Tornano a volare gli unicorni dell’economia Usa. Ma questa volta potrebbe esserci poco da ridere

Di Mauro Bottarelli , il - 8 commenti

Unicorn_US
Datevi pure un pizzicotto se non vi fidate ma vi giuro che siete svegli e vigili: sto per dare una buona notizia sull’economia Usa. Dopo un anno di Pil tutt’altro che spumeggiante, infatti, la Fed di Atlanta ha aggiornato il suo GDPNow, il tracciatore in tempo reale della crescita per il primo trimestre di quest’anno e, come ci mostra questo grafico,
GDP_february
è passato da +2,5% all’attuale +2,7%. Che bomba! Il dilemma però è il seguente: cosa è successo per giustificare un balzo simile rispetto all’anemico quarto trimestre dello scorso anno? I dati macro – dalle vendite al dettaglio alla ratio delle scorte fino agli indicatori di manifattura e servizi – sono ancora tutti in territorio pre-recessivo, eppure ci si avvia verso la rincorsa al 3% di Pil. Non è che la Fed ha alzato il telefono e ha detto ai suoi esponenti di Atlanta di darsi una regolata con le loro valutazioni, tutte estremamente puntuali fino allo scorso anno? Questo grafico
Atlanta_tap
ci fa venire un dubbio, visto che dalla nota del 15 gennaio scorso, quando il Pil per il trimestre in atto era a un asfittico +0,6%, l’America sembra diventata la Cina. In effetti, anche in Oriente la manipolazione dei dati è sport nazionale. Sarà ma il decoupling tra GDPNow e il dato US Macro pare sospetto.

Ma come in un romanzo di Agatha Christie, i sospetti aumentano a ogni pagina letta. Ad esempio il dato delle vendite al dettaglio di gennaio, uno stellare +3,4% dopo trimestri e mesi di contrazione o poco più. I soldi hanno infiammato i portafogli degli americani? Bonus di inizio anno? Spesa patriottica per far arrabbiare Putin? No, semplici aggiustamenti stagionali, come ci mostrano questi grafici,
January_sales1
January_sales2
dai quali desumiamo che con l’aggiustamento il dato è quello ufficiale del 3,4% ma senza torna ad essere un più credibile 1,4%, ovvero il peggior dato dallo scorso agosto. Per mettere le cose in prospettive, il dato “manipolato” porta con sé un aumento delle vendite per 800 milioni di dollari a quota 444,9 miliardi di dollari, mentre quello “puro” porta con sé un calo di 112,7 miliardi. Questo altro grafico,
January_sales3
poi, ci fa vedere come la disconnessione questo gennaio sia molto più marcata di quella registrata nello stesso mese dei 5 anni precedenti: insomma, il rimbalzone che ha fatto gridare al miracolo altro non è che un trucco contabile o poco più.

Anche perché questo altro grafico
Sales_inventory
sembra mettere un pochino in discussione l’intera narrativa del miracolo di inizio anno, visto che le scorte sono salite dell’1,7% su base annua e le vendite sono calate del 2,4%, nonostante il più 5,4% taroccato di quelle al dettaglio ma zavorrate dal -5,1% della manifattura. La ratio scorte/vendite oggi è a 1.39x, un livello dichiaratamente mai raggiunto negli Usa al di fuori di una recessione. D’altronde, non è il sottoscritto a dirlo ma i manager interpellati da Bank of America per il suo sondaggio mensile sui “tail risk” più probabili e che, come ci mostra la tabella,
US_tail
nel mese di febbraio vede ai primi quattro posti eventi che in gennaio non erano nemmeno contemplati, il primo dei quali è proprio la possibilità di una nuova recessione per gli Usa, più temuta di qualsiasi sviluppo geopolitico. Ce lo conferma anche questo grafico
US_indprod
relativo al -0,7% su base annua registrato ieri dalla produzione industriale Usa a gennaio, il terzo di fila. E per 17 delle ultime 19 volte in cui si è registrato un calo per tre mesi consecutivi, l’economia Usa è entrata in recessione. E poi, se va tutto così bene, come mai, come ci mostra questo grafico,
US_sovereign
la percezione del rischio di credito sovrano degli Usa sta salendo?

E ancora, se c’è tutta questa frenesia di acquisti, questa fame onnivora di merci, come si spiega questa dinamica
Class8trucks
relativa agli ordinativi di autoarticolati Class 8, i più grandi e quelli destinati a spostare beni da un angolo all’altro dell’America? A novembre si registrò un calo su base annua del 59%, a dicembre del 37% e a gennaio, ultimo dato disponibile, del 48%! A queste non sono mere statistiche, visto che in contemporanea con la pubblicazione del dato, l’altro giorno, Daimler, non esattamente una fabbrichetta della provincia di Padova, ha annunciato il licenziamento di 1250 dipendenti in North Carolina, motivando la decisone con “un calo della domanda del 10% per autoarticolati pesanti quest’anno negli Usa”. Ma non basta, perché a testimoniare una fase tutt’altro che positiva dell’economia ci pensa anche la United Technologies, gigante nel settore dei condizionatori e altri elettrodomestici, la cui controllata Carrier licenzierà nei prossimi tre anni 1400 lavoratori di due impianti a Indianapolis per spostare la produzione in Messico, dove verranno assunti altrettanti lavoratori locali. E questo grafico del Wall Street Journal,
US_Mexico
certifica una storica inversione di tendenza che testimonia l’eccezionale stato di salute dell’economia reale Usa post-Lehman: stando a uno studio del Pew Research Center, dalla fine della recessione ufficiale sono tornati in Messico più cittadini di quel Paese di quanti non siano emigrati negli Usa. Perché? Ecco la risposta contenuta nel report: “Se il 48% dei messicani adulti pensa che la vita sia migliore negli Stati Uniti, una crescente percentuale pensa che la vita negli Usa non sia né migliore, né peggiore che in Messico. Ad oggi il 33% degli adulti messicani pensa che chi emigra negli States conduca una vita equivalente a quella nel Paese d’origine”. La terra delle opportunità e dei liberi.
Carrier2

E che la vita reale in America non sia la gioiosa esistenza raccontata in “Happy days” lo certificano questi due grafici,
Baby_boomers1
Baby_boomers2
dai quali desumiamo come i mitici “baby boomers”, ovvero gli americani che oggi hanno tra i 50 ai 70 anni, stiano vivendo con un carico di debito senza precedenti, uno scostamento che riflette sia l’invecchiamento demografico che la propensione a detenere mutui immobiliari, per l’auto o scolastici per un periodo molto più lungo di tempo delle generazioni precedenti. Il primo grafico ci mostra come il debito pro capite per un trentenne sia sceso del 12%, mentre quello per una persona di 65 anni sia salito del 48%, mentre il secondo grafico ci mostra come il debito aggregato delle generazioni fino ai 40 anni sia sceso del 12% negli ultimi 12 anni, mentre quello dei “baby boomers” è salito del 169%! Di più, questa tabella,
Baby_boomers3
ci mostra come gli americani over 65 abbiano a che fare con un incremento dell’886% nel debito legato ai prestiti scolastici!

Insomma, cosa diavolo ha fatto impennare il GDPNow della Fed di Atltanta? Temo di saperlo, ovvero questo,
US_defense
l’enormità della spesa per la difesa Usa e le spese militari in genere che stanno infiammando l’industria in questo periodo di conflitti a livello globale. Questo grafico ci mostra come il 50% delle spese militari mondiali sia fatto solo per il 5% della popolazione, visto che negli Usa ogni anno il governo Usa spende 3,300 dollari in spese militari per ogni cittadino nella forza lavoro, un totale di circa 610 miliardi di dollari contro i “soli” 216 miliardi spesi all’anno dal secondo attore in scena, la Cina. Per mettere la cosa in prospettiva, l’ammontare pro capite Usa di spesa militare è più alto del reddito pro capite in 70 nazioni al mondo. E questo grafico
Warfare_chart
ci mostra come siano ormai molti anni che grandi potenze non combattano tra loro, quindi la prospettiva di una Guerra fredda 2.0 illimitata potrebbe tramutarsi nel moltiplicatore perfetto del Pil Usa attraverso il warfare. Con Obama ridotto a un’anatra zoppa, le elezioni presidenziali a novembre e il Deep State al comando occulto del Paese, stavolta gli unicorni dell’economia Usa fanno davvero meno ridere. E l’autobomba esplosa poche ore fa al passaggio di un convoglio militare nel centro di Ankara, responsabile per ora di 28 morti e una sessantina di feriti, ci dice che l’escalation militare in Siria potrebbe essere alle porte. Che rivendichino i curdi del PKK o l’Isis, la Turchia si è trovata servito sul piatto d’argento il casus belli per l’azione di terra. E non se lo farà sfuggire, statene certi.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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