Il doppiogiochismo sull’Isis di Arabia, Usa ed Europa potrebbe essere alla fine. E Putin…

Di Mauro Bottarelli , il - 6 commenti

Iran_Saudi5
Se volete capire quanto istituzioni come l’Onu siano inutili e da chiudere il prima possibile, il caso dello Yemen è esplicativo. Ad oggi, infatti, al netto di oltre 6mila morti di cui la metà civili, sapete quanto ha ricevuto il Paese in aiuti (già stanziati)? Il 2% di 1,88 miliardi di dollari. Complimenti. In compenso, altre cose funzionano a meraviglia laggiù, ad esempio l’arrivo di sangue fresco per aiutare la proxy war che l’Arabia Saudita sta combattendo contro i ribelli Houthi, sostenuto dal nemico giurato di Ryad, l’Iran. E siccome questi si stanno rivelando molto più duri del previsto, ecco che la scorsa settimana in Yemen sono arrivati nuovi mercenari dell’azienda statunitense di contractors DynCorp, inviati per dare il cambio a quelli della Blackwater, molti dei quali sono morti o rimasti feriti in combattimento.
US_contractors2
E i numeri sono impietosi per i Rambo civili statunitensi, visto che solo nelle ultime sei settimane sono stati 39 quelli uccisi sul campo, tra cui il comandante della Blackwater, Nicolas Boutros, morto il 1 febbraio scorso nella provincia di Lahij. A garantire il dispiegamento dei mercenari della DynCorp ci hanno pensato gli Emirati Arabi Uniti, i quali non solo supportano il governo di Sanaa ma hanno promesso di finanziare la campagna con 3 miliardi di dollari. Nel frattempo, donne e bambini muoiono di fame, anche perché la marina saudita intercetta le imbarcazioni con i viveri e non le fa passare. Stiamo parlando della stessa Ryad che presiede il comitato dei diritti umani in sede Onu e che è stata insignita della Legion d’Onore dal presidente Hollande per l’incessante impegno nella lotta al terrorismo.
Yemen_conflict3
Parlando al “Wiener Standard”, la rappresentante di Amnesty International per lo Yemen, Donatella Rovera, ha dichiarato quanto segue: “Sia i Paesi dell’Ue che gli Stati Uniti supportando i bombardamenti aerei sauditi che uccidono civili, visto che il 99,9% di bombe e proiettili che ho visto in Yemen sono di fabbricazione statunitense. Di più, consulenti da Stati Uniti e forse dal Regno Unito assistono la coalizione saudita nella selezione dei bersagli”. In effetti, come creano danni collaterali gli Usa non lo fa nessuno.

Dunque. Arabia e Paesi del Golfo, Emirati Arabi Uniti e Qatar, hanno intenzione di vincere la guerra in Yemen. Come mai questa priorità? Partiamo dal lato opposto del ragionamento, ovvero dal perché l’Occidente si affanna tanto nel fornire supporto alla campagna di Ryad e dei suoi sodali. Queste infografiche
US_arms3
US_arms8
penso che parlino da sole ma è interessante dare qualche dato fornito due settimane fa dallo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI). Le importazioni di armi da parte dei due Paesi del Golfo siano aumentate del 275% negli ultimi quattro anni (2011-2015) e gli Stati Uniti restano i principali esportatori di armamenti al mondo. Non solo, stando al report, la corsa alle armi e la domanda mediorientale hanno garantito un aumento del 14% a livello globale nel trasferimento di armamenti, mentre il Medio Oriente ha visto le importazioni salire del 61%, l’aumento regionale maggiore in assoluto. Casualmente, in contemporanea con la nascita sottotraccia e l’espansione dell’Isis: fortuite combinazioni che garantiscono affari d’oro al complesso industriale-militare Usa ma non solo.
US_army5
I numeri parlano chiaro: Arabia Saudita +275% e Qatar +279%. L’egemonia statunitense nel campo resta assoluta: il 9,7% degli accordi commerciali per armamenti, Washington li ha stretti con Ryad, mentre il 9,1% con gli Emirati Arabi Uniti. Stando al report del SIPRI, “nonostante siano state avanzate preoccupazioni all’interno dei Paesi esportatori di armi rispetto agli attacchi aerei di Ryad in Yemen, l’Arabia Saudita continuerà a ricevere un grande numero di armamenti da quegli stessi Stati nei prossimi cinque anni”, tanto che il Ryad deve ancora ricevere 150 nuovi aerei da combattimenti recentemente ordinati agli Usa e 14 dal Regno Unito, il quale come ci mostra la tabella
UK_Saudi
è sempre più dipendente dagli acquisti sauditi per il proprio export militare. Ma non basta, perché è di ieri la notizia che, nonostante il voto dello scorso mese del Parlamento Europeo per un embargo sulla vendita di armi proprio verso l’Arabia Saudita per le atrocità in Yemen, il governo tedesco ha dato il via libera a un grosso export di armi verso alcuni Paesi mediorientali, Ryad inclusa, la quale riceverà 23 elicotteri da combattimenti Airbus. Ma non basta, perché Berlino esporterà anche 130 pistole e fucili automatici della ditta Heckler and Koch verso gli Emirati Arabi Uniti, oltre a 660 pistole, 550 mitraglietta automatiche e 660 tamburi da rivoltella per l’Oman, mentre il contractor per la difesa Rheinmetall spedirà 65mila munizionamenti da mortaio agli Emirati Arabi Uniti. Come vedete, coerenza a piene mani.

Ma tonando alla Gran Bretagna, la stessa che vende armi con il badile a Ryad, è paradossale come stia mettendo sotto accusa gli Stati del Golfo, Arabia in testa, per il finanziamento all’Isis e lo stia facendo con una commissione d’inchiesta del Comitato per gli Affari esteri della Camera dei Comuni, cui casualmente il governo a rifiutato di cooperare. Non solo, al ministero della Difesa britannico è stato vietato di fornire prove riguardo i canali di finanziamento di Daesh. E a quali conclusioni si è arrivati finora? Il collasso delle entrate garantite dal contrabbando di petrolio ha reso l’Isis molto più dipendente dalle donazioni dei ricchi Paesi del Golfo e dai profitti che ottiene dal mercato dei tassi di cambio. Almeno, così si pensava.
Isis_oil3
Perché alcuni esperti ascoltati in commissione ha detto chiaro e tondo che il governo britannico ha largamente sovrastimato l’importanza degli introiti petroliferi di Daesh e sottostimato molto sia gli aiuti dei Paesi del Golfo che la manipolazione del sistema bancario iracheno: chissà come mai Londra ha sottostimato le mazzette saudite e del Qatar ai fratelli sunniti dello Stato Islamico? Luay al-Khatteeb dell’Iraq Energy Institute ha dichiarato che il costo della guerra per l’Isis è talmente alto che i profitti del petrolio non potrebbero mai garantire la sua prosecuzione: per il governo britannico le entrate del Califfato dipendono per il 40% dal petrolio, per un altro 40% da tassazione ed estorsione e per il rimanente 20% dalla vendita di reperti archeologici e donazioni. Bene, con gli introiti petroliferi giù del 40%, il buco nel budget totale di finanziamento è del 20%.
Islamic_state
Lo stesso Al-Khatteeb smentisce queste proporzioni, visto che al massimo della produzione nel 2014, circa 70mila barili al giorno, l’Isis guadagnava circa 500 milioni di dollari l’anno, mentre oggi quella cifra è più vicina a 200 milioni, visto che la produzione è di 20-30mila barili, venduti oltretutto a circa 10 dollari l’uno. Anche la tassazione e l’estorsione verso i 2 milioni di cittadini che vivono sotto la giurisdizione dell’Isis non può permettere grossi introiti, primo perché si parla di persone con un salario medio di 110 dollari al mese e, secondo, perché i costi per la gestione del territorio e la retribuzione dei guerriglieri sale. Ecco cosa ha detto Al-Khatteeb al comitato dei Commons: “C’è una conclusione ragionevole, che parte appunto dal presupposto della sovrastima delle petro-finanze dell’Isis, dalla base imponibile in calo e dalla limitatezza del business del contrabbando di beni artistici. Ovvero, qualcuno potrebbe chiedersi di quale portata sia stato il finanziamento a parte dei Paesi del Golfo, del loro sussidio continuativo verso il Califfato? Certamente, l’Isis è stato in grado di ottenere fonti di introito tra gennaio 2015, quando l’economia di Raqqa è collassata e metà gennaio di quest’anno, quando le forze di Daesh sono state in grado di lanciare una nuova offensiva in Siria. Il denaro da qualche parte è arrivato”.
Isis_tweet
E se il governo britannico ha ammesso i finanziamenti dei Paesi del Golfo, quelli a cui vende armi a tutto spiano, all’Isis nelle prime fasi della sua attività ma ritiene che quel tipo di finanziamento ora sia terminato, l’esperto del Foreign Office, Dan Chugg, ha risposto così al comitato: “E’ difficile in quei Paesi sapere esattamente chi e cosa il governo stia finanziando, visto che si ha a che fare con famiglie reali, principi molto ricchi e situazioni di questo genere”. Come dire, lo fanno ma non si può dirlo troppo in giro.

Dunque, non solo vendiamo armi a chi finanzia l’Isis ma sosteniamo anche i suoi sforzi in una guerra proxy come quella dello Yemen, dove lo Stato nemico è in realtà un nemico del nostro formale nemico: ciò l’Iran, il quale con Daesh non ha mai usato le buone maniere. E se il tentativo di destabilizzazione del governo libanese attraverso la decisione del Consiglio di cooperazione del Golfo di dichiarare Hezbollah “entità terroristica” due settimana fa è stato un chiaro segnale di Ryad a Teheran, ieri sulla tratta inversa è arrivata la risposta al perché l’Arabia voglia vincere a tutti i costi in Yemen.
Iran_oil
Se infatti il ministro per il Petrolio iraniano, Bijan Zanganeh, ha dichiarato che “i membri Opec devono lasciarci in pace e da soli fino a quando non avremo raggiunto i 4 milioni di barili al giorno, poi ci uniremo a loro”, a stretto giro di posta è stata proprio la Russia, ovvero il soggetto che ha negoziato con Ryad il congelamento della produzione di petrolio, a schierarsi al fianco di Teheran. Il ministro dell’Energia, Alexander Novak, ha infatti dichiarato che Mosca “conferma di accettare il diritto degli iraniani di aumentare la loro produzione dopo le sanzioni”. Ecco
Russia_Iran_oil
la reazione dei contratti WTI aprile dopo queste parole. Mentre questa tabella
Iran_Saudi2
ci spiega come mai l’Arabia voglia colpire ad ogni modo l’Iran, visto anche il problemino di budget che il basso prezzo del petrolio sta costando a Ryad, qualcosa come un deficit pari al 20% del Pil. La chiamano guerra al terrore globale, è soltanto una tragica pantomima di interessi economici e commerciali. E potrà solo peggiorare.

Non ci credete? Vi faccio un esempio di quale sia il livello di destabilizzazione in atto, spostandomi dallo Yemen alla Siria. Quest’uomo
AlShishani
è Abu Omar al-Shishani, meglio conosciuto come “Omar il ceceno” ed è il ministro della Difesa dell’Isis. Anzi, lo era, perché il 4 marzo gli Usa hanno tentato di ucciderlo in un raid aereo e pare che ce l’abbiamo fatta, visto che ieri da Londra, Rami Abdel Rahman, il direttore factotum dell’Observatory for Human Rights, ha reso noto che al-Shishani è clinicamente morto. Peccato che il 27 enne al-Shishani in realtà si chiamasse Tarkhan Batirashvili e fosse georgiano, per l’esattezza dell’enclave cecena di Pankisi. Ecco come ne parlava Michael Cecire, analista di fenomeni estremistici presso il Foreign Policy Research Institute di Philadelphia: “Più di chiunque altro, Batirashvili ha legittimato l’Isis nei circoli di militanti nel Caucaso attraverso il potere delle sue azioni, ovviamente poi amplificate dalla propaganda del Califfato”.
Isis_caucasus
Tra i suoi successi, la cattura della base aerea di Menagh dopo due anni di attacchi andati a vuoto. Bene, ecco invece la parole di un ufficiale dell’esercito georgiano: “Lo abbiamo addestrato bene e gli americani ci hanno aiutato molto. Infatti, l’unica ragione per cui non è andato a combattere in Iraq accanto agli Stati Uniti è perchè avevamo bisogno delle sue abilità qui in Georgia”. Ecco invece il ricordo di un commilitone: “E’ stato un soldato perfetto fin dal primo giorno. Le unità delle forze speciali Usa ci hanno addestrato molto bene tutti ma lui era il pupillo, la star”. Quindi, non solo gli Usa hanno addestrato oltre 80 militari georgiani d’elite subito prima del tentativo di assalto all’Ossezia, poco gradito a Putin ma uno di loro, il pupillo, è diventato ministro della Difesa dell’Isis in Siria. Ma ora è clinicamente morto, quindi è come se non fosse esistito.
Putin1
Ma attenzione, perché proprio ieri Vladimir Putin ha ordinato il ritiro della maggior parte delle truppe russe dalla Siria, contestualmente però all’accusa lanciata dal ministro degli Esteri, Segrei Lavrov, di sempre maggiore presenza di militari turchi dentro il confine siriano. Trappolone in vista per Erdogan? Se da un lato, infatti, appare difficile un ritiro russo di massa quando in Siria hanno una base navale e una aerea che, a detta di Putin, resteranno normalmente operative, dall’altro Mosca potrebbe voler tentare i proverbiali topi in assenza del gatto. E smascherare qualche operazione in stile Tarkhan Batirashvili, mentre ballano.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

Shares
Grazie per avere votato! Ora dillo a tutto il mondo via Twitter!
Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"
Come ti senti dopo avere letto questo post?
  • Eccitato
  • Affascinato
  • Divertito
  • Annoiato
  • Triste
  • Arrabbiato

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi