Italiani, andiamo in guerra. Tra Libia nel caos dell’assurdo e giochini sauditi in Libano


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Non so se è chiaro ma siamo in guerra. Contro chi? Apparentemente, l’Isis. La certezza è che ormai il Rubicone è stato varcato e se in Francia hanno avuto almeno la decenza di interpellare il Parlamento per inserire lo stato di emergenza (e quindi i poteri speciali all’esecutivo) in Costituzione, qui apprendiamo le cose a mezzo stampa dal Corriere della Sera. Il quale ci ha fatto sapere che il presidente del Consiglio ha firmato un decreto che definisce i contorni dell’operazione italiana in Libia. Si tratta di un decreto, ovviamente secretato, composto di 5 articoli, uno dei quali riguarda il fatto che sarà l’Aise, cioè i servizi segreti per la sicurezza esterna, a dirigere le missioni delle unità speciali militari.
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Le quali sono già pronte, visto che una cinquantina di incursori del Col Moschin partiranno per il Paese nordafricano per prendere contatto con gli agenti dei servizi segreti francesi e inglesi già presenti. Per il resto, ordinaria amministrazione: chi opererà avrà infatti licenza di uccidere e impunità per eventuali reati. In pratica, Matteo Renzi nelle situazioni di crisi all’estero può autorizzare, attraverso il Dipartimento per le informazioni della sicurezza, i servizi segreti ad avvalersi delle forze speciali. Insomma, sarà Palazzo Chigi a pianificare e monitorare le loro missioni. Dio ci aiuti.

Ci sono poi quelle scocciature delle procedure costituzionali. Il governo, da un punto di vista formale, dice infatti di attendere la formazione di un governo di unità nazionale in grado di richiedere l’intervento della comunità internazionale (gli Usa ne formeranno uno stile Kiev rapidamente, penso), mentre per l’eventuale missione di “peace enforcement” sono già pronti 3mila soldati, per inviare i quali in Libia servirà però un passaggio in Parlamento. Verdini ha già fatto indossare la mimetica ai suoi, tranquilli. Al netto dell’ironia, un altro segnale ci dice che le cose stanno precipitando rapidamente.
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Il timing della morte dei due tecnici dell’azienda di costruzioni Bonatti uccisi durante un blitz delle forze speciali libiche contro l’Isis, che a quanto pare li teneva in ostaggio e li avrebbe usati come scudi umani. Proprio ora, dopo otto mesi di prigionia. Casualmente, pochi giorni dopo che il capo del Pentagono, Ashton Carter, aveva dichiarato che la prossima missione militare in Libia avrà guida italiana. Di fatto, parrebbe sia lui il capo delle nostre forze armate, vista la rapidità del governo nello scrivere il decreto. La risposta preventiva a questa incoronazione non ha tardato a farsi sentire, forse. E col sangue innocente di due lavoratori.

Ora occorre capire, ammesso che la versione ufficiale sia confermata dalla Farnesina, se questo atto sia da leggersi come uno “state alla larga” da parte di alcune fazioni libiche, visto che gli Usa hanno chiesto all’Italia di sbilanciare il suo ruolo di leadership verso un rapporto con il Parlamento di Tripoli, il più islamista, oppure come un “non provate a tirarvi indietro”. Resta il fatto che ormai ci siamo dentro fino al collo. In cosa, precisamente? In un caos politico-militare pericolosissimo, visto che queste cartine
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ci mostrano le aree di controllo e di attività dell’Isis in Libia e tutto finalizzato a un’unica priorità: salvaguardia e controllo del petrolio libico. Direte voi, non c’è petrolio a Sirte? Vero ma l’isis ha scelto quest’area per il semplice fatto che era la più semplice da conquistare senza dare nell’occhio, visto che se anche le tribù locali erano fedeli a Gheddafi, non ci hanno messo molto a dialogare con Ansar al-Sharia, la quale a sua volta non ha disdegnato rapporti di non belligeranza con Daesh. Sul finire del 2015, i miliziani del Califfato hanno attaccato i due hub petroliferi di Es Sider e Ras Lanuf, a est di Sirte: il primo è il più grande terminal per l’export petrolifero del Paese (450mila barili al giorno) e il secondo un’area di raffinazione e deposito dei tank di stoccaggio, alcuni dei quali colpiti proprio durante le offensive. Ma l’Isis ora ha ampliato le sue mire e, come mostrano le mappe,
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punta dritto ai giacimenti produttivi del deserto del Sud. In un video di propaganda, il messaggio era chiaro: “Oggi Es Sider e Ras Lanuf e domani il porto di Brega e poi i porti di Tobruk, Es Serir, Jallo e al-Kufra”. Ed ecco cosa rende la missione in Libia non più prorogabile: a detta di tutti gli analisti, infatti, una volta che l’Isis avrà messo piede nella mezzaluna petrolifera del Sud, saremo al punto di non ritorno. E l’Isis si è già assicurato la rotta verso la mezzaluna conquistando la città desertica di Nufaliya, a 50 chilometri da Es Sider. In gioco, tanto per capirci, ci sono 48 miliardi di barili di riserve stimate, le più grandi d’Africa. Con le sole incursioni aeree non si fa nulla, sarebbero il corrispettivo di un cerotto per tamponare l’amputazione di un braccio. Servono i mitici boots on the ground.

Ma non basta, perché a rendere ancora più pericolosa e farsesca la situazione c’è il fatto che in Libia non ci sono solo due governi ma, soprattutto, due NOC. Ovvero, l’acronimo di National Oil Corporation. Con il Paese senza un governo centrale, amministrare le risorse naturali – attualmente un quarto di quanto fossero sotto Gheddafi, tanto per capire il potenziale – appare impresa titanica. Bene, a farlo ci sono la NOC dell’Est amministrata dal governo in esilio di Tobruk, quello internazionalmente riconosciuto e una NOC dell’Ovest gestita dal governo di Tripoli, con cui le grandi aziende petrolifere straniere sarebbero ben felici di fare accordi (a differenza di quella di Tobruk) ma che, disgraziatamente, non è riconosciuta, né legittimata all’estero. Come vedete, in ballo ci sono un sacco di democrazia e diritti umani.
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A peggiorare ancora il quadro, nemmeno fossimo in un dramma del teatro dell’assurdo di Ionesco, ecco che una fonte decisamente accreditata come Foreign Policy ci dice che, a dire il vero, né Tripoli. né Tobruk controllano davvero il petrolio libico. E chi lo fa? Quest’uomo,
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al secolo Ibrahim Jadhran, un 35enne che è stato leader di una milizia durante la rivoluzione del 2011 (tu guarda le coincidenze) e che è stato nominato comandante delle Petroleum Defense Guards dal governo transitorio e ancora unito del 2012. Originario della città dell’Est di Ajdabiya, Jadhran fa il bello e cattivo tempo, visto che pare sia lui a chiudere e riaprire a propria discrezione i porti e a bloccare export e salari quando è in disaccordo con entrambi i governi. E non si tratta di un parvenu, perché fu proprio lui e non il governo di Tobruk a chiudere il porto di Zuetina: di fatto, è lui che controlla tutto.
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Insomma, due governi che contano come il due di picche perché il potere sul petrolio è nelle mani di un ex leader miliziano, tanto che lo stesso capo del Consiglio militare di Misurata, Ibrahim Beitemal, ha descritto così la situazione: “Jadhran è un mistero anche per noi. Non abbiamo ancora davvero capito bene chi sia, a parte un ladro di petrolio”. In compenso, si sa che il fratello di Jadhran è un militante dell’Isis e che lo stesso plenipotenziario del petrolio libico avrebbe tentato di offrire un accordo allo stesso Daesh: rinforzi per voi in cambio del controllo su porti e giacimento per me. Tentativo respinto dall’Isis, stando a quanto riporta Middle East Eye.

Insomma, ecco dove stiamo andando in guerra. Oltretutto, a capo della missione per volontà espressa – ma non imposta, per carità – del Pentagono. Ma andiamo anche a Mosul, roccaforte irachena dell’Isis, per difendere i lavori di ristrutturazione della diga affidati a una ditta italiana. Ovvio, fare i l soldato impone dei rischi, non si può sperare di andare a pattugliare il lungomare di Alassio. Il problema, come ci mostra questa cartina,
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è che noi abbiamo anche 1070 militari dislocati in Libano nell’ambito della missione di stabilizzazione UNIFIL e nel trambusto libico di queste ore è sfuggita a molti una notizia riportata dal quotidiano tedesco Deutsche Wirtschafts Nachrichten: di fatto, quei simpaticoni dei sauditi starebbero accendendo un’altra miccia geopolitica proprio in Libano, il quale confine con Siria a Nord ed Est e Israele a Sud ma che è soprattutto patria della milizia sciita di Hezbollah. Bene, poche ore fa proprio su richiesta dell’Arabia Saudita spalleggiata da Germania e Usa, il Consiglio di cooperazione del Golfo, riunito in Tunisia, ha dichiarato proprio il movimento sciita libanese un gruppo “terroristico”. L’organizzazione che riunisce Arabia, Emirati, Kuwait, Qatar, Bahrein e Oman dice di aver compiuto questa scelta a causa delle “azioni ostili della milizia”. Quali? Boh? Hezbollah non ha commentato la notizia ma alla vigilia il suo leader, Hassan Nasrallah, aveva affermato che Ryad ha spinto il Libano verso una nuova fase di conflitto politico, sospendendo gli aiuti all’esercito libanese.
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Un nuovo sviluppo che è un passo molto pericoloso, stando all’analista politico, George Aalam: “C‘è da chiedersi come i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo si rapporteranno al governo del premier libanese Salam, che collabora con un movimento considerato terrorista, visto che gli Hezbollah hanno due ministri nel governo di Tammam Salam”. Primavera araba in arrivo? La stagione pare quella giusta, manca poco a livello di calendario. Ma scherzi a parte, destabilizzare un Paese simile, calcolando anche l’enorme numero di rifugiati che ospita, significherebbe spalancare le porte dell’inferno in Medio Oriente. Qualcuno ha forse questo in agenda? Il Parlamento, se ancora ha un senso la sua esistenza, chieda a Matteo Renzi di riferire. Subito.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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