Usa, i nuovi unicorni dal mercato del lavoro confermano che la ripresa l’ha vista solo Radio24

Di Mauro Bottarelli , il - 29 commenti

Obama_jobs
Accidenti, mi si è ristretto il numero di nuovi occupati non agricoli! Eh già, dopo i 292mila creati a dicembre, ecco che a gennaio il dato dei non-farm payrolls diffuso ieri ha segnato un deludente +151mila contro le attese di 190mila e addirittura un consensus di +200mila delle banche d’affari, come ci mostra questo grafico.
January_jobs
Evitando di mettere il dito nella piaga ricordando la revisione nettamente al ribasso dei dati di ottobre e novembre 2015, giova notare con questo grafico
January_earnings
come il salario orario medio sia salito dello 0,5% – +2,5% su base annua – e questo pone un piccolo problemino alla Fed, visto che l’attesa era per un +0,2% e questo significa che l’inflazione salariale comincia a farsi sentire.
Ma attenzione, perché nel magnifico mondo degli unicorni dell’economia Usa c’è una spiegazione per tutto, anche per quest’ultima faccenda. Ma prima guardate questo grafico,
Where_jobs
il quale ci mostra come su un totale di 151mila nuove unità, 58mila siano nelle vendite al dettaglio e 47mila in ristorazione, ovvero i mitologici camerieri e baristi su cui Obama ha basato la sua presunta ripresa, come ci mostra il grafico.
Bar_recovery
Insomma, il 70% dei nuovi posti creati a gennaio è per lavori a basso salario (e tutele ancora minori). Ma allora come spiegare quell’aumento salariale orario? Semplice, dal 1 gennaio negli Usa una legge statale ha reso obbligatori quegli aumenti salariali, peccato che i datori di lavoro li passeranno molto in fretta ai consumatori, visto che a New York si è già registrato un +10% nei prezzi del cibo e presto la stessa dinamica toccherà tutti gli Stati Uniti.

E non è tutto, perché i dati del Bureau of Labor Statistics sono interessanti ma quelli della Challenger Gray lo sono di più, non fosse altro perché è un’azienda privata e non un’emanazione governativa. E cosa ci dicono? Che nel primo mese di quest’anno le aziende con base negli Usa hanno pianificato 75.144 tagli occupazionali. Non solo questo dato rappresenta un aumento del 218% dai 23.622 di dicembre ma è più alto del 42% anche del gennaio 2015, quando furono annunciati tagli per 50.041 unità. Inoltre, è il dato più alto per un mese di gennaio dall’annus horribilis 2009, quando furono annunciati tagli per 241.749 unità. Questo grafico
Retail_cuts
ci mostra come proprio le vendite al dettaglio siano la categoria che guida la classifica dei licenziamenti con 22.246 tagli annunciati, il peggior dato dal 2009 quando la lettura fu di 53.968 unità, mentre questi grafici
Challenger
mostrano i licenziamenti per categoria e Stato, oltre alle letture mese per mese del 2015. E attenzione, i tagli nelle vendite al dettaglio – il Pil Usa si basa per un sobrio 70% sui consumi – arrivano subito dopo la stagione natalizia e quella dei saldi. A dicembre il boom è stato quindi di lavori part-time e stagionali.

Ma qualche numero in più, in un mondo di pareri e senza cifre, fa sempre comodo. Dal 1 gennaio negli Usa le seguenti aziende hanno annunciato tagli di questa entità: Johnson & Johnson -3mila unità; Wal-Mart -16mila a causa delle chiusura di 269 punti vendita; GE -6500 unità ma tutte in Europa, per ora; BP -300 unità a causa dei prezzi del petrolio; Macy’s -3600 unità e 36 punti vendita chiusi; Sprint -2500 unità e chiusura di tutti i call center;
Obama_tears
Canadian Pacific Railway -1000 unità; Pearson -1000 unità; Barclays -1000 unità ma nelle sedi di tutto il mondo; Southwestern Energy -1100 unità; Autodesk ha annunciato il taglio del 10% della forza lavoro; Caterpillar -6500 unità e 5 impianti chiusi; WMware ha annunciato tagli ma senza quantificarli, così come AIG; Monsanto -1000 unità ma in un piano biennale da 3600 tagli totali; EMC ha annunciato tagli senza quantificarli ma nell’ambito di un piano d riduzione dei costi annuali di 850 milioni di dollari. Non male per essere solo febbraio!

C’è poi un’altra variabile da controllare quando parliamo di nuovi occupati non agricoli, ovvero la loro produttività. E come ci mostra questo grafico
Productivity1
è collassata del 3% su base trimestrale, molto più del previsto e a fronte di un aumento del costo del lavoro. Quale spiegazione danno gli economisti e il governo a questa dinamica? Questa,
Productivity2
ovvero un’italianissima voglia di stare su Facebook invece che di lavorare. Ci credete? Può essere, per carità ma che gli americani siano diventati di colpo una massa di dipendenti statali delle provincia di Caserta mi pare davvero strano. E, infatti, questo grafico
Productivity3
ci mostra la correlazione perfetta di calo della produttività con la fine di ogni ciclo di espansione economica. Quindi, non solo la ripresa non c’è mai stata ma il ciclo si sta esaurendo, quindi la recessione ormai è inevitabile. Mentre questo grafico
Loan_payrolls
ci mostra qualcosa di ancora più allarmante ma che spiega la mossa dell’altro giorno di Bill Dudley della Fed di New York, il quale ha di fatto sconfessato la scelta di aumentare i tassi a dicembre. Per la prima volta dalla crisi finanziaria, infatti, le condizioni del credito sono in contrazione da due trimestri consecutivi e l’ultima volta che abbiamo visto questo pattern è stato al picco del 2007. Insomma, questa dinamica non si è mai vista se non come segnale di una recessione in arrivo insieme ai un notevole ciclo di default.

E che dire degli ordinativi industriali, il cui ultimo dato è uscito fresco fresco ieri insieme a quello dei nuovi occupati? Eccoli,
Factory1
un bel calo del 2,9% a dicembre (peggior lettura dal dicembre 2014) che rappresenta il 14mo calo mensile su base annua, altra dinamica mai accaduta negli Usa fuori da una recessione. E la ratio scorte/spedizioni? Eccola,
Factory2
al massimo del ciclo. Ma si sa, la manifattura non conta, contano i servizi. Peccato che l’ISM di questo comparto sia in recouple proprio con quello manifatturiero. Sarà colpa delle condizioni meteo. O delle scie chimiche. O forse di Putin.

Ma il peggio arriva ora e dubito lo leggerete altrove nei servizi dedicati al dato occupazionali Usa di ieri. Nonostante il tasso di disoccupazione sia calato dai picchi recessivi del 2007-2009 e oggi sia al 4,9%, questi grafici
Food1
Food3
ci mostrano come il tasso di partecipazione ai programmi di sussidio alimentare negli Usa (e il loro costo) rimanga molto alto, almeno rispetto alla narrativa da mille e una notte di Radio24. Circa 45,4 milioni di americani, ovvero quasi uno su sette, hanno ricevuto sussidi alimentari nel mese di ottobre, l’ultimo dato disponibile e reso noto giovedì. L’ultima volta che il tasso di disoccupazione era al livello attuale, ovvero nell’aprile 2008, il numero di americani che riceveva food stamps era di 28 milioni e il programma costava al governo la metà di quanto pagato lo scorso anno. E se questo grafico
Food2
ci mostra come chi riceve food stamp pur avendo un lavoro aveva nel 2014 un reddito netto di 335 dollari al mese, livello visto l’ultima volta nel 1989, il dato peggiore è un altro. Stando agli standard Usa, un disoccupato adulto senza figli e senza handicap fisici può beneficiare dei programmi di aiuto alimentare per 3 mesi in un periodo di 3 anni: bene, siccome quel numero di mesi può essere esteso quando le condizioni di mercato del lavoro sono particolarmente dure, siamo passati da un totale del 6,7% di riceventi in questa categoria nel 2007 al 10,3% del 2014. Ma non c’era la ripresa irresistibile in atto?

Chiedetelo a Platero e soci, loro avranno certamente una risposta. Io, in compenso, vi lascio con un ultimo grafico che mi pare potrebbe essere molto interessante in vista delle primarie nel New Hampshire di martedì prossimo. Eccolo,
Foreign_Trump
ci mostra come dal dicembre 2007 ad oggi in America siano stati creati solo 186mila posti di lavoro per cittadini statunitensi e ben 2.518.000 per lavoratori stranieri, un multiplo di 13.5x. Non mostrate questo grafico a Donald Trump. Altrimenti va alla Casa Bianca senza nemmeno passare per il voto.

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