Se la retorica europeista sfrutta il terrore per coprire i suoi fallimenti. E la fine che ci attende

Di Mauro Bottarelli , il - 29 commenti

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Non so voi ma mi ha fatto impressione il modo in cui tutti i mezzi di informazione italiani, televisioni in testa, hanno trattato la vicenda delle sette studentesse morte in un incidente stradale in Spagna. Persino Enrico Mentana, uno che dal suo tg ha statutariamente (e giustamente, visto che altri tg sembrano “Chi l’ha visto” o la D’Urso) eliminato la cronaca, ha dedicato i primi 17 minuti (su 30 totali) del telegiornale di lunedì sera al fatto. Di più, Bruno Vespa ha tenuto per la seconda parte di “Porta a porta” l’intervista con Matteo Salvini, dedicando oltre mezz’ora al fatto.
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Ora, due cose mi hanno colpito, al netto della tragedia immane. Primo, si tratta di un incidente stradale, una fatalità e mi chiedo: se a schiantarsi per la nebbia all’alba andando in cantiere fossero stati 7 manovali, avremmo assistito alle stesse scene e allo stesso clamore? Secondo, Matteo Renzi ha fatto annullare la direzione del Pd attesa per le 18 di lunedì ed è volato a Barcellona dai parenti della vittime: quando mai si è vista una cosa simile per un incidente stradale? Al limite i premier o i presidenti vanno all’aeroporto a rendere omaggio ai feretri che tornano in patria ma non vanno sul luogo di un incidente stradale. Perchè? Forse la risposta sta nell’unico, enorme punto in comune dell’intera copertura mediatica dell’evento: le ragazze erano in Spagna per il programma Erasmus, erano “figlie dell’Europa” come si è ripetuto a macchinetta.
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E, infatti, la retorica europeista ha trasudato in maniera parossistica nel racconto della tragica fine che ha colpito quelle povere ragazze. Ieri, poi, gli attentati di Bruxelles hanno amplificato il tutto: ogni singolo leader che ha parlato, lo ha fatto dicendo che serve più Europa e che l’Europa unita batterà il terrorismo jihadista.
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Il tutto dopo un tragicomico vertice bis in cui l’Ue si è fatta mettere i piedi in testa dalle richieste turche per fermare il flusso di profughi e una altrettanto allucinante piroetta solo tre giorni dopo, quando la Grecia ha detto chiaramente di aver bisogno di più di 24 ore per attuare il programma di rimpatrio, di fatto bloccando tutto. Ecco cosa ha dichiarato il 18 marzo il presidente Erdogan, parlando del pericolo del terrorismo curdo del PKK dopo l’ennesimo attentato ad Ankara: “Non c’è ragione per cui la bomba esplosa ad Ankara non possa esplodere a Bruxelles o in ogni altra città europea. I serpenti con cui state dormendo possono mordervi in ogni momento ma nonostante la chiara realtà, le nazioni europee non stanno prestando alcuna attenzione, mentre danzano su un campo minato”.
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Eh sì, di fronte a certe minacce c’è bisogno di più Europa. Magari di un’intelligence congiunta come ha detto poche ore fa Angelino Alfano, di un ministro degli Interni dell’Ue, della sospensione di Schengen senza che questo diventi la pietra tombale dell’eurozona (lo richiedono i morti di Bruxelles). Financo di un esercito comune Ue, magari embrionalmente tenuto in gestazione in ambito Nato. Organizzazione che ha sede a Bruxelles, città dove nei due giorni prima degli attentati di ieri si è tenuto uno sciopero del personale della sicurezza aeroportuale. E dove, dopo l’arresto di Salah Abdelslam, a nessuno è venuto in mente di alzare il livello di sicurezza.
Serve più Europa. Ce lo dicono questi grafici,
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i quali ci mostrano la reazione del cambio sterlina/dollaro dopo gli attentati di Bruxelles. Ma ci mostrano anche e soprattutto come il costo della protezione contro gli scostamenti nel cambio della sterlina rispetto all’euro sia salito al massimo storico, sintomo che il rischio di Brexit implicitamente segnalato dal mercato è al top. Il giorno prima, lunedì, Dennis Lockhart della Fed di Atlanta aveva dichiarato che “il rischio contagioso del Brexit potrebbe facilmente diffondersi all’economia statunitense”. Insomma, il Brexit è ufficialmente un problema in agenda. Il rinnovato rischio di attentati nelle metropoli europee potrebbe pesare sul sentimento del popolo britannico chiamato a decidere del suo destino il 23 giugno prossimo? Non lo so ma ho la quasi certezza che David Cameron giocherà questa carta in campagna referendaria: più Europa uguale più sicurezza.
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Ma non solo sicurezza. Lo scorso 25 febbraio, proprio il Parlamento Europeo aveva votato a favore di una missione per il bando totale alla vendita di armamenti all’Arabia Saudita, visti gli oltre 3mila morti civili già registrati in Yemen, 119 dei quali la scorsa settimana durante il bombardamento aereo di un mercato.
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Bene, il 17 marzo scorso il Parlamento olandese è stato il primo a far sua quella risoluzione Ue, imponendo un embargo totale verso l’Arabia Saudita in fatto di armamenti ma anche di tutto l’export dual-use (militare e civile) che possa violare i diritti umani. Nella legge olandese, inoltre, si condannavano le esecuzioni da parte di Ryad di propri cittadini, soprattutto i dissidenti politici. Che dite, ora anche i parlamenti di Francia e Gran Bretagna seguiranno l’esempio de L’Aja? Questi grafici
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mi fanno pensare di no. E, anzi, dopo Bruxelles la lotta al terrore avrà il prevalere su tutto. Come sapete, poi, l’Arabia e altri Stati del Golfo fanno parte della coalizione internazionale anti-Isis, quindi sono alleati che vanno armati contro il terrore. Sempre di più. Lasciamo stare che quegli stessi Stati sono storicamente i principali finanziatori del terrorismo jihadista sunnita e che noi, poveri idioti, attacchiamo invece sempre nazioni islamiche secolarizzate (l’Iraq di Saddam Hussein, la Libia di Gheddafi, l’Egitto di Mubarak, la Siria di Assad) loro nemiche: un Occidente che mette Ryad a capo del Comitato per i diritti umani dell’Onu e che vede la Francia conferirgli la Legion d’Onore per l’impegno contro il terrorismo non merita nemmeno più indignazione. Solo disprezzo.

E sempre lunedì, il giorno prima della mattanza belga, era arrivata un’altra notizia ma è stata ignorata in maniera incredibile. E non solo dai nostri tg troppo impegnato con la morte delle sette studentesse in Erasmus ma da tutti i grandi media. Moody’s ha infatti messo in revisione Deutsche Bank per un downgrade del rating, citando a giustificazione della scelta “sfide esecutive nel nuovo piano strategico”. L’agenzia di rating ha inoltre messo in revisione le securities Additional Tier 1 (Ba3) per valutare come l’aumento delle sfide esecutive del piano aumentino il rischio di un differimento del loro coupon: un qualcosa che potrebbe portare “a un downgrade di due notch per queste securities”. Ora, guardate questo grafico:
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il timing è perfetto, visto che tra maggio e giugno 2008 Standard&Poor’s operò il downgrade di rating della principali banche Usa, incluse Merrill Lynch, Lehman Brothers e Morgan Stanley. Cosa sia successo nell’arco di tre mesi è cosa nota. Forse è per questo che serve più Europa? Per questo la retorica sta aumentando di intensità, perché c’è il rischio sistemico che una delle banche più importanti d’Europa – di fatto, un deposito strapieno di derivati – vada a zampe all’aria, scatenando la catena del collaterale e del rischio di controparte? Nessuno ha detto nulla, non un tg, non un giornale. Solo le povere studentesse e poi solo Bruxelles e la nuova minaccia che incombe su ognuno di noi. Ce lo conferma questo grafico,
Terror_stocks
il quale ci mostra plasticamente come gli indici Usa si siano fatti un baffo degli attentati, salvo sgonfiarsi sul finale quando Charles Evans della Fed di Chicago ha ventilato un rialzo dei tassi entro primavera. D’altronde, non si dice sempre che se cambiamo per nostre abitudini per paura, la si dà vinta ai terroristi? Vale anche qui: se vendi o non compri, hanno vinto loro. Ed ecco che questi due grafici
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ci mostrano come gli investitori belgi ed europei abbiano fatto il loro dovere nella guerra all’Isis, mentre quest’altro
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ci mostra come si tratti quasi di un pattern storico su cui formare strategia di trading.

Serve più Europa, un’Europa forte e unita che sappia rialzare la testa. Come ha fatto Bruxelles ieri, quando alle 17.05 ha riaperto due delle sei linee della metropolitana. Con la caccia all’uomo ancora in corso. Curioso, no? Ma non importa, le cose importanti sono altre. Come quanto riportato sempre lunedì – e sempre passato sotto silenzio – dal quotidiano greco Kathimerini, il quale ha reso noto che la Banca centrale greca – di fatto una succursale di Bruxelles – ha ordinato alle banche commerciali di annotare i dati personali e il record storico delle transazioni di tutti i clienti che si presentino allo sportello per cambiare banconote da 500 con pezzi più piccoli. Non solo, l’obbligo si estende anche a un’opera di controllo incrociato di altre transazioni compiute in precedenza.
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Il motivo? Ufficialmente, combattere il riciclaggio di denaro e l’evasione fiscale ma di fatto una forma di controllo totalmente incostituzionale e una violazione delle libertà civili fondamentali: in nome di cosa? Del fatto che la Grecia è la nazione con il più alto tasso di banconote circolanti, un ammontare pari al 25% del Pil quando la media Ue è al di sotto del 10%. Ovviamente, i greci hanno tanto contante perché hanno ritirato i soldi dalle banche per evitare di perderli in stile Cipro ma state certi che ora la scusa del contante come mezzo di finanziamento dei terroristi diverrà una priorità. Tanto che prevedo un’accelerazione da parte della Bce del ritiro delle banconote da 500 euro dalla circolazione, visto che questi grafici
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ci mostrano l’ammontare monstre di cui parliamo. Casualmente, abbassare il circolante di quell’ammontare consentirà di andare molto più in negativo con i tassi di interesse, visto che il cross euro/dollaro è lì a dimostrarci come finora il QE di Draghi sia un fallimento totale, mentre questo grafico
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appare la pietra tombale per la possibile ripresa economica europea. Proprio per questo, serve ancora più Europa, mettiamocelo in testa.

E ci serve perché a novembre il Parlamento catalano ha votato una risoluzione per dare il via alla fase preparatoria di una repubblica indipendente. L’ex premier spagnolo, Mariano Rajoy, fu tassativo: “La Catalogna non si separerà da nulla”. Quattro mesi e un’elezione generale dopo, la scena politica spagnola è un totale disastro. Un sondaggio della scorsa settimana di Metroscopia pubblicato da El Pais faceva notare che i Popolari erano al 26%, i Socialisti al 23%, Ciudadanos al 19,5% e Podemos al 16,8%. Quindi, anche tornare al voto non servirebbe a nulla: ingovernabilità totale.
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Peccato che nel silenzio generale, la Catalogna stia dando vita a un gioco parecchio pericoloso. Eh sì, perché nonostante Draghi stia sopprimendo artificialmente lo spread sovrano spagnolo, un default regionale sarebbe un dramma per Madrid. E cosa hanno fatto a Barcellona? Hanno avanzato un piano di estensione della scadenza su 1,8 miliardi debito catalano, atto che però necessita del via libera di Madrid dopo il salvataggio del 2012 e da quelle parti hanno immediatamente puntato i piedi contro questa ipotesi.
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E siccome la Catalogna ha già mancato i pagamenti su almeno due prestiti bancari, ecco che Barcellona vuole che Madrid fornisca il denaro necessario per i pagamenti che andranno a scadenza quest’anno sotto forma di aiuto. E siccome questa è l’ultima cosa che un detentore obbligazionario vuole sentirsi dire, ecco cosa è accaduto la scorsa settimana.
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Ma non solo, visto che stando a El Mundo e a fonti governative, Standard&Poor’s non esiterebbe a mettere la Catalogna in stato di default selettivo se la situazione non si sbloccasse in tempi brevi. Quindi, la Spagna ha due scelte: o dare il via libera all’approvazione dell’estensione delle scadenze su quel debito oppure pagare lei. Senza contare che tra aprile e maggio DBRS, l’agenzia di rating canadese grazie alla quale il debito del Portogallo ancora beneficia dell’investment grade, metterà in revisione proprio il rating lusitano. Se per caso diventerà junk, addio acquisti della Bce e crisi immediata per Lisbona. Serve più Europa. Perché questa è a pezzi.

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