Nei prossimi 3 anni in Cina andranno in fumo 6 milioni di posti di lavoro. E se sperate negli Usa…

Di Mauro Bottarelli , il - 12 commenti

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Essendo diventato il mondo un palcoscenico terrore-centrico, è abbastanza normale che un Paese defilato da questo problema come la Cina sparisca dai radar dell’informazione, soprattutto quella economica. Non è un bene, però. Questi due grafici,
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infatti, ci mostrano quale sia la proporzione della bolla immobiliare del Paese, soprattutto nelle città principali o Tier 1. Bene, la questione comincia a diventare seria, se il 25 marzo scorso il governo ha annunciato una serie di misure per bloccare l’esponenziale aumento dei prezzi prima che questo finisca del tutto fuori controllo. Ve ne cito solo alcune: implementare la differenziazione delle politiche legate ai mutui; sconto dal 30% al 40% per chi non ha una proprietà e non ha chiesto un mutuo negli ultimi due anni; 400mila nuove unità di social housing, di cui 350mila saranno messe a disposizione di cittadini con requisiti in ordine o particolarmente “talentuosi”; proibizione totale di finanziamento dell’acquisto attraverso canali come il crowd-funding, i finanziamenti ponte o altre attività che prevedano l’uso della leva finanziaria.
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E il mercato come reagirà? Sarà sufficienti a sgonfiare la bolla in maniera controllata? Per Deutsche Bank no, visto che “di queste misure si sta parlando al mercato da almeno due mesi ma nessuno crede che il governo le metterà veramente in atto. L’introduzione di misure stringenti e il loro timing è fuori dalle aspettative del mercato”.

C’è però un problema ulteriore, perché mentre Pechino cerca di sgonfiare un bolla, ne sta gonfiando altre due. La prima è ancora una volta quella azionaria, visto che la scorsa settimana sono state molto ammorbidite le limitazione sul margin debt, chiaro invito a scomesse speculative, quasi quanto accaduto la scorsa estate non avesse insegnato niente a casalinghe e venditori ambulanti.
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La seconda, invece, è direttamente legato a questo,
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ovvero al fatto che il 2016 è cominciato con un crollo delle vendite di auto del 44%, il crash sequenziale più grande di sempre e del 50% più ampio di ogni altro calo nei record storici. Insomma, se da un lato questo dato ci dice che c’è qualcosa di profondamente rotto nell’economia cinese, questi due grafici
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sono lì a dimostrarci come questa debolezza potrebbe riverberarsi non poco sul settore negli Usa, già alle prese con l’aumento esponenziale dei mancati pagamenti nel credito al consumo subprime. E cosa fa la Cina? Copia l’America, visto che il governo ha deciso di tagliare di netto i requisiti di pagamento per i prestiti legati all’acquisto di automobili al fine di promuovere le transazioni, visto che a detta del governo “l’industria automobilistica è un settore chiave per aiutare a stabilizzare la crescita economica e aumentare i consumi”. Temo che questo esperimento di sgonfia/gonfia non finirà bene.

Ma c’è di peggio, molto di peggio all’orizzonte. In dicembre, il report sull’economia cinese della China Beige Book International di New York portò con sè delle realtà poco piacevoli: “Le revenues da vendite interne, i volumi, la produzione, i prezzi, i profitti, la concessione di credito e il CapEx sono tutti più deboli di tre mesi fa”, si scriveva. E ora, cosa dice il nuovo report? Nessun miglioramento in vista, anzi come ci mostra il grafico,
ChinaExports
l’export è crollato del 20% in termini di yuan reali il mese scorso e del 25% in dollari, la terza peggior lettura della storia. Ma c’è dell’altro: “Solo il 33% delle aziende hanno registrato un aumento del CapEx nel primo trimestre, il dato più debole da cinque anni a questa parte, quando è cominciato il nostro tracciamento del dato. La percentuale di aziende che hanno visto un aumento delle spese per investimenti fissi è scesa del 40% dal secondo trimestre del 2014”. E parliamo di una tracciatura che riguarda 2200 aziende e 160 banche, dalla quale emerge il dato più preoccupante: le assunzioni sono collassate al minino da quattro anni, un vero incubo per il Partito comunista che tutto può permettersi tranne un’ondata di disoccupazione. “I nostri dati dicono che le aziende prima hanno cominciato a non prendere a prestito denaro, poi hanno tagliato le spese e ora hanno smesso di assumere”, conclude il report.
China_profits

E non si tratta di cosa da poco, perché la grande sfida della Cina è proprio la gestione della ristrutturazione o della chiusura di aziende a controllo statale completamente insolventi che rischiano però di creare un esercito di disoccupati: il vero “cigno nero” cinese. E gli scioperi contro i licenziamenti o per i mancati pagamenti degli stipendi sono già in atto, sia nelle miniere di carbone del Nord che nelle città come Shuangyashan, dove ha sede il quartier generale della Longmay Mining Holding Group, la più grande azienda carbonifera del Nord-Est cinese. E la questione parte da lontano, perché questa immagine
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è relativa al processo pubblico stile anni ’50 tenutosi a Langzhong lo scorso agosto contro otto lavoratori edili che protestavano per i loro salari. Accusati di ostruzione al business, sono stati ritenuti – ovviamente – colpevoli. Ma questi grafici
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mettono la questione in prospettiva: il disagio sociale dei lavoratori cinesi è sempre crescente e potrebbe raggiungere picchi che il governo sarebbe in grado di gestire solo con la violenza, come sua tradizione fin dalle proteste di piazza Tienanmen. Non a caso, nel weekend il Comitato centrale del Partito e il Consiglio di Stato hanno avvisato i funzionari di Stato che verranno licenziati in tronco se non riusciranno a controllare le tensioni sociali, facendo espresso riferimento proprio alla violenze scoppiate a Shuangyashan. Nel suo servizio al riguardo, il Wall Street Journal ha sottolineato che “i capi del Partito hanno un compito difficile, visto che nei prossimi cinque anni dovranno abbattere milioni di tonnellate di capacità industriale che sta rendendo inefficiente l’economia. Il governo ha promesso di compiere questa ristrutturazione senza licenziamenti di massa e per chi resterà senza occupazione ci sarà l’assistenza statale”. Davvero è possibile?

Nel suo ultimo report sull’economia cinese, Markit non solo confermava il deterioramento dell’indice manifatturiero PMI ma notava anche che “il numero degli impiegati è calato al livello più netto dal gennaio 2009 nel corso del mese di febbraio”. L’altro giorno è stata la Reuters invece a confermare che la Cina, nei prossimi due-tre anni, affronterà una vera e propria ondata di disoccupazione, visto che saranno dai 5 ai 6 milioni i dipendenti statali che verranno licenziati.
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Ed evitare proteste costerà a Pechino, visto che si stima che solo per coprire i licenziamenti nel settore dell’acciaio e del carbone, verranno spesi 150 miliardi di yuan (23 miliardi di dollari) nell’arco dei prossimi 2-3 anni. Peccato che per la Reuters “quel numero è stato comunicato e confermato dal governo ma la nostra stima di spesa va nel range degli 11 trilioni di yuan in su”. Senza contare che oltre ai costi sociali della disoccupazione, al conto si unirà anche la gestione del debito lasciato in eredità da quelle aziende zombie allo Stato.
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Insomma, volendo porre la cosa in prospettiva e prendendo per buoni i 5-6 milioni di licenziamenti in vista, parliamo di un sesto dei 37 milioni di lavoratori del settore statale che resteranno a casa, un comparto che pesa per il 40% della produzione industriale e per metà del credito bancario. L’ultima volta che la Cina si lanciò in una grande ristrutturazione del comparto statale fu nel quinquennio 1998-2003, quando i licenziamenti furono 28 milioni e il costo per il governo fu di 73,1 miliardi di yuan (11,2 miliardi di dollari) in fondi di solidarietà e ricollocamento. All’epoca non ci furono grani proteste o incidenti tali da mettere a repentaglio l’ordine statale, peccato che fosse un’altra Cina.

E un altro mondo, non quello rappresentato da questo grafico
World_Trade
del World Trade Monitor, dal quale desumiamo che il commercio globale è ora ai minimi dal marzo 2006, addirittura peggio che durante la crisi finanziaria. Ma anche un mondo dove l’altra grande potenza economica, quegli Usa che dovrebbero fare da traino e compensare il rallentamento cinese, ha appena vissuto questo,
Spending_revision
ovvero una revisione al ribasso delle spese personali di gennaio da +0,5% a +0,1%, un qualcosa che in termini di dollari nominali significa che la crescita dei consumi di 67,5 miliardi di due mesi fa ora si è ridotta a 14,7 miliardi, un delta di 52,8 miliardi. E questo grafico
Personal_Savings
ci offre la riprova, visto che dopo la revisione il tasso di risparmio negli Usa è al 5,4%, ai massimi da quattro anni: un chiaro segnale deflattivo. Non a caso, nemmeno un’ora dopo la diffusione del dato, l Fed di Atlanta ha tagliato con il machete le previsioni per il Pil del primo trimestre, scendendo a 0,6% dall’1,4% del 24 marzo (una settimana prima era all’1,9%).
Atlanta_Fed
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Siamo al livello del “polar vortex” che inchiodò la crescita Usa nel primo trimestre del 2015: di fatto, oltre un terzo del già basso Pil per i primi tre mesi di quest’anno sarà stato bruciato. E parliamo di un Pil la cui voce primaria di crescita è questa,
US_spending
ovvero le spese sanitarie obbligatorie legato al programma Obamacare, il quale come ci mostra questo grafico
Healthcare_housing
entro due, massimo tre trimestri avrà compiuto il miracolo di vedere le spese sanitarie superare quelle legate al settore immobiliare negli Usa, il driver assoluto della crescita. Inoltre, se non siamo certo ai livelli potenziali cinesi, questi grafici
Prime_working
Inactivity1
Inactivity2
ci mostrano come su 124,5 milioni di americani nei cosiddetti “prime working years” (25-54 anni), 28,9 milioni d persone o il 23,2% del totale sono disoccupati, quindi o fuori dalla forza lavoro o contemplati ma senza impiego. Parliamo di 3,5 milioni di persone in più rispetto a prima che la recessione cominciasse nel 2007, stando a dati del Budget Committee del Senato. Altra conferma che la ripresa Usa è stata proprio come raccontata dal Sole24Ore.

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