All’epoca l’occidente stava facendo del suo meglio per reprimere i prezzi dell’oro e rafforzare quindi la credibilità delle valute di carta, di conseguenza inondò i mercati con grandi quantità di lingotti attraverso il leasing e la vendita definitiva. Questo è il motivo per cui la tempistica è importante: con la sua popolazione alle prese con una rapida riforma economica, la Cina colse questa occasione per diversificare il suo crescente surplus di valuta estera; la stessa strategia seguita dalle nazioni arabe tra il 1973 e il 1990 a cavallo del boom del prezzo del petrolio.

Quando la Cina nel 2002 ha istituito lo Shanghai Gold Exchange e ha incoraggiato il settore privato ad accumulare oro, lo stato cinese aveva evidentemente acquisito abbastanza lingotti per i propri scopi strategici. Non sappiamo quanti ne abbia effettivamente accumulato, o addirittura fino a che punto l’oro estratto sia stato definito proprietà statale sin da allora, ma è probabile che la quantità sia molto consistente. Sappiamo che dal 2002 fino ad oggi le consegne lorde nelle mani pubbliche, soddisfatte principalmente da importazioni provenienti dai caveau occidentali, hanno superato le 11,000 tonnellate. È quindi possibile che ora la Cina e i suoi cittadini abbiano più oro di tutte le altre banche centrali messe insieme, visto che queste ultime hanno in parte dato in leasing l’oro ufficiale e in parte l’hanno venduto segretamente per sopprimerne il prezzo.

Di conseguenza le relazioni mensili cinesi riguardanti le proprie riserve d’oro, sono inutili. Anche la Russia sta accumulando riserve ufficiali e lo stato indiano sta cercando d’acquistare segretamente oro dai suoi cittadini, essendo il mercato carente d’offerta. La maggior parte dell’Asia è, o sarà, legata insieme attraverso lo Shanghai Cooperation Organization, un partenariato economico dominato da Cina e Russia, il quale comprende più della metà della popolazione mondiale e che accetta l’oro fisico come denaro. Inoltre nel 2015 è anche emerso che la moneta dominante in questo blocco sarà senza dubbio lo yuan, la valuta del paese che ha ormai conquistato il mercato dell’oro fisico del mondo.

Il futuro del denaro è in rapido sviluppo, come risulterà sempre più evidente nel 2016. L’era della supremazia del dollaro sta volgendo al termine, situazione senza dubbio accelerata dalle politiche monetarie distruttive della FED. La minaccia alla supremazia del dollaro rappresenta anche una minaccia per le altre valute cartacee: l’euro, lo yen e la sterlina. Che queste perdano il loro status di moneta prima o dopo il dollaro, è solo una questione di tempistica. La Cina deve aver previsto questo possibile esito, altrimenti non avrebbe intrapreso una politica d’accumulo di oro già nel 1983, non avrebbe investito notevoli risorse in miniere d’oro e nella raffinazione, non avrebbe incoraggiato attivamente i suoi cittadini a comprare oro, ed oggi non promuoverebbe l’uso della sua valuta per il commercio globale e per il prezzaggio dell’oro.

Gli osservatori nei mercati occidentali sembrano non essere a conoscenza di quanto sia sviluppata la politica cinese nel campo delle valute. Invece si aspettano una vera e propria crisi del credito, il risultato dell’espansione monetaria di questi ultimi anni compromessa da un’economia in rapido rallentamento. Inoltre sostengono che il costo del lavoro cinese sia aumentato e che ciò richieda un tasso di cambio dello yuan molto più basso affinché possa tornare ad essere competitivo. Basandosi su un’analisi macroeconomica occidentale, concludono che la Cina necessiterà di un sostanziale svalutazione monetaria affinché riesca a contenere questi problemi.

Sebbene sia un errore quello di sorvolare le notevoli difficoltà economiche, quest’analisi è errata e lo è per due ragioni. In primo luogo, lo stato possiede le banche, quindi una crisi del credito si ferma ai debitori. In secondo luogo, la Cina sta mettendo in campo un ri-orientamento delle risorse economiche: vuole smettere d’essere un produttore per il resto del mondo e servire la sua classe media in crescita e lo sviluppo delle infrastrutture trans-asiatiche. Il tasso di disoccupazione della Cina è stimato a circa il 5%, quindi i lavoratori impiegati nelle linee di produzione attuali dovranno essere riposizionati se la strategia economica dello stato vorrà essere quella di progredire. Una svalutazione monetaria sostanziale sarebbe quindi controproducente, sebbene la banca centrale sposti di tanto in tanto l’ancoraggio dello yuan rispetto al dollaro.

Lo scopo dietro all’enorme accumulo d’oro, può essere solo quello di rendere lo yuan una riserva di valore affidabile. La Cina avrà bisogno di un prezzo dell’oro in yuan più alto, probabilmente in concomitanza con determinati eventi esterni (che sta pazientemente attendendo). È per questo che, dopo aver sviluppato lo Shanghai Gold Exchange nel mercato dell’oro fisico più importante del mondo, la Cina prevede di prezzare l’oro in yuan: l’obiettivo è quello d’ancorare lo yuan all’oro in modo da sostituire l’ancoraggio dello yuan al dollaro.

Sicuramente il 2016 si concluderà con la convinzione che il dollaro non è più il re, e che nel futuro del denaro ci sono l’Asia, lo yuan e l’oro.

Conclusione

Nel breve termine l’oro di carta è estremamente ipervenduto, cosa che riflette il sentimento dell’establishment occidentale nei paper market. I mercati futures e i mercati a termine sono su posizioni short nei confronti dell’oro di carta. Che questo lasci aperta la possibilità di ulteriori diminuzioni del prezzo in dollari dell’oro nei prossimi mesi, non è il punto cruciale. Più importante è il quadro più a lungo termine: l’oro non è stato così sottostimato sin dagli eventi che portarono al collasso degli accordi di Bretton Woods. Se gli eventi in corso porteranno ad una crisi sistemica nei mercati dei capitali occidentali, cosa che appare sempre più probabile data la crisi globale dell’attività economica, un’ulteriore espansione dei bilanci delle banche centrali sembra proprio certa. Se questo accadrà, è improbabile che il potere d’acquisto del dollaro e delle altre valute principali rimarrà ai livelli attuali. E se il dollaro perde potere d’acquisto, l’inflazione dei prezzi salirà, accompagnata da un incremento dei tassi d’interesse nominali e da una liquidazione del debito nei mercati dei capitali occidentali.

La Cina e i suoi partner nello SCO hanno adottato misure cautelative per proteggersi da questo risultato e hanno conquistato il mercato dell’oro. Una persona saggia dovrebbe prenderne atto e pensare seriamente alle implicazioni.

Godetevi il 2016.

[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/

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