Trump e Clinton viaggiano verso l’incoronazione. Ma l’economia Usa manda segnali da fine Impero

Di Mauro Bottarelli , il - 38 commenti

Economy_revision
Quelle tenutesi martedì a New York non sono state solo primarie ma bensì la ratifica formale della nomination per la Casa Bianca per i due figli prediletti della città-Stato, Hillary Clinton e Donald Trump. La vittoria per entrambi è stata schiacciante, Trump ha avuto ben il 60% delle preferenze, la Clinton il 57,6%. D’altronde, entrambi giocavano in casa: a New York, Hillary Clinton aveva già vinto due volte il Senato, conosce ogni angolo dello Stato e ha potuto contare sull’appoggio del sindaco, Bill de Blasio e del governatore, Andrew Cuomo, presenti con lei sul palco durante le celebrazioni . Donald Trump, poi, per i repubblicani newyorchesi è l’orgoglio del successo di un marchio e di un personaggio, prima ancora che di un politico. Insomma, i vari Cruz, Kasich e Sanders non avevano reali speranze.
Donald_Trump1

E anche i toni dei vincitori sono stati quelli di chi si sente già designato. “Siamo in dirittura finale e la vittoria è a portata di mano – ha detto la Clinton -, ho vinto in molte parti del Paese, a nord nel Sud a West ma qui a New York la vittoria è molto personale. I newyorchesi sanno che quando posso copro e coprirò sempre le loro spalle”. Ne sono certi dalle parti del 200 di West Street, sede di Goldman Sachs. Ma anche Trump, fresco di cambio dei suoi consulenti politici, ha evitato gli insulti e ha parlato da candidato presidente, scegliendo il tema sensibile dell’economia: “Restituirò all’America la gloria che merita, all’economia i primati di un tempo e ai lavoratori americani la dignità di un lavoro ben remunerato”. Unica concessione alle vecchie maniere, un attacco personale contro Cruz, reo a suo dire di aver tramato con la leadership del partito e avergli rubato ben 34 delegati in Colorado, assegnati a lui direttamente dal partito: ”Se vinco i delegati, li vinco con il voto degli elettori non con i trucchi. L’America non è abituata a vincere coi trucchi e presto la nomination sarà nostra. Ho appena ricevuto delle notizie strabilianti sulle preferenze in California”.
Hillary_clinton

Ma quanto più vicina è la vittoria finale dopo il voto di New York? Trump, che ha vinto 89 delegati su 94 grazie al premio di maggioranza repubblicano, sale a quota 845 contro i 559 di Ted Cruz. Gli mancano dunque 392 delegati per arrivare alla convention di Cleveland con i 1237 delegati necessari per aggiudicarsi la nomination automaticamente. Con i 144 delegati che ha vinto martedì, Hillary va invece a quota 1411 delegati sui 2.383 necessari. E questo al netto dei super delegati: per Bernie Sanders, dunque, sarà difficile farcela.
GOP_delegates
Quasi impossibile. “Per Cruz ho un messaggio – ha detto Trump -, ritirati perché ho matematicamente la vittoria in tasca”. In effetti, nonostante il partito repubblicano abbia fatto di tutto per ostacolare l’ascesa di Donald Trump, il tycoon newyorchese potrebbe farcela a mettere insieme i 393 delegati mancanti, vincendo il 59% dei 674 ancora in palio, cosa possibile perché in molte primarie, come a New York, chi vincerà prenderà la maggioranza dei delegati. A partire dai 141 saranno in palio martedì prossimo in Pennsylvania, Maryland e Delaware, tre Stati in cui valgono di nuovo le regole che favoriscono il vincitore con un forte premio di maggioranza.
Cruz1

E che Donald Trump, spingendo forte sul tasto dell’economia, abbia scelto una strategia vincente lo confermano i sempre peggiori dati macro che arrivano dagli Stati Uniti. Partiamo dal primo, ovvero da Intel. Il principale produttore di processori per computer ha infatti appena annunciato un taglio dell’11% della propria forza lavoro, ovvero di circa 12mila dipendenti sparsi in tutto il mondo. “Queste azioni – ha annunciato il CEO di Intel Brian Krzanich in un comunicato inviato ai dipendenti – apriranno la strada ad un cambio a lungo termine, per rendere Intel il leader di un mondo smart e connesso. Ho fiducia che ne emergeremo come una compagnia ancora più produttiva, con una portata ancora più ampia e una metodologia di lavoro più nitida”.
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A tal fine risponderebbe l’assunzione di Venkata Renduchintala, ex dirigente di Qualcomm, per il quale, stando al Wall Street Journal, sarebbero stati spesi quasi 25 milioni di dollari. Per ora, l’unica certezza è che la maggior parte dei dipendenti coinvolti dalla “ristrutturazione” riceverà una notifica entro 60 giorni, mentre il totale dei licenziamenti sarà completato entro la metà del 2017.

Ma la questione è generale, visto che come ci mostra questo grafico,
US_IP
l’economia Usa non ha mai visto nella sua storia la produzione industriale calare su base annua per sette mesi di fila al di fuori di un ciclo recessivo conclamato. Calata del 2% su base annua in marzo, la lettura più debole da dicembre e dello 0,6% su base mensile (dato peggiore da febbraio 2015), la produzione industriale ha visto il suo crollo guidato dal -1,6% nell’output di veicoli (-2,8% relativo alle autovetture) in marzo, peggior dato per questo mese dal 2008. E se questo grafico
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ci mostra come il trend sia ormai consolidato e decisamente preoccupante, quest’altro
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ci mostra come non sia poi così sorprendente il fatto che la produzione automobilistica si stia schiantando contro un muro, visto che una ratio scorte/vendite simile si è registrata soltanto un’altra volta in 24 anni.
Ed ecco il sondaggio settimanale di Gallup relativo alla fiducia dei consumatori, il quale ci dice chiaramente che la percezione dello stato di salute dell’economia sta peggiorando. Nonostante la narrativa del potere sventoli l’aumento del salario minimo e gli indici di Borsa ai massimi come grandi vittorie dell’economia, l’Economic Confidence Index nella settimana conclusa il 1o aprile era a -14, come ci mostra il grafico,
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il livello più basso dalla prima settimana di novembre 2015. E questo altro grafico
Gallup2
ci mostra come la gente veda l’outlook futuro in peggioramento rispetto alle condizioni economiche attuali, visto che il livello -22 significa che per il 37% degli americani adulti l’economia sta migliorando ma per il 59% sta invece peggiorando. E una conferma arriva anche da qui,
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ovvero dal report UMich sulla fiducia de consumatori, la cui ultima rilevazione è passata da 91 a 89,7 contro le attese di un rimbalzo a 92. Siamo al quarto calo di fila e al livello più basso dal settembre 2015. Il motivo del calo? Un rallentamento nella aspettative di aumento salariale, indebolimento delle aspettative reddituali aggiustate all’inflazione e crescente timore di un peggioramento della crescita economica che porterebbe con se una minor creazione di posti di lavoro.

E sono anche le abitudine quotidiane a segnalarci che la cosiddetta ripresa dell’economia Usa, se mai ci fosse stata davvero, ora appare ormai nella fase finale del ciclo. Questo grafico
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ci mostra, su dati del Labor Department relativo all’ultimo Consumer Price Index, come la differenza di costo tra cenare a casa e cenare fuori non sia mai stata così grande. Da un lato pesano gli aumenti dei salari minimi in molte città, come ad esempio New York, che hanno visto i ristoranti scaricare sui clienti i maggiori costi del lavoro ma la questione potrebbe peggiorare, perché stando al New York Post, molti ristoratori intendono eliminare del tutto la mancia – fonte primaria di reddito ulteriore per i lavoratori dell’industria – e alzare i prezzi base del 30%.
E anche andare al ristorante, inteso come spostamento, costa di più, perché come ci mostra questo grafico,
Gas_price
il prezzo della benzina alla pompa è aumentato del 25% dai minimi di metà febbraio, l’aumento maggiore dal luglio 2009. E se gli indici azionari amano prezzi del carburante più alti, i fondamentali macro degli Usa la pensano diversamente, visto che l’ultima volta che si è registrato un aumento simile si era giunti al top ciclico per l’economia, la quale calò per due anni consecutivi prima del lancio del QE2.

E tanto per non farci mancare niente, lo scorso weekend la Tax Foundation, ente non governativo e non partitico, ha reso noto il suo report sulle spese fiscali degli americani ed ecco il risultato:
US_taxes
nel 2016, gli americani spenderanno il 20% in più per tasse statali, federali e locali rispetto a quanto sborseranno per casa, cibo e abbigliamento combinati. Stando all’analisi, gli statunitensi spendono circa 1,6 trilioni di dollari in cibo, 2,1 trilioni per la casa e 360 miliardi per l’abbigliamento, arrivando a un totale di 4,2 trilioni. Bene, il carico fisale totale è invece di circa 4,9 trilioni (3,34 trilioni di tasse federali e 1,6 trilioni in tasse statali e locali). Ma questo grafico
US_taxes2
ci dice anche altro e non è un bel vedere: il 45,3% degli americani – circa 77,5 milioni di abitanti – non paga infatti la tassa federale sul reddito. Metà di questi non paga perché non ha un reddito tassabile, mentre l’altra metà ha sufficienti esenzioni fiscali da eliminare il suo obbligo sulle tasse. Non c’è dubbio, trattasi proprio di ripresa.

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