Dal “Carson di Troia” ai delegati venduti, tutti i trucchi per boicottare Trump. Che ora minaccia

Di Mauro Bottarelli , il - 5 commenti

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Fuori un altro. Dopo la cocente sconfitta casalinga in Florida, Marco Rubio ha sospeso la campagna elettorale e ridotto a tre il numero di contendenti per la nomination repubblicana: Donald Trump, John Kasich vincitore in Ohio e Ted Cruz. Ma proprio la sconfitta in Ohio ha sbarrato la strada al tycoon newyorchese in vista della convention di Cleveland a luglio, questo nonostante i 99 delegati conquistati in Florida, Stato in cui vige la regola del winner-takes-all.
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C’è ancora, quindi, la remota speranza per l’establishment repubblicano di fermare Trump al di qua del 50,1% nel conteggio dei delegati, arrivando quindi a una resa dei conti finale ancora aperta ma l’azzardo sarebbe enorme. Non tanto perché si tratterebbe di giocare sporco, visto che le strategie sono già state approntate, quanto per la reazione della gente: nella multietnica Florida, infatti, un sondaggio ha rivelato che nonostante la base repubblicana non condivida le ricette del miliardario in tema di immigrazione, Trump ha trionfato perché “dice le cose come stanno”.

In campo democratico, Hillary Clinton sembra ormai la designata, visto che oltre ad aver vinto con ampi margini in tutti gli Stati del Sud, ha prevalso su Sanders anche in Ohio, uno Stato a forte vocazione industriale dove si pensava che le ricette protezionistiche del senatore del Vermont avrebbero avuto presa. L’elettorato democratico, di fatto, gioca schierandosi a specchio con quello repubblicano: più Trump macina consensi, più ci si polarizza sul voto utile e sul candidato rassicurante, lasciando che la favola socialista di Sanders si spenga piano piano, una primaria dopo l’altra. E la Clinton lo sa, visto che le sue dichiarazioni di martedì notte erano già proiettate verso la sfida finale di novembre: “L’America ha bisogna di un presidente che la difenda, non uno che la imbarazzi nel mondo intero, anche perché è stata resa grande dai valori che oggi Trump calpesta”. Detto da chi si fa dettare l’agenda da Goldman Sache e inviava mail secretate da un account privato quando era Segretario di Stato, appare abbastanza ridicolo.
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Ma il problema non è la Clinton, è Trump. Tanto più che, come ci mostra questo grafico,
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il tycoon nell’ultimo sondaggio Economist/YouGov ha raggiunto la maggioranza assoluta di consensi tra l’elettorato repubblicano, raggiungendo il massimo storico del 53%, quando soltanto a fine febbraio era al 44%. E se questi altri grafici
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confermano la sempre crescente convinzione tra gli elettori del GOP nei confronti della leadership di Trump, ecco che la macchina del boicottaggio ha cominciato a muovere i primi passi in vista della convention di Cleveland. E, come vedrete, di mine antiuomo sul percorso che divide Trump dalle urne del prossimo inverno ce ne sono parecchie. Ad esempio, solo una piccola parte dei 2472 delegati alla Convenzioni sono liberi di votare il candidato che vogliono, a prescindere dai risultati di primarie e caucus, alla prima chiama, mentre circa i tre quarti del totale vengono liberati da vincoli gradualmete solo nei voti successivi. Quindi, c’è una piccola componente di delegati che opera da subito come free agents ma una larga parte che durante la primavera potrà essere reclutata come double agent, ovvero delegati che arriveranno a Cleveland a luglio in sostegno ufficiale di Trump ma operanti per un suo antagonista, l’endorsement verso il quale verrà rivelato solo al momento giusto.
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Inoltre, ogni delegato sta già pagando i costi di viaggio per andare alla Convention, una cifra che per alcuni Stati può arrivare a 3mila dollari, includendo trasferimento aereo, hotel e pasti. Per alcuni, una dura prova al portafoglio, visto che oltretutto gli alberghi vengono assegnati in base allo Stato, quindi qualcuno potrebbe ritrovarsi ad alloggiare al Ritz-Carlton e non al La Quinta Inn, con un aggravio di costi notevole.
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Il blogger Chris Ladd ha preso ad esempio i delegati conquistati da Trump in Illinois, tra cui compaiono il manager della mensa di un riformatorio, un bidello di una scuola, un assistente legale disoccupato, il direttore del magazzino di una drogeria, il proprietario di un negozio e un allevatore di cani. Sgradevole ma non peregrina la conclusione cui si giunge: “Se qualcuno si offrisse di pagare viaggio e soggiorno a Cleveland, i loro voti non potrebbero passare a un altro candidato?”.

Inoltre, se il calendario delle primarie terminasse senza una nomination netta, tutte le responsabilità ricadrebbero sul presidente del Republican National Congress, Reince Priebus, il quale finora è stato comprensivo con Trump, visto che questi aveva chiesto espressamente parità di trattamento, altrimenti si sarebbe candidato come indipendente ma se si arrivasse a giugno senza chiarezza nei risultati, allora la pressione dell’establishment del partito su di lui diverrebbe enorme. Insomma, ci sono molti modi con cui si potrebbe rubare la nomination a Trump e in casa repubblicana lo sanno tutti, tanto che dopo le primarie nel Maine, Ted Cruz disse che “se i papaveri di Washington cercheranno di rubare la nomination alla gente, sarebbe un disastro e potrebbe causare rivolte”.
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Stranamente, le stesse parole usate da Trump l’altra notte nel corso della conferenza stampa, rispondendo a una domanda della CNN: “Penso che si sarebbero rivolte, io rappresento milioni di persone e se deludi questa gente con argomentazioni come la mancanza di un centinaio di voti per la nomination, allora penso che potrebbero esserci problemi e succedere cose brutte”.

Ma al netto delle minacce, la macchina per lo sgambetto è operativa su tutti i fronti. L’ultimo è quello dei cosiddetti “permanent residentes”, ovvero cittadini stranieri che risiedono in modo fisso negli Usa e che posso richiedere la cittadinanza, ottenedo così anche il diritto al voto. E si tratta di numeri importanti, perché fanno parte di questa categoria qualcosa come 9 milioni di persone. Nemmeno a dirlo, sia i Democratici ma soprattutto i Repubblicani hanno già fatto partire una campagna di pressione in tal senso e alcuni gruppi sindacali e per i diritti degli immigrati hanno dato vita a una mobilitazione da 15 milioni di dollari affinché più gente possibile diventi cittadino Usa prima della scadenza dei termini di registrazione elettorale a ottobre. Ovviamente, il loro sostegno andrebbe alla battaglia per battere Trump.
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Gli Stati più attivi sono Nevada, Colorado e Florida, con quest’ultima che da sola vanta qualcosa come 800mila potenziali candidati alla cittadinanza. Il prossimo weekend si terrà un mega-clinic gestito da volontari che si ripromette di raggiungere e sensibilizzare a tal fine oltre 2mila persone. E se organizzazioni come la Florida Immigrant Coalition stanno battendo palmo a palmo le città per dire ai lavoratori con reddito minimo che esiste un’esenzione dalla tassa di 680 dollari che bisogna pagare per chiedere la cittadinanza, alcuni gruppi di pressione repubblicani sarebbero pronti a pagare loro parte dei costi.

Ma non basta, perché negli Usa si comincia a parlare sempre di più di un tiro mancino che l’ex candidato repubblicano, Ben Carson, avrebbe tirato proprio a Trump con l’endorsement in suo favore seguito al ritiro dalla campagna elettorale. Dopo aver dichiarato a ThinkProgress che Trump sarebbe un pessimo presidente ma che, alla fine dei conti, durerebbe solo quattro anni, il medico di colore ha infatti sparato la bomba: “Trump mi ha promesso un posto nella sua amministrazione, certamente in un ambito di consulenza. Ora come ora non posso rivelare nessun dettaglio al riguardo, visto che la discussione è ancora in una fase molto liquida”.
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Peccato che per la legge elettorale federale sia espressamente proibito promettere incarichi in maniera diretta o indiretta a una persone, sia per un posto pubblico che nel privato, al fine di procurarsi il suo supporto alla candidatura. Se fosse vero e qualche zelante procuratore volesse indagare, Trump rischierebbe una multa pesantissima e fino a due anni di carcere. Insomma, addio nomination. Dal mitologico cavallo di Troia siamo in presenza di un potenziale Carson di Troia.

Chi invece non gioca nell’ombra o con l’inganno ma ha dichiarato apertamente guerra a Trump è George Soros, il quale non solo finanzia il movimento MoveOn.org che manifesta ad ogni appuntamento elettorale del tycoon ma ha finanziato con 13 milioni di dollari sia Hillary Clinton che altri candidati democratici in questa campagna. Il “filantropo” non è nuovo a questi endorsement, visto che nel 2004 spese 27 milioni di dollari per cercare di bloccare la rielezione di Bush attraverso la creazione di gruppi di pressione indipendenti denominati 527s: ovviamente fallì, visto che il passato bellico di John Kerry facilitò non poco la rielezione del candidato uscente repubblicano.
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Per supportare Obama spese meno, solo 5 milioni ma questa volta la sua determinazione nel voler battere Trump appare davvero profonda, visto che alle donazioni sono seguite parole di fuoco e velate minacce: “La retorica anti-immigrati e anti-musulmana che è stata al centro delle primarie repubblicane è profondamente offensiva. Ci dovrebbero essere conseguenze per le dichiarazioni oltraggiose che abbiamo regolarmente sentito dai candidati Trump e Cruz”. I quali, per Soros, “stanno lavorando di fatto per l’Isis”. Infine, tanto per non farci mancare niente a livello di poteri forti ed establishment che lotta contro Trump, questo tabella
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ci mostra come dalle presidenziali del 2004, i dipendenti della Fed abbiano fatto donazioni legali per 436.555 dollari a candidati federali, il 79% delle quali (343.916 dollari) verso esponenti democratici. Per il tycoon newyorchese? Zero. Avrà forse influito su questa scelta di campo il fatto che i Repubblicani, Trump compreso, chiedano da tempo maggiore trasparenza alla Fed rispetto alle sue scelte di politica monetaria, audizioni parlamentari incluse?

Riusciranno a fermare Trump? Di alternative ne hanno molte ma occorre fare attenzione a ciò che ci dice quest’ultimo grafico:
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la gente ama in Trump l’assenza di toni politicamente corretti. E in un Paese dove il 14 marzo scorso, un giudice ha condannato l’Iran per gli attentati dell’11 settembre, chiedendo un risarcimento di 10,5 miliardi di dollari per vittime e assicurazioni (cifra che Teheran ha già detto che possono scordarsi), la voglia di spazzare via certe incrostazioni relazionali e clientelari potrebbe davvero essere enorme, non fermabile nemmeno dai trucchetti di Washington. Tanto più che quello stesso giudice, nominato da Bill Clinton, il 29 settembre 2015 aveva rifiutato di citare in giudizio per il medesimo crimine l’Arabia Saudita, adducendo come spiegazione l’immunità sovrana di Ryad.

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