Ecco perché sulla questione dei migranti l’Europa si è suicidata due volte. Mentre la Turchia gode


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Moriremo di ipocrisia, mettiamocelo in testa. Due giorni fa tutti i media hanno riportato con enorme indignazione, quella formato famiglia, la notizia del ritorno in edicola di “Zaman”, il primo giornale turco commissariato dalla magistratura con l’accusa di complottare contro le istituzioni legittime e il presidente Erdogan. Il motivo dello sdegno? La linea editoriale totalmente ribaltata e drammaticamente filogovernativa: la storia di apertura era infatti dedicata alla partecipazione del presidente Recep Tayyip Erdogan a una cerimonia per la costruzione del faraonico terzo ponte sul Bosforo a Istanbul. Con il lavoro che faccio, ci mancherebbe che non mi indignassi per la violazione delle libertà di stampa e di espressione, però occorre essere onesti di fronte a notizie simili.
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Primo, al netto del fatto che ancora in Italia non si finisce in galera e non si arriva alle chiusure forzate delle redazioni, di giornali che sembrano scritti dagli addetti stampa di governo e ministeri sono piene le edicole, basti vedere cos’è diventata l’Unità nel meraviglioso mondo renziano (pare che nei pressi del luogo di sepoltura di Gramsci ci siano zolle alte 20 centimetri per quanto il povero fondatore si stia ribaltando nella tomba). Secondo, a farci indignare non dovrebbe essere la notizia filo-governativa scelta da Zaman per la copertina del ritorno ma il fatto che quel fatto di cronaca – ovvero il progetto per il terzo ponte sul Bosforo – si sostanzierà con i nostri soldi, visto che costerà 3 miliardi ed è esattamente la cifra supplementare che Ankara ha chiesto l’altro giorno all’Ue per bloccare il flusso di migranti. Per forza che Erdogan ride nella foto, dove li trova dei fregnoni peggio degli europei per fare affari tramite il ricatto?
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Eh già, perché dopo 12 ore di negoziato tra Ue e Turchia, l’Europa ha un’altra volta abbassato la testa, ancorché si parli di dettagli ancora da limare in vista della decisione definitiva attesa entro il vertice del 17 e 18 marzo prossimi. Nemmeno a dirlo, l’intesa preliminare è stata frutto del lavoro bilaterale tra Germania e Turchia. E in cosa consta? L’accordo prevede prima di tutto il rinvio dalla Grecia alla Turchia di tutti i nuovi migranti irregolari arrivati in Europa. Nel contempo, per ogni siriano giunto in Turchia dalla Grecia, dovrebbe esserci un siriano attualmente in Turchia che venga reinsediato in Europa “nel quadro degli impegni esistenti”. L’obiettivo, si legge in un comunicato pubblicato nella notte di lunedì, è “di smantellare il modello economico dei trafficanti e di spezzare il legame tra la traversata per mare e l’installazione in Europa”.
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Insomma, una partita di giro, una sorta di schema Ponzi per disperati: il quale, di fatto, porterà a più sbarchi, non meno. Oltretutto, con la quasi certezza che il prossimo teatro di guerra sarà la Libia, visto che gli Usa stanno già approntando piani di attacco – come rivelava ieri il New York Times – e quindi con il forte rischio di barconi nuovamente diretti verso Lampedusa in primavera e non attraverso la Turchia. In compenso, in cambio di questo presunto aiuto, l’Europa è però pronta a concedere ad Ankara alcuni nuovi, piccoli benefici: ulteriori 3 miliardi rispetto ai 3 già previsti e garanzia ai turchi di viaggio senza visto in Europa già in giugno e non solo da ottobre. Sempre a favore della Turchia c’è poi la possibilità di aprire rapidamente nuovi capitoli negoziali per un eventuale futuro ingresso del Paese nell’Unione.
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Dunque, per fare in modo che la Turchia non dia corso alla minaccia di aprire le frontiere verso Grecia e Bulgaria, ecco che l’Ue – anzi, la Germania – di fatto spalanca le porte all’ingresso d Ankara: d’altronde, se il Brexit andrà a buon fine per Londra, si libererà un posto. Magari andremo un pochino a perderci nello scambio ma poco male: domenica in Germania si vota alle regionali e la Merkel aveva bisogno di portare a casa un risultato da vendere all’opinione pubblica sempre più inferocita verso la politica di porte aperte scelta della Cancelliera e che ha trovata splendida incarnazione nel Capodanno di Colonia. Da giugno, quindi, con ogni probabilità i cittadini turchi potranno muoversi liberamente in Europa, senza più bisogno di visti: paradossi della stupidità europea, mentre si abolisce di fatto Schengen, si aprono porte e portoni alla Turchia e al libero transito dei suoi cittadini.

Dimenticandosi di alcuni dettagli da poco, i quali in un contesto di non sudditanza da timore ontologico verso chi alza la voce avrebbero potuto vedere l’Ue arrivare al tavolo negoziale imponendo lei le regole del gioco. E non parlo della libertà di stampa o del dispotismo di Erdogan, parlo di responsabilità chiare della Turchia nel conflitto siriano, quello stesso conflitto che genera le ondate di profughi per cui l’altro giorno si è dovuti arrivare a un accordo capestro. Chi sta finanziando e armando l’Isis sul confine turco-siriano in chiave anti-curda? Ankara. E non lo dico io, lo dicono le trascrizioni delle telefonate tra alcuni ufficiali dell’esercito turco, di cui i sanno solo le iniziale (A.A. e A.B.) e il comandante in capo dell’Isis al confine turco-siriano, Mustafa Demir, finite in possesso della Terza Corte penale di Ankara nell’ambito di un processo proprio contro le attività dello Stato islamico.
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Si tratta di due chiamate del 25 novembre 2014, una delle 19.12 e una delle 20.26 e dimostrano non solo come la collaborazione tra le due parti sia di lunga data ma anche il livello di conoscenza tra alti funzionari dell’esercito e capi dei terroristi, visto che Demir apostrofa con la parola “fratellone” l’ufficiale che gli fornisce indicazioni sul luogo in cui trovarsi e gli chiede se ha con sé una torcia. La chiamata si conclude con queste parole: “Vieni un po’ più giù di dove sei, i nostri due veicoli sono sul lato turco del confine”. Risposta: “Ok, ci sarò fratellone”. Quindi, noi paghiamo chi destabilizza la situazione affinché non ci faccia pagare il conto delle sua destabilizzazione due volte: davvero un atteggiamento di cui andare fieri.
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Ma è l’intera situazione ad essere marcia nel midollo, perché la Turchia fa comodo come cliente per l’export di armi. Le stesse che con ogni probabilità o uccidono i curdi che combattono l’Isis o finiscono allo stesso Isis per ammazzare i curdi e rendere l’esodo dei profughi dalla Siria ancora più biblico. L’ultimo ordine è del 26 febbraio scorso e riguarda questo giocattolino,
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ovvero bombe anti-bunker modello BLU-109, un ordine da 683 milioni di dollari che ha fatto felici la Ellwood National Forge Co. di Irvine in Pennsylvania e la General Dynamics Ordnance and Tactical Systems di Garland, in Texas. Il numero di protocollo è CR-036-16 e il completamento della commessa è previsto per il 31 dicembre 2020: insomma, in Turchia ci si porta avanti con il lavoro. C’è poi un dato di fatto inoppugnabile: perché stiamo ancora trattando con la Turchia, perché siamo pronti a sborsare altri 3 miliardi se il “Joint action plan” siglato tra Ue e Turchia lo scorso anno è stato completamente disatteso da Ankara? Perché fidarci, visto che a fronte dei 3 miliardi già stanziati ci sono 14mila tra donne, uomini e bambini al confine macedone, tanto che il governo di quel Paese vuole estendere il muro di filo spinato da 19 miglia già esistente e piazzare guardie armate di tasers?
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Ma oltre a quei 14mila, ce ne sono altri 7mila in campi profughi sparsi per la regione e la decisione dell’Austria di fare fronte comune con i Paesi dell’Est per chiudere il corridoio balcanico non ha fatto altro che rinforzare il potere di ricatto della Turchia e mettere in ginocchio la Grecia. Non a caso, per l’europarlamentare ellenico, Miltiadis Kyrkos, la domanda da porsi è solo una: “Il punto cruciale è capire se la Turchia sta dalla nostra parte, visto che fino adesso lo hanno sempre dichiarato ma non hanno fatto nulla per dimostralo”. Questa mappa
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ci mostra poi come la Turchia non rappresenti solo la frontiera della crisi dei profughi ma la frontiera stessa della guerra in atto. La cittadina di Kilis ne è l’esempio, visto che da quando è iniziata la crisi ha visto raddoppiare la sua popolazione ed è candidata al premio Nobel per la pace. E cosa fa il governo centrale turco a fronte di questo straordinario sforzo umanitario dei suoi cittadini? Non lo dico io ma il reportage dell’altro giorno del Wall Street Journal: “Per incoraggiare i rifugiati a restare sul suo territorio, Ankara sta permettendo a milioni di siriani di lavorare legalmente in Turchia, ponendo fine a una politica iniziata con la guerra in Siria ma ora le nuove regolamentazioni presentate hanno portato delle restrizioni. Unite queste ultime alle sfide dell’infernale burocrazia turca e si capisce come la possibilità di restare per le famiglie siriane sia sempre più difficile”.
Erdogan
Insomma, al netto dell’accordo delle scorso anno e dei 3 miliardi, Ankara non ha fatto nulla per implementare il tipo di misure necessarie a fermare l’esodo di profughi verso l’Europa. Il perché è presto detto: i 3 miliardi a detta di Erdogan non sono ancora arrivati. E, infatti, parlando del meeting appena concluso, il presidente aveva usato parole di grande speranza e umanità: “Il primo ministro è a Bruxelles e spero che torni con quei soldi”. E in questo modo che si affronta un’emergenza?

O forse un’emergenza non è, visto che tutti gli attori in ballo hanno fatto in modo che la Siria precipitasse nell’inferno, brandendo per anni come unico vessillo la demonizzazione di Assad? No, l’emergenza è un’altra ed è stata meravigliosamente coperta agli occhi di tutti. Lo scorso weekend, infatti, nella prestigiosa ed esclusiva cornice di Sea Island in Georgia si è tenuto il World Forum annuale dell’American Enterprise Institute, la cui conferenza a porte chiuse aveva come tema il seguente: “Come fermare il candidato repubblicano Donald Trump”.
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Volete i nomi di alcuni partecipanti? Tim Cook di Apple, Larry Page di Google, Sean Parker di Napster (e investitore di Facebook), Elon Musk di Tesla Motors e SpaceX, il leader della maggioranza al Senato, Mitch McConnell, il guru politico Karl Rove, lo Speaker della Camera Paul Ryan, i senatori repubblicani Tom Cotton, Cory Gardner, Tim Scott, Rob Portman e Ben Sasse, il presidente del Comitato Energia e Commercio, Fred Upton, il presidente del Comitato per il Budget, Tom Price e il presidente del Comitato per i Servizi finanziari, Jeb Hensarling. Ecco le vere emergenze, altro che i profughi. D’altronde, l’Isis è un nemico fatto in casa, i frutti del suo lavoro non possono che essere danni collaterali. Solo quegli idioti che ci rappresentano nei vertici a Bruxelles non lo capiscono.

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