Gli Usa uccidono il numero 2 dell’Isis per la terza volta in due anni. E in Iraq, boots on the ground

Di Mauro Bottarelli , il - 15 commenti

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Il capo del Pentagono, Ash Carter e il capo di Stato maggiore interforze, generale Joe Dunford, non stavano più nella pelle venerdì pomeriggio: in un raid Usa è stato ucciso il numero due dell’Isis, il “ministro delle Finanze” dello Stato islamico. Si tratta di “un terrorista noto, fin dai suoi legami con al Qaida e uno dei tre obiettivi di maggiore valore nella lotta allo Stato Islamico”, ha dichiarato tronfio Carter, il quale ha inoltre sottolineato che gli Stati Uniti sono “impegnati più che mai al fianco dell’Europa. I nostri nemici sono gli stessi. L’uccisione di Abdel Rahmane al-Qadouli ostacolerà la capacità operativa dello Stato islamico”.
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E su Abdel al Rahman Mustafa al-Qaduli, noto come Haji Imam o anche come Abu Alaa Afri, il dipartimento di Stato americano aveva messo una taglia di 7 milioni di dollari per chiunque avesse fornito informazioni che avessero portato alla sua cattura. Carter, ovviamente, non ha rivelato se l’operazione sia stata sferrata in Iraq o Siria, così come non ha confermato specifici legami con i fatti di Bruxelles.
Al-Qaduli
Il capo del Pentagono ha tuttavia sottolineato che “non ci sono dubbi” sul fatto che i personaggi nel mirino delle operazioni Usa “facciano parte di quell’apparato in Siria e Iraq che lavora per reclutare e addestrare per l’Isis”. La sua morte, ha aggiunto Carter, è un colpo per le finanze del Califfato, per la loro capacità di pagare e ingaggiare reclute”. Ovviamente, tutto merito loro.

Bene, ora tenetevi forte perché quanto segue potrebbe avere un significato molto profondo per chi è credente: è davvero Pasqua, perché Abu Alaa Afri o come diavolo vogliamo chiamarlo è alla sua terza morte per mano di un raid Usa in due anni! E’ risorto almeno due volte! Questi screenshots con date in evidenza
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lo dimostrano chiaramente. Ad esempio, è morto lo scorso aprile in un attacco aereo contro una moschea in Iraq, quando il Wall Street Journal scrisse che “Al-Qaduli faceva parte di una delle numerose persone uccise nel raid che ha colpito una moschea dove si stava tenedo un meeting di leader dell’Isis”. Ma è stato ucciso anche nel settembre 2014. E poi l’anno scorso. E il buon Abu Alaa Afri era davvero un pezzo grosso. Nato a Mosul, lui era l’Isis prima che l’Isis esistesse. Braccio destro di Abu Musab al-Zarqawi – il padrino dello Stato islamico – fu incarcerato dagli americani in Iraq nel 2012 ma una volta uscito di prigione si è arruolato nell’Isis, divenendo in una prima fase il referente di Bin Laden in seno al gruppo. Insomma, se fosse davvero morto, l’Isis avrebbe perso due capi nell’arco di tre settimane, dopo la morte anche di al-Shishani. Non sarà che attraverso queste SpecOps dell’aeronautica, la Cia sta recapitando delle cosiddette burn notice, ovvero bruciature della copertura ad altrettanti personaggi che con l’avanzare delle forze regolari verso Deir ez-Zor e Raqqa, se catturati, saprebbero troppo e quindi è meglio che non possano parlare?
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Sorge il dubbio, perché sempre venerdì il Pentagono ha appunto confermato la morte del “ministro della Difesa” dell’Is, Tarkhan Batirashvili, meglio conosciuto come Omar al-Shishani o “Omar il Ceceno”, morto cerebralmente lo scorso 14 marzo dopo essere rimasto gravemente ferito in un raid aereo Usa il 4 marzo scorso. Ve ne ho già parlato ma giova ricordare e ribadire, perché con l’Isis a forte rischio di impazzimento in Siria e sempre più concentrato sulla resistenza in Iraq, l’espansione in Libia e il gioco sporco in Yemen, temo che la propaganda atlantica toccherà livelli mai raggiunti, amplificata com’è dall’emergenza terrorismo in Europa. Eccolo,
AlShishani
è Abu Omar al-Shishani, meglio conosciuto come “Omar il ceceno”. Peccato che, appunto, il 27 enne al-Shishani in realtà si chiamasse Tarkhan Batirashvili e fosse georgiano, per l’esattezza dell’enclave cecena di Pankisi. Ecco come ne parlava Michael Cecire, analista di fenomeni estremistici presso il Foreign Policy Research Institute di Philadelphia: “Più di chiunque altro, Batirashvili ha legittimato l’Isis nei circoli di militanti nel Caucaso attraverso il potere delle sue azioni, ovviamente poi amplificate dalla propaganda del Califfato”.
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Tra i suoi successi, la cattura della base aerea di Menagh dopo due anni di attacchi andati a vuoto. Bene, ecco invece la parole di un ufficiale dell’esercito georgiano: “Lo abbiamo addestrato bene e gli americani ci hanno aiutato molto. Infatti, l’unica ragione per cui non è andato a combattere in Iraq accanto agli Stati Uniti è perchè avevamo bisogno delle sue abilità qui in Georgia”. Ecco invece il ricordo di un commilitone: “E’ stato un soldato perfetto fin dal primo giorno. Le unità delle forze speciali Usa ci hanno addestrato molto bene tutti ma lui era il pupillo, la star”. Quindi, non solo gli Usa hanno addestrato oltre 80 militari georgiani d’elite subito prima del tentativo di assalto all’Ossezia, poco gradito a Putin ma uno di loro, il pupillo, è diventato ministro della Difesa dell’Isis in Siria. Ma ora è ufficialmente morto, quindi è come se non fosse esistito. Burn notice, appunto.

Ma se l’Isis in Siria arranca e sbanda, dopo che le unità dell’esercito siriano e le milizie patriottiche hanno ripreso la cittadella e lo storico castello di Palmira, dove Daesh aveva issato la propria bandiera nel maggio del 2015, anche in Iraq le truppe di Baghdad hanno lanciato un’operazione su vasta scala per riconquistare la città di Mosul, nelle mani delle milizie jihadiste dello Stato islamico dal giugno del 2014. L’esercito, a quanto si apprende, ha lanciato una nuova offensiva contro le postazioni dell’Isis nella località di Majmur e in diverse zone della strategica località di al-Qayara, 50km a sud di Mosul, principale roccaforte dell’Isis in Iraq.
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L’attacco, cominciato nella notte di venerdì e accompagnato da intensi bombardamenti dell’artiglieria, procede con la copertura delle forze aeree della Coalizione internazionale. L’offensiva sarebbe la prima fase dell’operazione che il governo di Baghdad vuole concludere entro quest’anno con la riconquista di Mosul, città occupata dall’Isis nel 2014 ed è la città più grande sotto il controllo delle milizie jihadiste. Di più, l’attacco – più volte rinviato in attesa di completare l’addestramento e la formazione delle unità irachene -, partito dalla località di Makhmur, avrebbe già permesso di liberare alcuni villaggi occupati dall’Isis. Ma cosa c’è nel distretto di Makhmur? Ce lo dicono queste mappe,
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i più lucrosi giacimenti petroliferi del Paese, quelli vicini a Kirkuk e anche se il Pentagono ha ridimensionato l’operazione di sostegno parlando di “forza di protezione”, in quell’area ci sono marines Usa sul terreno proprio a difesa del greggio che l’isis vorrebbe riconquistare. Quindi, al netto delle promesse di Obama, gli Stati Uniti sono ufficialmente “boots on the ground” in Iraq e lo sono dove interessa maggiormente, mentre truppe irachene e peshmerga guerreggiano sul campo. Ma a dirci che anche qui l’Isis arranca è il fatto che sia passata da forza dominante e forza destabilizzatrice, avendo ieri rivendicato la strage provocata da un attacco kamikaze al termine di una partita di calcio ad Al Asriya, in Iraq. Il bilancio, ancora provvisorio, è di almeno 29 morti e oltre 65 feriti. L’attentatore suicida ha si è fatto saltare in aria mentre veniva consegnato il trofeo alla squadra vincitrice dell’incontro. Tra le vittime, il sindaco della città composta da sciiti e sunniti che dista appena 40 chilometri da Baghdad. Ferito, invece, il leader locale della milizia sciita.
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E quando un esercito passa al terrorismo puro, vuol dire che è in difficoltà. Su più fronti, visto che sempre ieri, l’Isis ha rivendicato anche un triplice attentato kamikaze sferrato con altrettante autobomba contro posti di blocco ad Aden, nel sud dello Yemen, il cui bilancio provvisorio è di una trentina di morti e nel cui mirino c’erano le forze lealiste del governo del presidente Abd Rabbo Mansour Hadi.
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Stando alla ricostruzione della polizia locale, due autobomba sono esplose simultaneamente contro altrettanti checkpoint nel distretto di Shaab, alla periferia occidentale di Aden, mentre una terza bomba collocata all’interno di un’ambulanza è esplosa a un posto di blocco vicino a Mansura, nel centro della città. Il network jihadista Amaq News riferiva che in “tre operazioni dei martiri e grazie ad un assalto con un commando dello Stato islamico contro una base appartenente alla coalizione araba nella città di Aden, sono state uccise almeno 27 persone”.

Attenti, nel caos attuale potrebbe partire il “tutti contro tutti” su più fronti: l’Isis che impazzisce e continua le azioni terroristiche senza più una leadership strategica, gli Usa impegnati da un lato a preservare interessi e dall’altro segreti inconfessabili, la Russia che controlla e osserva e l’Europa che, come al solito, non sa cosa fare e si esprime attraverso le lacrime della Mogherini. Ed essendo l’Arabia Saudita regista di ogni mossa del salafismo sunnita estremista, terrei d’occhio oltre allo Yemen anche la risorgente protesta popolare in Libano e l’inclusione da parte di Usa e Stati del Golfo di Hezbollah come “entità terrorista”. Se serve caos, il Libano è perfetto: ci sono 2 milioni di profughi siriani e 350mila palestinesi dell’ultima diaspora. Praticamente, una bomba umanitaria per far pressione sull’Europa. E un ottimo, nuovo proxy contro l’Iran.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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