Sulla Siria ormai è guerra di propaganda ma gli occhi sono già puntati su Asia Centrale e Caucaso

Di Mauro Bottarelli , il - 23 commenti

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Come era ovvio, dopo i bombardamenti e gli sconfinamenti, in Siria è partita la guerra di propaganda in grande stile. Casus belli è stato ieri il bombardamento di 5 ospedali, di cui uno sostenuto da “Medici senza frontiere” nella città di Maarat al Nuaman, nella provincia siriana di Idlib, 2 scuole e un campo profughi. Essendo la zona oggetto di intensi bombardamenti da parte dei russi, la Turchia ha immediatamente accusato Mosca, le forze siriane leali al governo di Assad e i curdi di perpetrare crimini contro l’umanità. I morti sarebbero in totale una cinquantina, tra cui alcuni bambini e un neonato. Mosca ha subito bollato le accuse come “propaganda” ma, al netto della verità che in guerra significa sempre morte, è palese l’escalation mediatica e propagandistica in atto.
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Ora al netto che non si capisca cosa abbiano da guadagnare russi, siriani lealisti e curdi da una strage di innocenti (otto obiettivi sbagliati in una sola volta, dopo settimane senza un errore? Sono diventati miopi? Radar rotti?), mentre appare molto più interessato qualcun’altro che ha come unico scopo scaricare la colpa su chi sta combattendo l’Isis e tutte le forze ribelli anti-Assad (tanto più che Mosca ha già detto che continuerà i raid, anche in caso di instaurazione del cessate il fuoco e che, casualmente, da sabato scorso la Turchia sta bombardando le postazioni curde proprio in quella stessa zona), tocca prendere atto non solo della guerra di propaganda in atto ma anche del fatto che essa abbia già predisposto una nuova agenda, lontana centinaia di miglia dallo scenario siriano. E’ la guerra fredda 2.0, certificata ieri dal Pentagono che ha comunicato l’invio di caccia F-15 e relativo personale di supporto in Finlandia nel quadro di esercitazioni che si terranno il prossimo mese di maggio. Proprio ai confini con la Russia e in un Paese non appartenente alla Nato. Provocazione?
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Ma a certificare il clima ostile ci ha pensato l’altro giorno il quotidiano tedesco Deutsche Wirtschafts Nachrichten, il quale ha duramente attaccato il mezzo milione di euro peso per la sicurezza della Munich Security Conference, 150mila più dell’edizione dello scorso anno ma soprattutto il fatto che il meeting si sia tramutato in un consesso di propaganda delle tesi neo-con Usa, il cui principale obiettivo è dipingere la Russia come il nemico numero uno. “Il fatto che i contribuenti tedeschi siano costretti a finanziare un festival anti-russo è oltraggioso. E’ perfettamente legittimo per ognuno promuovere le proprie posizioni ma i politici statunitensi dovrebbero farlo utilizzando i soldi dei loro contribuenti”. A quanto pare al Deutsche Wirtschafts Nachrichten sono poco informati.
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Già, perché lo scorso anni il Broadcasting Board of Governors (BBG), l’agenzia federale Usa responsabile tra l’altro di Voice of America e Radio LIberty/Radio Free Europe, ha richiesto un sostanziale aumento del proprio budget, più 30 milioni per arrivare alla cifra di 751,5 milioni di dollari. Bene, Barack Obama non ha ritenuto sufficiente questo aumento e nel budget per l’anno fiscale 2017 appena proposto ha paventato un aumento di altri 27 milioni di dollari, arrivando a circa 778 di totale. Al netto delle accuse Usa verso le emittenti russe RT e Sputnik di propaganda anti-occidentale, il budget statunitense per la propria copertura mediatica all’estero è quasi il doppio di quello di Mosca, tanto che MIA Rossiya Segodnya opera con un budget di 75 milioni di dollari in totale, 10 volte meno della BBG. Ma non basta, visto che lo scorso marzo Victoria Nuland, vice-segretario Usa per gli Affari europei, ha dichiarato al Congresso che “la BBG ha stanziato 23,2 milioni di dollari per programmi in lingua russa, questo perché la propaganda pervasiva del Cremlino sta avvelenando le menti in Russia, nella periferia della Russia e in Europa”.
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Ma sempre parlando del budget per l’anno fiscale 2017, c’è di più da dire in questa chiave. Giovedì scorso il Dipartimento di Stato e USAID hanno tenuto un meeting congiunto, avanzando la richiesta di 50,1 miliardi di spesa, inclusi 953 milioni per un “supporto critico per l’Ucraina e le nazioni confinanti in Europa, Eurasia e Asia Centrale per contrastare l’aggressione russa attraverso assistenza estera e diplomazia pubblica”. Tradotto, propaganda anti-Mosca e nuove rivoluzioni colorate. Dove? Il documento parla specificatamente di Ucraina, Georgia, Moldavia e Asia Centrale. Inoltre, queste spese saranno separate rispetto ai 3,4 miliardi (dai precedenti 789 milioni) stanziati per la cosiddetta “European Reassurance Initiative”, ovvero gli investimenti militari Usa per aumentare la presenza in Europa e “contrastare la crescente minaccia che la Russia pone nel lungo termine agli interessi di sicurezza degli Usa in Europa e nel mondo”.
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Tra le voci poco ortodosse, spunta lo stanziamento di 117 milioni per supportare la democrazia in Ucraina (quella dei neonazisti, immagino) e 51 milioni per la Moldavia e la Georgia. Tutti Paesi che hanno già vissuto rivoluzioni a colori ma che forse necessitano di un bel rafforzamento. C’è poi la concezione stessa di minaccia russa all’Asia Centrale a lasciare basiti, visto che sia Kazakistan che Kirghizistan sono da tempo nella sfera di influenza di Mosca, hanno un’area doganale comune all’interno dell’Eurasian Economic Union e, insieme anche al Tagikistan, fanno parte anche del sistema di sicurezza integrato della Collective Security Treaty Organization. Infine, Mosca ha già siglato una serie di accordi di collaborazione bilaterale con l’Uzbekistan.
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Perché, quindi? A voler pensare male si fa peccato, certo ma per quanto riguarda il Kazakistan a me viene un dubbio. A parte il fatto che il prossimo anno Astana sarà sede dell’Expo sull’energia, questo grafico
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ci dimostra come il Paese sia diventato nel tempo un big della produzione mineraria di uranio e che sia oggi il primo fornitore di questo materiale verso gli Usa, stando a recenti dati della U.S. Energy Information Administration riguardo le forniture nucleari agli Stati Uniti. Insomma, i reattori di Zio Sam si nutrono grazie all’uranio kazako, tanto che gli acquisti statunitensi sono saliti del 50% durante il 2014, un totale di 12 milioni di libbre, il livello più alto di sempre. Inoltre, il livello di offerta del Paese è tale da aver schiantato la concorrenza di fornitori storici degli Usa come l’Australia (10,5 milioni di libbre) e il Canada (9,8 milioni di libbre), tanto che l’uranio kazako ha rappresentato il 23% di tutto il minerale richiesto dagli Stati Uniti per le loro necessità nucleari. E il perché è presto detto, anzi ce lo dice questo altro grafico:
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il prezzo, visto che nel 2014 il prezzo medio per libbra dell’uranio kazako è stato di 44,47 dollari, 3,50 dollari o il 7,5% in meno di quello australiano e in grado di battere tutti i principali competitor di mercato. Insomma, l’Australia rischia di perdere ulteriori quote di mercato, visto che il Canada nel 2014 ha visto aumentare il suo export verso gli Usa del 25% e che l’industria interna statunitense è la grande sconfitta della partita, avendo registrato un prezzo medio per libbra di 48,11 dollari, ragione che ha portato a un crollo degli acquisti del 65% lo scorso anno. Insomma, finché c’è uranio, c’è speranza.

Ma tranquilli, è solo mia dietrologia. Non c’entrano niente le oltre 200 ONG sorte come funghi prima del colpo di Stato in Ucraina nel 2014 grazie ai dollari provenienti di Washington o al fatto che, dopo le dimissione e l’esilio di Mikheil Saakashvili dalla Georgia, la posizione statunitense nel Paese si sia indebolita proprio per la percezione negativa del popolo verso le cosiddette rivoluzione colorate e di conseguenza gli Usa abbiano messo a libro paga le elites del Paese, promettendo loro rivoluzioni cicliche che garantiscano turnazione del potere.
Armenia
Sarà sempre un caso che meno di un anno fa il presidente del Tagikistan, Emomali Rahmon, abbia deciso di restringere il campo di attività delle ong estere o interne con finanziamenti stranieri, dopo che l’irrigidimento dei rapporti tra Nord e Sud del Paese aveva spalancato la porta a operazioni di destabilizzazione e a un possibile deja vu della guerra civile combattuta tra il 1992 e i 1997. Senza contare che in un tutta l’Asia Centrale è presente un forte fattore di radicalismo islamico, tanto che molti analisti vedono proprio questi territori come le prossime vittime della volenza jihadista globale e del suo potenziale di destabilizzazione politica e militare.

Il terrorismo islamico in Russia e nel Caucaso non è una nuova minaccia: basti pensare alla Strage di Beslan nel 2004 ma lo è la penetrazione dell’Isis nel Caucaso settentrionale, raggiungendo un’alleanza con i salafiti nella regione e portando a compimento, per la prima volta, un attacco dello Stato Islamico nel Caucaso contro forze militari russe. Ciò che era iniziato nel 1990 come una lotta per l’indipendenza nazionale cecena si è, con gli anni, trasformato in un’insurrezione islamica diffusa in tutta la regione, culminata nel 2007 con la nascita dell’Emirato del Caucaso, che comprende vari gruppi jihadisti locali e che dopo la morte di tre comandanti, ora è alla ricerca di un nuovo leader.
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Questo Emirato racchiude vari gruppi jihadisti locali, che fino alla primavera del 2015 erano tutti molto vicini ad Al-Qaeda, salvo poi giurare fedeltà allo Stato Islamico. Funzionari di Mosca stimano che circa 2200 russi, in gran parte provenienti dal Caucaso del Nord, siano andati a combattere per il Califfato in Iraq e Siria e che oggi stiano tornando proprio per combattere nel Caucaso in nome di Daesh. Inoltre, c’è il fronte del Caucaso del Sud, visto che la scorsa estate l’Armenia ha vissuto una prova generale di rivoluzione colorata senza slogan politici, società civile al 100% in base a una nuova strategia definita “Electro-Maidan”: non è un mistero la volontà Usa di spezzare il legame tra questo Paese e Mosca attraverso un regime change mascherato da transizione democratica.
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Non è un caso che ieri il presidente ceceno, Ramzan Kadyrov, abbia dichiarato che “gli obiettivi e i compiti della cosiddetta coalizione capitanata dagli Usa sono ben noti ed evidenti: cercare non di sconfiggere lo Stato Islamico (lui lo chiama Stato Satanico) ma, anzi, proteggerlo dalla disfatta e impedire il ritorno della pace e della stabilità nella regione”, condannando poi le dichiarazioni turco-saudite riguardo la disponibilità a lanciare attacchi aerei o interventi di terra su suolo siriano. Gli occhi del mondo sono sulla Siria ma i pensieri e le attenzioni di governi e intelligence sono già altrove. Ma della guerra di propaganda in atto a livello globale torneremo a parlare nei prossimi giorni, trattando un argomento che nessuno penserebbe potersi inserire in un contesto simile: il cinema.

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