Si scrive Isis ma si legge business della paura permanente. E sono i numeri a confermarlo

Di Mauro Bottarelli , il - 16 commenti

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Formalmente manca un giorno all’entrata in vigore della tregua in Siria nata dall’accordo tra Stati Uniti e Russia. Quindi Washington, quasi a voler festeggiare in maniera benaugurante, ieri ha voluto tendere una mano a Mosca. Come ci mostra questo grafico,
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infatti, la Russia sta per vendere 3 miliardi di dollari di debito, un’emissione importante per far respirare le casse statali ed ecco che il Dipartimento di Stato Usa spende una buona parola con le banche: “E’ essenziale che le aziende private americane, europee e di tutto il mondo comprendano che la Russia rimane un mercato ad alto rischio fino a quando continuerà con le sue azioni per destabilizzare l’Ucraina. Ci saranno rischi alla reputazione per chi torna al business as usual con la Russia”. Da Mosca è arrivata la risposta della portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, la quale si è limitata a dire che “gli Usa stanno provando a intimidire le banche sui nostri bond”. Più che tentare di intimidire, diciamo che le hanno proprio minacciate. E’ importante avere buoni rapporti tra alleati che combattono dalla stessa parte in Siria, d’altronde.
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O forse no. Da quando mi occupo di politica, sia per interesse che per lavoro, ho sempre avuto alcune certezze, una delle quali è che i Kennedy siano degli intoccabili. Sarà per il mito tragico di JFK, sarà per il loro carisma ma quando parla uno del clan di Martha’s Vineyard, gli Usa e il mondo ascoltano attenti e quasi ammirati. Ma si sa, in ogni famiglia c’è la pecora nera e deve essere il caso di Robert F. Kennedy Jr, nipote proprio di JFK, giornalista radiofonico, avvocato e animatore di battaglie per i diritti civili e l’ambiente. Insomma, un rompicoglioni. Sarà per questo che le seguenti parole da lui scritte in un articolo per Politico non hanno avuto eco: “I pianificatori militari di Washington decisero di rimuovere Bashar al-Assad dal potere utilizzando combattenti jihadisti spacciandoli per ribelli, perché il presidente siriano di rifiutò di dare l’ok alla pipeline per il gas che passava attraverso Arabia Saudita, Giordania, Siria e Turchia”. Oddio, non ha scoperto chissà che ma non è nemmeno un signor Johnson qualsiasi a dire queste cose: silenzio.
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Per Kennedy, “subito dopo il no di Assad del 2009, la Cia cominciò a finanziaria i gruppi di opposizione in Siria”. In effetti, un progetto da 10 miliardi di dollari rimasto in salamoia per nove anni e poi stroncato, fa un po’ arrabbiare. Quindi, si cominci la destabilizzazione. “I pianificatori dell’intelligence Usa sapevano che i proxies nell’area erano jihadisti radicali, i quali avrebbero potuto dar vita loro stessi a un califfato nelle aree sunnite di Siria e Iraq. Non è un caso che le regioni occupate dall’Isis in Siria coincidano perfettamente con il percorso proposto per la pipeline dal Qatar”. La quale, se posta in essere, avrebbe garantito lucrosi guadagni alla Turchia, rafforzato il Qatar e garantito una posizione dominante dell’Arabia Saudita rispetto all’Iran, utilizzando proprio il leverage politico assicurato dal greggio.

Eh già, Qatar e Arabia Saudita. Chissà dove ho sentito questi nomi associati a quello degli Usa? Ah si, nell’ultimo report dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), pubblicato la scorsa settimana, il quale dimostra come le importazioni di armi da parte dei due Paesi del Golfo siano aumentate del 275% negli ultimi quattro anni, come ci mostra l’infografica.
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E sapete chi è il venditore preferito di quelle armi? Bravi, gli Stati Uniti, i principali esportatori di armamenti al mondo e per i quali, tra il 2011 e il 2015, Qatar e Arabia hanno rappresentato i mercati migliori a livello di vendite. Non solo, stando al report, la corsa alle armi e la domanda mediorientale hanno garantito un aumento del 14% a livello globale nel trasferimento di armamenti, anche se non tutto il mondo è uguale, visto che nel lasso di tempo preso in esame l’import dei Paesi europei è calato del 41%. In compenso, il Medio Oriente ha visto le importazioni salire del 61%, l’aumento regionale maggiore in assoluto. Casualmente, in contemporanea con la nascita sottotraccia e l’espansione dell’Isis: fortuite combinazioni che garantiscono affari d’oro al complesso industriale-militare Usa. I numeri parlano chiaro: Arabia Saudita +275% e Qatar +279%.
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E nonostante la Cina abbia visto accresciuto il suo profilo di venditore di armi, essendo l’export del settore aumentato dell’88%, l’egemonia statunitense nel campo resta assoluta: il 9,7% degli accordi commerciali per armamenti, Washington li ha stretti con Ryad, mentre il 9,1% con gli Emirati Arabi Uniti. D’altronde, l’Arabia ha un sacco di lavoro da fare: bombardare civili in Yemen e, in contemporanea, fornire missili terra-aria ai ribelli siriani, il tutto mentre le sue truppe si preparano per unirsi alla coalizioni anti-Isis guidata proprio dai suoi fornitori di armi. Stando al report del SIPRI, “nonostante siano state avanzate preoccupazioni all’interno dei Paesi esportatori di armi rispetto agli attacchi aerei di Ryad in Yemen, l’Arabia Saudita continuerà a ricevere un grande numero di armamenti da quegli stessi Stati nei prossimi cinque anni”, tanto che il Regno deve ancora ricevere 150 nuovi aerei da combattimenti recentemente ordinati agli Usa e 14 da un altro Regno, quello Unito.
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Tanto per dare qualche numero, quell’istituzione utile come la lebbra che risponde al nome di Onu, il mese scorso ha dimostrato come dal marzo dello scorso anno siano già 2800 i civili morti in Yemen su 6mila vittime in totale, in gran parte a causa di attacchi sauditi ma anche per i bombardamenti dei ribelli Houthi. E sempre le Nazioni Unite, le quali giova ricordare che hanno concesso all’Arabia Saudita la presidenza del Comitato per i diritti umani (un po’ come invitare Rocco Siffredi al Family Day per parlare del valore della verginità), hanno confermato che advisers militari statunitensi e britannici sono presenti nella control room che coordina la campagna saudita.
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C’è poco da fare, la guerra fa fare soldi: ne sa qualcosa la britannica BAE Systems, la quale proprio grazie alle commesse saudite ha visto i suoi profitti netti salire a quasi 1,4 miliardi di dollari, mentre questo grafico
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ci mostra plasticamente come la Gran Bretagna stia diventando sempre più dipendente dagli acquisti bellici dei tagliatori di teste di Ryad. E visto che proprio ieri il Parlamento Europeo ha chiesto una moratoria sulle vendite di armi all’Arabia Saudita per tutti i Paesi membri, alla luce dei massacri in Yemen, penso che l’ipotesi di Brexit abbia trovato un nuovo, pesante argomento dopo l’endorsement del sindaco di Londra, Boris Johnson. E che dire del gigante a livello mondiale, l’americana Lockheed Martin? Niente, parla da solo questo grafico:
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le revenues da vendite nel 2015 sono state di 46,1 miliardi di dollari, 500 milioni in più del dato del 2014. Ovviamente, il titolo azionario ha festeggiato. E’ un meccanismo perfetto quello del warfare come moltiplicatore di Pil e profitti. Ce ne offre un esempio quanto vi ho anticipato prima, ovvero il fatto che l’Arabia Saudita si appresti a fornire missili terra-aria ai ribelli siriani, affinché possano reagire ai raid aerei russi. La conferma è arrivata a inizio settimana dal ministro degli Esteri saudita, Adel al-Jubeir, intervistato dal settimanale tedesco Der Spiegel. Ecco la sua risposta: “Sì, lo faremo. Pensiamo che introdurre missili terra-aria in Siria potrà cambiare il bilanciamento di potere al suolo. Permetterà all’opposizione moderata di neutralizzare elicotteri e velivoli che stanno gettando agenti chimici e bombardando a tappeto. La logica è quella dell’Afghanistan, dove i razzi cambiarono la scena. Dobbiamo studiare però la cosa per bene, perché non vogliamo che quelle armi finiscano in mani sbagliate”.
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Ora, al netto dell’abbattimento del muro del ridicolo in cui si sostanziano queste parole, lo schema sottostante è chiaro e netto. L’Arabia, di fatto per nulla ostile all’Isis e grande finanziatrice di gruppi ad esso affini che lottano contro Assad, cede missili comprati dagli Usa a guerriglieri che li useranno contro Assad ma anche contro chi si schiera a suo favore, quindi i russi. Paradossalmente, però, l’Arabia vuole far parte anche della coalizione anti-Isis guidata dagli Usa, la quale ha il medesimo obiettivo formale dei russi, fatta salva la volontà di destituire Assad. Le armi girano nelle mani di amici e nemici, vengono usate e vengono distrutte: quindi, ne serviranno altre. Anche perché magari, come ha detto Adel al-Jubeir, possono finire in mani sbagliate e occorre acquistarne ancora per farle finire in quelle giuste.
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E’ una tragica, mortale e criminale pantomima. Ma consente all’economia di non morire del tutto, schiacciata dalla follia delle Banche centrali e del mal-investment. La guerra permanente al terrore non è una necessità di sicurezza ma di sopravvivenza del nostro modo di vivere: e il fatto che, grazie a sempre nuovi allarmi e nuove minacce (spesso e volentieri eterodirette ed eterogenerate), questa non abbia un arco temporale, rende la prospettiva incredibilmente allettante. La gente, i civili, nel frattempo muore. Danni collaterali necessari a mantenere in vita l’illusione della prosperità e la sacra legge del profitto. Una lezione che anche l’Isis ha capito molto bene, tanto che, avendo perso introiti dal traffico di petrolio, in Iraq ha deciso di seguire le orme dei giganti di Wall Street e mettersi a manipolare i tassi di cambio delle valute. Già, perché il califfato guadagna in dollari dalla vendita di materie prodotte nelle fabbriche di cui ha il controllo ma paga i salari in dinari a combattenti e impiegati pubblici. Insomma, il tasso di cambio lo impone Bakr al-Baghdadi.
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E sono molto attenti, visto che lo scorso mese hanno ottenuto profitti del 20% dall’imposizione di un nuovo tasso, dovuto al rafforzamento del dollaro. Me li vedo attaccati a Bloomberg tra una decapitazione e l’altra. Al tasso ufficiale del governo di Baghdad, 100 dollari equivalgono a 118mila dinari, mentre a Mosul lo stesso ammontare costa 127.500 dinari se comprato con banconote da 25mila dinari, quelle con maggiore denominazione ma il tasso sale a 155mila dinari se si paga con banconote da 250 dinari, quelle con minor denominazione in corso.
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E’ solo denaro, per tutti. E lo step successivo di questo business miliardario è già pronto: la privatizzazione della guerra al terrore attraverso contractors, nei teatri di guerra ma anche – e, sempre più, soprattutto – nei Paesi potenzialmente vittime di attentati. L’uragano Katrina che nel 2005 devastò New Orleans e il conseguente dispiegamento in città dei vigilantes della Blackwater hanno aperto gli occhi ai signori della guerra. L’Isis fornirà l’alibi necessario per sfruttare quel tesoro chiamato paura.

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